TOP TEN ALBUM 2008 di Just

29 dicembre 2008
Indie Top Ten, settima posizione

#10) Tyler RamseyA Long Dream About Swimming Across the Sea (Music Allies)

Se dovevate comprare un solo disco di folk quest’anno, forse è il caso di lasciar perdere tutto e portarsi a casa solo l’ultima fatica di Tyler Ramsey. Dipinte con i colori dell’autunno, 12 canzoni sospese tra veglia e sogno come dichiara onestamente il titolo. Uno di quei dischi che fà sembrare tutte le cose al loro posto, lontane magari, ma proprio come le avevate lasciate. Esattamente come dovevano stare. Colonna sonora indispensabile per rovistare nella scricchiolante soffitta del passato.

Indie Top Ten, terza posizione
REVIEW ON IFB

#9) M83Saturdays=Youth (Mute)

C’è sempre un millisecondo perfetto in ogni notte, una frazione di istante in cui l’universo smette di precipitarti addosso casualmente e quel caleidoscopio delle luci, dei suoni, la luna e le stelle, tutto triangola in un immagine perfetta. Si ferma anche la polvere cosmica. Non lo puoi raccontare, ma lo puoi sentire. Nella musica degli M83. E potresti ballare tutta la notte, vibrando con l’universo. Altro centro per i due chef francesi che impastano con la consueta maestria shoegaze e elettronica. Se una supernova fosse una discoteca suonerebbe solo M83.

Indie Top Ten, terza posizione

#8) OpethWatershed (Roadrunner Records)

Musica piuttosto estrema se vogliamo ma il punto è: come mai che sti nordici metallari producono 1500 idee al secondo mentre sulla stampa mi devo sentire osannare qua e là un miliardo di gruppi le cui massime differenze creative stanno nel taglio di capelli o nel colore delle scarpe? Va bene il minimalismo, passi il low profile, cerchiamo la tendenza, ma ogni tanto bisognerà pure ricordare cosa significa arrangiare e scrivere musica. Gli Opeth lo fanno nella maniera più strutturata e estrema possibile. Quindi preparativi ad oscillare tra delle ballate goticamente austere, gelide quanto delicate, fino alle potenti impennate trascinate da riff mai meno che furiosi. Prog Metal con le maiuscole, raro connubio di violenza brutale, melodia pura e geniali alterazioni progressive mai gratuite o didascaliche (frecciata inevitabile ai Dream Theater recenti, mi spiace). Monolitico e barocco, nel senso più artistico del termine.

Indie Top Ten, terza posizione
REVIEW ON IFB

#7) MoltheniI Segreti Del Corallo (La Tempesta Dischi)

Devo essere onesto, a due anni di distanza non era facile dare un seguito riuscito ad un disco centrato come “Toilette Memoria”. C’è qualcosa di totalmente disarmante nella musica di Moltheni. Dolcemente doloroso, come ritrovare troppo tardi qualcosa che credevi davvero di aver perso. Morbidamente tagliente come il sorriso di un bambino quando pensavi di aver capito, proprio tutto, da un pezzo.
Arrangiamenti semplici ma impeccabili, e quel piano elettrico o qualsiasi cosa sia…Moltheni ha maturato ormai un suono personalissimo. Sicuramente una lezione di stile se vogliamo, alle troppe produzioni che ormai scimmiottano i soliti suoni esteri. Compratelo, l’italia ha disperato bisogno di dignità. Anche nella musica.

Indie Top Ten, terza posizione
REVIEW ON IFB

#6) Okkervil RiverThe Stand-Ins (Jagjaguwar)

Che ci posso fare. Me li sono visti crescere a dismisura, ma è un amore che ho sempre professato anche quando non è che la band di Will Sheff facesse girare la testa proprio a tutti. Ho sempre la sensazione che ad un certo punto subentrerà il mestiere a scapito della spontaneità. Può darsi, ma non oggi, non ancora. Deve essere una questione alchemica, tant’è per certi versi gli Okkervil River mi fanno pensare a Springsteen e la E-Street Band: si ok, possono farlo tutti, ma quando lo facciamo noi è diverso. Funzionerà. E così anche “Stand-Ins” non perde un colpo. Bisogna arrendersi all’evidenza. Ah…e se non li avete ancora visti dal vivo, siete completamente pazzi.

Indie Top Ten, ottava posizione

#5) Guns N’ RosesChinese Democracy (Geffen)

Quel piccolo pezzo di merda di Axl Rose mi ha fregato. Come l’amico che vi ha fregato la ragazza, che non avreste voluto avere più niente a che farci. Punto, fine, kaput. Chi l’ha capito prima, chi dopo, chi lo farà poi, ma mandare a puttane la band che sia avviava a diventare culturalmente (anche immeritatamente se vogliamo ma questa è un’altra storia) i Led Zeppelin degli anni ‘90 è una cosa che manco a mia madre perdonerei. Iperprodotto, lecitamente barocco come solo certe epiche produzioni dei Queen potevano permettersi, piacevolmente disorientante nella sua frammentarietà, epocale senza dubbio non per quello che è ma per quello che rappresenta. Un bel punto fermo. Lasciate perdere le chiacchiere futili su come si dovrebbe chiamare o non chiamare sta band. Fondamentalmente “Chinese Democracy” è la pietra tombale sopra quella roba imbarazzante che hanno tentato di venderci per rock appicicandoci accanto la parola garage. Strada sbagliata, completamente, tutto da rifare. Dimostrato con un disco solo. Grasse risate giuro, non si può mettere in mano una chitarra e un distorsore ad un cretinetto qualsiasi e farlo saltellare intorno che è rock. E pace fatta. Rimani uno stronzo, ma grazie Mr. William Bailey Rose Jr, al secolo Axl. Ok, ora vediamo, se qualcuno tira fuori ste palle o dobbiamo continuare così con ste minestrine.

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#4) Death Cab For CutieNarrow Stairs (Atlantic)

Sulla chimica delle musica dei Death Cab For Cutie potrei arrovellarmi all’infinito. Ma in questo 2008 basta, getto la spugna, Ben Gibbard e soci sono ufficialmente i maghi della decostruzione. Perfino stavolta con “I Will Possess Your Heart”, forti di una consapevolezza maturata su dischi ridicolmente perfetti come “Transatlanticism”, si sbilanciano anche a farci vedere come. Smontano e mischiano i pezzi. Tanto gli altri non ci riusciranno. 8 minuti e 35 ed è ancora assolutamente pop. I pezzi sono quelli ma guarda, li posso mettere dove, come e quanto voglio. E il mio giocattolo perfetto funzionerà ancora. Cose da Radiohead.
“Narrow Stairs” è anche incidentalmente il disco più rock realizzato fin ora dai Death Cab, fategli fare qualche giro di riscaldamento, entrateci dentro. Difficilmente ne verrete fuori. E, colpo di scena, caso rarissimo di band dai trascorsi live piuttosto zoppicanti oggi completamente trasformata. Visti luglio scorso, sicuramente tra i 3 migliori live dell’anno. E non è che ne ho visti pochi.

Indie Top Ten, sesta posizione

#3) Hans Zimmer & James Newton HowardThe Dark Knight (Warner Music)

In mezzo ai soliti discorsi triti, al qualunquismo musicale, l’universo ci serba ancora delle sorprese. Mai mi sarei immaginato a infilare una colonna sonora tra i 10 dischi da avere in questo 2008. E cosa c’è di più figo di sorprendere se stessi? liquiderò subito il lato puramente filmico della faccenda dicendo semplicemente che questo lavorone a due mani di Zimmer e Newton Howard farebbe funzionare l’omonimo film anche da muto. Amen.
Diciamolo subito questo monumento musicale di 122 minuti praticamente ininterrotti, è probabilmente la colonna sonora più rock concettualmente, che si sia vista nell’ultimo decennio. Almeno. All’occorrenza perfino archi e chitarre industriali convivono alla perfezione, che a tratti viene da chiedersi a cosa verrebbe fuori se Trent Reznor mettesse mano ad una colonna sonora di tipo sinfonico.
Piuttosto che essere un insieme frammentato di motivi che oscillano tra varie atmosfere, come le esigenze filmiche richiedono per le colonne sonore, Zimmer e Newton Howard riescono a costruire un opera incredibilmente coesa e continuativa. Quasi un unico lungo brano, oscuro, denso e colloso nelle dinamiche solenni. Un autentico viaggio nella notte. Il risultato è una sorta di oscillante tensione constante, come il respiro sulla fiamma di un gigantesco mantice. Monumentale.

Indie Top Ten, settima posizione

#2) MetallicaDeath Magnetic (Warner Music)

Album dedicato a chi non crede più ai miracoli. Pentitevi blasfemi e peccatori. Non so quale forza ancestrale e primeva sia tornata a soffiare e da dove, nei cuori dello storico quartetto (cambi di formazione compresi) di Los Angeles. Se vogliamo razionalizzare, la dipartita di Bob Rock e l’arrivo di Rick Rubin alla produzione ha sicuramente avuto la sua parte. Ma qui, cazzo diciamolo, quello che brucia è il fuoco sacro che non basta un tizio a spingere bottoni per spiegarselo.
E quindi dopo oltre un decennio non necessariamente del tutto disprezzabile, ma musicalmente ahimè generalmente opaco, Hetfield e soci tirano fuori la testa dalla sabbia e tornano a suonare con una convinzione e uno slancio assolutamente spaventosi. Ho visto indieboys accartocciarsi sotto i tavolini in posizione fetale piagnucolando, sotto le plettrate di “The Judas Kiss”. Dopo oltre un ventennio di carriera i Metallica arrivano a reinventarsi, sconfinando perfino nel prog, con 10 pezzi che infatti oscillano sempre tra i 7 e 10 minuti. Un orgia di riff spettacolari che nel dubbio, per chi ce l’avesse, consacrano definitivamente Hammet e Hetfield nell’olimpo degli eroi del bicorde assieme a Toni Iommi.
Giocano con i tempi e cambi senza perdere un colpo, frustano riff stoppati a testa bassa, Ulrich pedala di brutto manco fosse al Tour de France. Onestamente, i Metallica tornano a fare paura. Grazie Gesù, o chi ne fà le veci, questi giorni.

Indie Top Ten, sesta posizione
REVIEW ON IFB

#1) Nine Inch NailsGhosts (The Null Corporation)

Di nuovo. Ma non come chiunque avrebbe potuto pronosticare lo scorso anno. Colpi di genio in casa Nine Inch Nails non sono una novità, ma 36 frammenti strumentali di un quadro impossibile da ricomporre, decisamente hanno preso l’universo in contropiede. E’ il viaggio di Reznor che segue 36 spettri, di idee, sensazioni, frammenti, raccolti liberamente senza doversi piegare alla logica coercitiva della forma canzone. Ne esce fuori un lavoro che difficilmente non affascina anche al primo ascolto. Con le sue non-canzoni “Ghosts I-IV” è lo spazio tra le cose, il buio che definisce la luce tra le fessure, la forma delle cose senza le cose. Labirintica colonna sonora in un macrouniverso tutto interiore. Qualsiasi suono possa passare per un cavo viene fagocitato, come attraverso un cordone ombelicale, filtrato dall’ apparato Nine Inch Nails e restituito in 110 minuti di musica. Una sorta di fotosintesi al negativo, alimentata dal buio della mente di Reznor. Album formalmente inclassificabile, astratto, psichedelico, etereo, criminoso volerlo racchiudere in parole. Fantasmi, l’unico nome possibile.
In ogni caso consegnato alla storia come il primo album realizzato interamente sotto licenza Creative Commons. Con tutto quello che può implicare e significare.

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