BLOC PARTY
Intimacy
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C’è un suono che corre sottopelle se ci si ferma ad ascoltare la città di notte. Rannicchiata come in una conchiglia di velluto nero, essa risuona a sprazzi con echi di clangori in lontananza. E’ un buio setoso che avvolge e stordisce; coriandoli luminosi si rincorrono nel rischiarare pezzi di marciapiede. Su tutto cala un silenzio fibroso, giammai predisposto a regalare tranquillità, ma generoso nel distribuire solo istantanee di terrori, aliti di presenze celate in infidi vicoli maleodoranti. Nottate di pioggia fine e miasmi da osteria. La stessa pesante calma apparente carica d’ansia naviga tra i solchi dei Bloc Party. Animali metropolitani, molto – forse troppo – inclini a cedimenti glamour e a venerazioni modaiole, i quattro inglesi si fanno portatori di una eccitante sensazione pur non riuscendo mai veramente a scaldare il cuore. Che fossero una band dalle buone potenzialità, questo era un presentimento che andava trascinandosi fin dal loro primo disco. Non si smentiscono alla terza uscita e quella sensazione da ”vorrei ma non posso” rimane inalterata. Dimenticati i momenti trascinanti di “Silent Alarm”, lo sguardo si sposta su attimi di oscurità, con chitarre grosse e sporche, che paiono ululare dal fondo di uno scantinato, senza tralasciare minimamente la commistione con sussulti elettronici ed innamoramenti post-punk. Ascoltando “Intimacy” nei suoi momenti migliori si viene idealmente proiettati in un lungo piano-sequenza che scruta strade e tetti colti nel sonno inquieto della notte. Un grossa dose di angoscia metropolitana si squaglia tra le nervature di quest’album, un inno all’agonia metallica che campiona il fruscio turbolento delle automobili che sfrecciano tra semafori e vapori, tra luccicanti locali e miserie nascoste ad occhi truccati apposta per ingannare. La sorpresa di una ballata sospesa tra l’elettricità incalzante delle chitarre di Russell Lissack – l’affascinante “Better Than Heaven” – danza con reminescenze di campanelli e xilofoni presi in prestito ai Sigur Ròs – vedi “Signs” meccanica ninna nanna per uomini venuti dal futuro -, mostrando come i Bloc Party siano spugne capaci di assorbire quanto di meglio giri per l’etere. Kele Okereke declama con la consueta distanza, fa di se stesso un incrocio tra Robert Smith dei Cure e Brian Molko dei Placebo, diventa a gran forza il perno sul quale gira la trottola scagliata dalla parte percussiva della band, che grazie a Matt Tong e a Gordon Moakes acquista vigore ed identità. Gran parte del fascino scivola via quando Okereke e soci decidono di rincorrere Chemical Brothers e Prodigy non avendone attitudine e patrimonio genetico, inanellando passi falsi, specie nella doppietta iniziale – “Ares” e “Mercury” risultano decisamente fuori contesto -, con canzoni costruite su elettronica pestona e su ritornelli nu-rave, che dopo aver fatto una piroetta su se stesse cadono a terra con la testa pesante senza aver risolto granché. |
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3 novembre 2008 @ 10:16
Joses, ma ti si è sfasciato il tasto “Y” del pc?
3 novembre 2008 @ 10:36
ahhhhhhhhhhhh, soft hai ragione!!! però io le ‘Y’ le ho messe nel pezzo che ho mandato..ci sarà stato qualche errore nel riportare il pezzo sul blog
p.s: posso invece andare fiero della splendida svista sul nome di Brian Molko….frustatemi!
3 novembre 2008 @ 10:54
Toh, m’era sfuggito Brian!
Le “Y” sicuramente saranno state cambiate in “I” su iniziativa personale di qualche troppo zelante correttore automatico di Word.
3 novembre 2008 @ 12:01
un grazie ad alex per le correzioni volanti! ;P
3 novembre 2008 @ 13:26
di niente
sono qui per questo
e cmq farei un figurone nei panni di BRIAN axelMOLOKO cantante dei PLACEBO, a saperlo prima potevo giocarmi il travestimento per il recente HALLOWEEN….
detto questo segnalo la nuova recensione nella sezione CINEMA…è il turno di LEZIONE VENTUNO…
3 novembre 2008 @ 22:54
Per un buon 70% in disaccordo con il buon Jesus.
Album che secondo me, per ricchezza di contenuti, melodie, emozioni, capacità di evocare immagini e sogni, si pone solo sottilmente sotto al pilastro Silent.
Biko e Signs i pezzi forte di questa terza uscita.
D’altronde i Bloc danno il meglio di se rievocandosi.
4 novembre 2008 @ 03:19
Troppo indulgente.
Disco fuffa dell’anno.
4 novembre 2008 @ 12:40
Per me né troppo né poco indulgente, giusto: mi spiace dirlo perché i primi due dei Bloc Party mi sono piaciuti molto (e più “A Weekend” che “Silent Alarm”) e il gruppo mi sta molto simpatico, ma ’sto disco é insipido.
4 novembre 2008 @ 15:50
Credo che questo sia tra i peggiori dischi dell’anno.
8 dicembre 2008 @ 23:40
quoto…..
kele okerele venera troppo se stesso…