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#10) Samuel Katarro – Beach Party (Mute)
Il ragazzo in questione ha talento da vendere e “Beach Party”, suo esordio discografico, ne è la conferma.
La sua tecnica chitarristica di notevole livello, si sposa benissimo con la voce in falsetto, con la quale ci racconta personalissime storie di pura alienazione cittadina stile ventunesimo secolo. Il suo blues, tanto grezzo e genuino, quanto onirico, ci traghetta in una Pistoia post-nucleare, fumosa come i suoi arrangiamenti, che tanto devono al mentore Robert Johnson.
Ok, il pupo dovrà ancora crescere, ma personalmente lo ritengo una nuova stella nel panorama indie italiano.
Spazio agli emergenti.
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#9) Black Rebel Motorcycle Club – The Effects Of 333 (B-Unique)
Personalmente ho sempre considerato i B.R.M.C. tra gli esponenti contemporanei più validi in ambito indie-alternative, portatori indiscussi del sacro verbo del rock, nonché possessori di uno dei nomi più ‘fichi’ (passatemi il termine) tra le band odierne.
Il loro sound è essenziale, senza fronzoli, sia quando navigano in acque blues/gospel, del precedente “Howl” sia quando scaldano le valvole dei loro amplificatori, per regalarci un sunto di potenza come in “Baby 81” sia quando inspiegabilmente approdano su territori dark-ambient a loro fin’ora sconosciuti, come nell’ultimo lavoro “The Effects Of 333”. Un disco spiazzante, che nessuno si sarebbe aspettato dai ‘Ribelli Neri’ eppure eccolo qua, dove lunghi droni circolari la fanno da padrone, dove qualche accenno di chitarra si fa comunque sentire e quando esce fuori, lo fa regalandoci atmosfere rarefatte e sognanti. “The Effects Of 333” publicato al di fuori della Island loro etichetta, è esempio lampante di come i B.R.M.C. al di là delle logiche di mercato, ci e si regalano attimi di pura sperimentazione.
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#8) The Mars Volta – Bedlam in Goliath (Umvd)
Ho sempre apprezzato e rispettato le fatiche discografiche di Omar Rodriguez e soci, anche quando (vedi “Amputechture”) la critica gli si scagliava contro, accusandoli di mettere sempre troppa carne al fuoco per poi farla bruciare.
Il mio giudizio su “Bedlam in Goliath” non può che essere positivo, forse viziato dallo straripante live milanese, a cui ho avuto l’onore di assistere, forse perché quando si parla di rock-progressive e psichedelia drizzo le antenne…fatto sta che in quest’ultimo lavoro i californiani in questione hanno dato una sterzata al proprio modo di arrangiare i pezzi, rendendoli sicuramente meno barocchi del solito, forse con un piglio più metal, ma che decisamente rimangono sempre e comunque una spalla sopra la media.
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#7) Black Mountain - In The Future (Jagjaguwar)
I Black Mountain mi hanno sempre colpito soprattutto per il loro atteggiamento retrò che usano nell’arrangiamento dei pezzi.
Se la base rimane quella hard-rock in pieno stile ‘70 con venature acide, in “In The Future” le tonalità diventano quasi epiche e maestose,con straordinarie capacità evocative. Le dieci tracce non c’hanno messo molto a colpirmi,complice il fatto che venivo fresco fresco dall’ascolto di quel piccolo gioiello che era il loro primo lavoro “Black Mountain” con il quale (meglio tardi che mai) li ho conosciuti. Sicuramente i suddetti canadesi non inventano nulla di nuovo,ma davanti ad un sound Rock (con la erre maiuscola) cosi limpido e naturale, non posso far altro che alzare il volume dello stereo.
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#6) Marta Sui Tubi - Suschi E Coca (Tamburi Usati)
Con ben tre dischi all’attivo e una popolarità sempre più in ascesa, i Marta Sui Tubi sono non più una giovane promessa della scena cosidetta ‘alternativa’ italiana, ma una realtà ormai consolidatà di cui si parla già da tempo. Le loro composizioni hanno il pregio di essere tanto dirette anche al fruitore più inesperto,quanto ricche di suggestioni e sfumature, cosi da farsi apprezzare anche da orecchie più allenate. ”Sushi E Coca” nasconde in se proprio questo enorme potenziale. I testi di Giovanni Gulino, viaggiano tra poesia e racconti di vita quotidiana,mentre gli arrangiamenti, su tutti la chitarra di Carmelo Pipitone, sono piccole perle stilistiche, a cavallo tra prog italiano stile Area in salsa punk e melodie folkeggianti.
Insomma per quanto mi riguarda, promossi anche questa volta.
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#5) TV On The Radio – Dear Science (Interscope)
Giunti al terzo disco i newyorkesi Tv on The Radio sono ormai considerati pietre miliari, nonché massimi esponenti, nella scena alternative rock internazionale. ”Dear Science” targato settembre 2008, continua sul filone sperimentale che da sempre contraddistingue la band. Nel loro sound si fondono, come in una perfetta alchimia rock-funk-hip hop-elettronica, con arrangiamenti di fiati, che questa volta imboccano strade soul. Fin dal primo ascolto, mi ha colpito la perfezione con la quale i diversi stili ed influenze si amalgamano in una densa pasta sonora, che rasenta la perfezione stilistica,simbolo di grande tecnica e specchio di nuovi orizzonti futuri per la black music.
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#4) Bon Iver - For Emma, Forever Ago (Jagjaguwar)
Quando ho ascoltato per la prima volta “Pink Moon” di Nick Drake sono rimasto letteralmente ammutolito nonché estasiato, dall’immenso potere incantatorio che quella voce come velluto e quella chitarra cosi scarna ma impagabilmente magica, mi hanno trasmesso.
Se pur con le dovute distanze,allo stesso modo però ”For Emma Forever Ago” album d’esordio del giovane songwriter Justin Vernon in arte Bon Iver, mi ha catapultato proprio verso quei lidi emozionali, dove il folk più intimista incontra la poesia allo stato puro, dove la neve ed il silenzio delle montagne del Wisconsin, diventano improvvisamente il mezzo per l’espiazione di tutti i propri peccati.
Sarà forse l’inverno,con la sua propensione all’intimismo, o forse le note melanconiche del suddetto, fatto sta che questo disco arriva dritto al cuore di chi l’ascolta.
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#3) Dead Meadow – Old Growth (Matador)
“Old Growth” è a parer mio, l’album della maturità stilistica dei Dead Meadow.
Si intuisce fin dai primi ascolti infatti che la band di Washington District ha finalmente dato alla luce una sorta di antologia del proprio sound, diviso come sempre tra stoner e psichedelia, questa volta però con striature acid folk che di fatto allegeriscono il muro sonoro e le lunghe, lunghissime scie lisergiche a cui ci avevano abituati.
La matrice blues stonereccia,riallaccia il discorso con l’esordiente “Feathers”, disco che personalmente ho amato tantissimo, facendomi cadere nell’universo ovattato della loro musica. Che sia chiaro non è che qui le derive psichiche di questi stralunati ragazzotti statunitensi, non siano presenti, è solo che sono riusciti a mettere a bada l’istinto senza però scadere nella banalità.
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#2) The Black Angels – Directions To See A Ghost (Light In The Attic)
Ero molto combattuto su quale album mettere nella primissima posizione della mia top ten, non svelandovi ora la mia scelta finale, vi racconterò perchè “Directions To See A Ghost” è comunque, se non il primo in assoluto , uno dei dischi che a mio modestissimo parere merita numerose lodi, almeno in questo travagliato 2008.
In verità non sono molte le argomentazioni che posso darvi, forse perché i Black Angels sono un gruppo che stimo, punto e basta e lo faccio perché li reputo tra le poche band che dal vivo (cosa fondamentale) sanno regalare la vera esserza della loro arte. Come già ho scritto su IFB i texani in questione sono portatori sani di psichedelia, il loro sound fluido ti cade addosso come una coperta,ti avvolge nel vero senso della parola. Gli intarsi di chitarra legandosi con una sezione ritmica scarna e quasi tribale, creano una densa spirale sonora, dove inprovvisi muri sonori e colpi di timpani sono gli unici punti fermi in una vera e propria colata magmatica.
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#1) Melvins – Nude With Boots (Ipecac)
In tempi difficili come quelli che viviamo, dove tutto è il contrario di tutto, dove il confine tra verità e menzogna è sempre più sottile, dove le persone e le azioni da esse svolte si misurano soltanto in base al profitto cui è possibile ricavarne; la cosa che più di tutte va premiata a mio parere, in un singolo individuo cosi come in una band, è decisamente la coerenza con le proprie idee, abbinata ad una buona dose di sostanza.
I Melvins, miei cari, sono l’incarnazione musicale di queste due semplici regole, che dovrebbero governare l’attuale mercato discografico, ma che invece non sembrano essere di gran moda attualmente.
Durante la loro pluri decennale carriera King Buzzo e company sono sempre andati dritti per la loro strada, passando per vari generi, prestigiose collaborazioni, successi e insuccessi discografici, ma pur sempre rimanendo integri, sia nel sound granitico,inossidabile,sperimentale,come nell’attegiamento,volutamente fouri da schemi e mode imposte. Un plauso speciale va fatto a quel mattacchione di Mike Patton e la sua Ipecac Records, che attualmente ha prodotto “Nude With Boots”, efficentissima sintesi Melvinsiana, dove il math-rock, si sposa perfettamente con lo stoner. La miscela ultra esposiva, sprigionata nel disco, vuole ribadire per l’ennesima volta,se ce ne fosse bisogno, che i Melvins ci sono e sono sempre più incazzati.
Lunga vita.
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12 gennaio 2009 @ 10:07
questa è la top 10 che mi piace di più al momento.
12 gennaio 2009 @ 11:33
Very rock, nulla da dire.
12 gennaio 2009 @ 12:04
D’accordissimo. Kiss’n'roll