LEZIONE VENTUNO DI ALESSANDRO BARICCO

 
 
3 novembre 2008
 

Gli allievi di un eccentrico docente universitario, il prof. Mondrian Kilroy, cercano di ricostruire la sua lezione più illuminante, conosciuta come Lezione Ventuno, dedicata alla giusta valutazione della “Nona Sinfonia” di Beethoven. Tutto incomincia nel 1831, con un violinista morto assiderato in mezzo alla neve, mentre stringe ancora tra le dita l’archetto del suo strumento…

Una distesa innevata è tutto quello che riesce a contenere il talento esplosivo di un genio, seppur in declino, il suo testamento supremo, la sua opera immortale. Alessandro Baricco, alla sua prima fatica cinematografica, cerca di tradurre in immagini il suo stile di scrittura seducente e pirotecnico e di portare sullo schermo il mondo affascinante di personaggi al limite della realtà, indimenticabili, che giocano sul filo della storia e non indugia nemmeno di fronte alla tentazione di mettere al centro del suo film, la Nona Sinfonia di Beethoven, smontandone il mito pezzo per pezzo, distruggendo in un intenso ed impegnativo corpo a corpo –iconoclastia allo stato puro- la figura del compositore viennese. Per comprendere l’aspirazione di questo film, forse bisognerebbe ricorrere ad un’immagine contenuta nel suo capolavoro narrativo, “Oceano Mare”: quella del pittore che di fronte alla superficie increspata dell’ oceano davanti al suo cavalletto, si propone l’impresa ardita e struggente di dipingerne l’essenza utilizzando, al posto di semplice tempera o acquerello, solo acqua di mare. E così Lezione Ventuno diventa un film su Beethoven usando la sua musica, mettendo in scena i suoi contemporanei, i suoi limiti, i movimenti della Sinfonia, mostrandone l’esecuzione in un luogo perfetto e purissimo, nella neve, al riparo dal vento, tra i fuochi d’artificio della creazione e il volo rivelatore degli uccelli.

Prelevando il personaggio del geniale accademico Mondrian Kilroy, interpretato da John Hurt, direttamente dalle pagine di “City”, dove era impegnato nello studio degli oggetti curvi, Baricco ne fa il filo conduttore del suo film: un professore così originale da diventare una sorta di leggenda per gli studenti, anche dopo il ritiro dall’insegnamento, ricordato con piacere e stupore per l’arditezza delle sue lezioni. In particolare quelle in cui cercava di riportare alla giusta considerazione le opere storicamente sopravvalutate, su tutte il memorabile “Inno alla Gioia”. E a questo punto della narrazione, il film ci porta in un luogo altro, a sei anni di distanza da quel 7 maggio 1824 in cui la Sinfonia venne presentata al pubblico viennese, in un universo montano popolato di strani e conturbanti personaggi, pieni di valenze simboliche, che altri non sono che i protagonisti della lezione stessa del professor Kilroy. Tra questi, un violinista (Noah Taylor), profondo ammiratore della musica del Ludovico Van, che sarà costretto a rivedere la sua infatuazione e ad ammettere che l’opera più famosa del suo maestro non è altro che l’ultimo sussulto di un artista in declino, abbandonato da tutti, afflitto dalla sordità, tentato dal suicidio. L’Inno alla Gioia si trasforma, così, secondo la tesi di Kilroy, prima in una sfida al mondo che aveva innalzato Beethoven fino all’Olimpo del Genio, per poi dimenticarlo troppo in fretta e successivamente in un sogno irrealizzabile. Quello di voler godere ancora una volta di quel attimo unico ed eterno che è l’incontro con la Bellezza, sola ricompensa della effimera esistenza umana, a cui però, la vecchiaia ormai non può più aspirare. E’ il sogno di un vecchio che sa di aver perso tutto, che ha sperimentato fino in fondo il vuoto esistenziale e si consegna alla storia con una musica che già appariva, al di là delle cronache celebrative dell’epoca e delle sue ambizioni, superata e stantia.

Durante tutta la visione di “Lezione Ventuno”, prevale la sensazione di assistere ad un film che vorrebbe, sopra ogni cosa, incantare e provocare stupore nel suo spettatore, ma con una tale programmaticità da scadere nel più totale autocompiacimento, come se si ammirasse, con la coda dell’occhio, in un specchio. I trucchi da videoarte utilizzati nelle scene musicali, i siparietti dei musicisti contemporanei di Beethoven che gozzovigliano davanti alla camera, parlando del compositore in una sorta di reportage d’epoca, le continue simbologie, il finale inutilmente didascalico e pretenzioso, finiscono per irritare più che per creare una reale partecipazione o una qualsiasi emozione. Si rimane freddi proprio come quando si legge un suo libro, vinti dalla sensazione che ci sia sempre troppo consumato mestiere e poco cuore, solo che il sospetto della maniera nel film non è neppure scalfito dalla padronanza di una tecnica superba e ci si ritrova smarriti di fronte ad un’occasione sprecata. L’unico momento veramente emozionante è l’esplosione del Finale della Sinfonia, eseguita nella neve notturna, come se dopo tante (inutili?) parole, solo la potenza della musica riuscisse veramente a rendere giustizia a se stessa e al suo compositore, stracciando ironicamente tutto quanto il film di Baricco aveva cercato vanamente di affermare.

Locandina
Titolo originale: Lezione Ventuno
Regia: Alessandro Baricco
Sceneggiatura: Alessandro Baricco
Fotografia: Gherardo Ghossi
Montaggio: Giorgio Franchini
Interpreti: John Hurt, Noah Taylor, Leonor Watling, Clive Russell, Rasmus Hardiker, Clive Riche, Phyllida Law, Natalia Lena, Chiara Paoli
Musica: Mario Brunello
Nazione: Regno Unito/Italia
Anno: 2008
Durata: ‘92
Distribuzione:

1 Comment

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Opinabile. D’accordo con il finale interminabile alla signore degli anelli, ma il film comunque presenta ottimi spunti capaci di emozionare chi è disposto al patto narrativo con lo scrittore nella veste di regista. Se non si riesce a entrare in quel mondo costruito sulla precaria quanto innocente ma indispensabile neve, e a mettersi alla distanza ragionata di “54 passi” non si possono ascoltare le note così come il compositore le ha volute, per dare un giudizio che solo allora può essere realmente positivo o negativo. Come per la nona, si rischia di sopravvalutare le cose del migliore e sottovalutare le cose del principiante, mascherandosi dietro clichè e stereotipi che la nostra personale storia cinematografica ci ha portato ad accumulare.
Io lo metterei tra quei film senz’altro non-capolavori, ma che devono essere guardati con gli occhi dello stupore di un bambino che vede per la prima volta i fuochi.

 

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