The Child Of A Creek – Unicorns Still Make Me Feel Fine
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Tutte le storie più belle del mondo in realtà La sera prima che mi arrivasse il disco di Lorenzo, un ragazzo di Livorno, in arte The Child Of A Creek avevo letto questa citazione che riprendeva le parole di Arthur Christopher Benson e me l’ero incisa nella parte più intima del cervello, sapendo che rispecchiava appieno quello che sono io e quello che sto vivendo. Fino a che le cose non cambieranno ancora e il vento soffierà in altre direzioni… era già da una settimana che mi ripetevo …potrò anche camminare a piedi nudi sul pavimento di casa ma, per quanto mi riguarda, sarò nel bel mezzo del deserto. Ci sono dischi che ti aiutano a fuggire anche dal deserto e “Unicorns Still Make Me Feel Fine” è uno di quelli. The Child Of A Creek suona una chitarra acustica creando nell’aria floreali, eleganti e sfuggenti trame folk e improvvisamente sembra di essere al centro di una foresta ad ascoltare un richiamo pacifico, primordiale, poetico: un rimedio calmante allo stress della civiltà. Concepito nel 2006, solo adesso grazie all’etichetta inglese Dust Wind Tales, il disco vede la luce ufficialmente e a beneficiarne sono tutti quelli che nel corso degli anni si sono affezionati ai Vetiver, a Noah Jorgeson, a José Gonzalez (per cui Lorenzo ha aperto il concerto a Milano nella sua unica data italiana, al Garage). Un folk minimalista fatto di chitarra acustica, un’armonica e altri pochi strumenti (nello specifico una balalaika russa, un bohdran del Nord Irlanda, e un flauto). Durante “Say You Have a Story To Tell” il mio stomaco, il cuore e gli occhi si distaccano dal resto del corpo e se ne vanno ad abitare in paesaggi oltreoceano dove il vento è più caldo. Presuppongo che tu, fottuto autunno, sia venuto a trovarci ancora una volta per spargere un po’ di nero qua e là. Mi si stringono i pori della pelle e so che c’è un solo modo per brillare scivolare via. Presuppongo che mi stia colorando di blu senza accorgermene. La musica di questo disco si piazza al centro tra quella della “doppietta” “Rejoicing In The Hands – Niño Rojo” di Devendra Banhart, alcuni lavori di Iron & Wine e la poesia acustica e romantica di Bright Eyes. La voce è un misto tra la profondità di Paolo Saporiti e l’irregolarità di un timbro a volte nasale come quello del già citato Banhart. Dopo un po’ mi stanco di descrivere le cose con i nomi appropriati. Per capire i dischi ci vuole poco, e spesso le parole neanche servono. Questa produzione rilascia buone vibrazioni dalla prima all’ultima nota ed è tutta concepita in Italia. Motivo in più per noi conigli di essere fieri della pubblicazione Myspace Generation di questa settimana. Adesso già lo so…il mio stomaco cercherà di masticare a dovere queste melodie nell’attesa che le nuvole, magari quelle di un paese differente, tornino a cadergli dentro rompendosi in mille pezzi. |
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