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WALL•E di Andrew Stanton

18 ottobre 2008

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L’umanità si è trasferita nell’astronave Axiom, soffocata da una multinazionale che ha seppellito la Terra di consumi e di relativa immondizia. Sul pianeta è rimasto solo WALL•E (Waste Allocator Load Lifter – Earth Class), che continua imperterrito la sua opera da settecento anni, cercando qualcuno che gli faccia compagnia.

WALL•E ha gli occhi tristi di uno che è rimasto per settecento anni da solo. Per ogni giorno di quei settecento anni, il robot ha fatto il suo dovere, come un banale impiegato: si è svegliato, è sceso in strada ed ha cominciato ad ammassare i rifiuti sotto cui è stata sepolta New York, il giorno in cui gli umani l’hanno abbandonata, soffocati dalla bulimia capitalista di una multinazionale che aveva il nome metaforico di Buy N’ Large.
Con una precisione invidiabile, ha ammassato interi grattacieli di oggetti lasciati lì a prendere ruggine.
Ogni notte di ogni giorno di quei settecento anni, WALL•E è tornato a casa, ha messo in ordine i pezzi di una vita possibile che ha raccolto tra le macerie (accendini, lampadine, pupazzi, iPod, cianfrusaglie e altra palta varia) e ha visto “Hello, Dolly!” – l’ultimo film della Terra – in un sistema di proiezione che ha inventato da solo.
Ogni notte, ascoltando la musica di un tempo ormai remoto, di una civiltà ormai passata, WALL•E ha osservato il cielo con il suo sguardo malinconico, una tristezza che ha imparato dal cinema e dalle canzoni di un musical, e ha sognato di ballare, di cantare, di passeggiare con la sua Barbra Streisand.

Così come in questo film-prodigio WALL•E e la sua EVE insegnano di nuovo ad un’umanità ridotta all’obesità e alla non-comunicazione il prezioso valore di un sentimento, allo stesso modo la Pixar da dieci anni sembra aver insegnato le ragioni della sensibilità e dello stomaco ad uno studio come la Disney, seppellito dalla ripetizione di prodotti standard e ormai lisi, frustrata dall’impotenza di non sapere più cosa dire.
Dello studio originale resta però la capacità di realizzare i sogni, per quanto assurdi siano: quello di WALL•E si realizza una notte come tante, quando dal cielo sbuca EVE: per gli umani una semplice sonda incaricata di trovare vita vegetale sulla terra ormai arida, per lui la donna che ha sempre atteso e desiderato.
Resta difficile spiegare come mai, nel cinema contemporaneo, la speranza di cuore e di verità sia affidata a due robot, frutto di poliedri combinati dall’animazione digitale, piuttosto che in centinaia e centinaia di romance con attori in carne ed ossa. Resta però che le effusioni che i due si scambiano nello spazio, dopo che l’uno ha salvato l’altra e viceversa, mentre un uomo cerca di capire il valore del tutto dimenticato della danza, siano uno dei momenti più commoventi e genuini di tutta la storia del cinema.

Forse perchè al di là del loro aspetto, i due sono più umani di quello che resta del genere: lui è un imbranato, eppure uno ancora in grado di stupirsi per ogni cosa, per la polvere che circonda gli anelli di Saturno come per la strana forma di una pianta, l’unica rimasta, costretta a difendersi e a nascondersi dentro un frigorifero, mentre lei è decisa e determinata, pur nascondendo il proprio sentimento, come ogni donna che vuole essere corteggiata. In un’astronave/mondo in cui uomini e donne comunicano solo attraverso una versione futuristica di Skype, impossibilitati dalla loro pigrizia, dalla loro inedia, persino a camminare, la più grande rivoluzione di WALL•E e di EVE è quella di stabilire un contatto, quella di prendersi – dopo tante esitazioni, dopo infinite timidezze, dopo innumerevoli indecisioni – per mano.
Andrew Stanton, che poi è lo stesso genio di “Toy Story” e di “Alla ricerca di Nemo”, prende in prestito le atmosfere fantascientifiche di “THX 1138” di George Lucas, ma ci mette una passione che sembra ormai davvero rivoluzionaria, nella sua semplicità: un agente contaminante, come viene definito dagli addetti delle pulizie dell’astronave in cui gli uomini si sono rifugiati, in un nucleo che compie l’incubo del dispotismo annunciato da Alexis de Tocqueville in “La democrazia in America”.

Sembra ridicolo, ma attraverso gli occhi di WALL•E tutto sembra davvero nuovo, inedito eppure credibile: il suo ballo per conquistare EVE, le sue cure devote quando lei sembra in coma, hanno una dote umana, un calore disturbante, che paradossalmente gli uomini sembrano non possedere più.
In un cinema perfetto che deve inventare la sua imperfezione (la “creazione” dei riflessi di luce sull’obbiettivo, impossibili per un’animazione tutta computerizzata), che ha la forza di inquadrature maestose – il viaggio verso l’astronave Axiom è semplicemente sbalorditivo, roba da restare a bocca aperta – si resta pure sbigottiti, sconvolti e quasi violati, per la potenza emotiva di una blatta che si avvicina ad un raccoglitore di rifiuti e cerca di fare amicizia.
E se la vita sulla terra può ricominciare con una piccola ed esile pianta, il cinema può partire proprio da qui, in una delle sue stupefacenti palingenesi, da un film che ne ha catturato la forza, il nocciolo, la sua ragione d’esistere.

Locandina
Titolo originale: WALL•E
Regia: Andrew Stanton
Sceneggiatura: Andrew Stanton e Jim Reardon
Montaggio: Stephen Schaffer
Musica: Thomas Newman
Nazione: USA
Anno: 2008
Durata: 98 minuti
Distribuzione: Walt Disney

TRAILER:

 

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