Mettiamo che.
Facciamo lo stesso gioco che fa una splendida Rosario Dawson alla fioca e calcolata luce di una lampada, debole e delicata come il suo cuore malato.
Mettiamo che il cinema di Gabriele Muccino ci piaccia.
Perchè nel vedere “Sette Anime” non si può prescindere da una scelta di campo: il regista romano o piace o non piace, o lo si ama o lo si odia, con una presa di posizione che non ammette repliche.
La sentenza è che il suo secondo lavoro americano è un film da prendere o lasciare.

Muccino infatti forza la mano su tutte quelle che sono le sue caratteristiche, i suoi biglietti da visita, le sue armi conosciute al pubblico, che sempre ne hanno decretato la fortuna commerciale e la scarsa considerazione accademica: il patetismo, la scelta etica e morale, la favola edificante ai limiti della parabola biblica. Al confronto, la facilità  ingenua de La ricerca della felicità  impallidisce: Will Smith non si muove più tra barboni, disoccupati e rifiuti umani, personaggi che sono comunque un prodotto della società ; stavolta si muove tra i malati terminali, i disgraziati a cui la sorte cieca ha giocato un brutto tiro, come Gesù sulle tracce di qualche Lazzaro da resuscitare, purchè la sua vita e la sua bontà  meriti tanto.

Sì, questa volta Gabriele Muccino è andato coscientemente fuori da ogni controllo.
Talmente tanto esagerato che spesso si dimentica addirittura la storia, abbandonando quella linearità  esemplare del suo film precedente, procedendo a flashback, divagando sul corpo del suo attore totem, il divo che diventa il suo scudo quando Hollywood inizia a diventare troppo invadente e rischia di stritolarlo.
Indugia sul suo primo piano (così diverso, così pesante e doloroso nel silenzio, così distante da quei figli d’accademia degli attori italiani), sul suo sguardo verso Rosario Dawson, gli cammina intorno senza lasciargli mai la mano, e cerca di catturarlo standogli vicino: l’impressione è che sia più il regista a dipendere dall’attore, dalla sua arte di sottrazione, che spinge lo spettatore all’interpretazione.

Sì, si può dire che proprio qui Gabriele Muccino abbia deciso di calare la maschera e di non vergognarsi, di sfruttare l’occasione (l’ultima, una tra tante?) di una produzione americana per fare il suo cinema: che lo si ami o lo si odi, lo si apprezzi o lo si invidi, bisognerà  quanto meno riconoscergli il coraggio di essersi mostrato per quello che è.
Muccino ha fatto un film che non mira al cuore, con tutta la retorica ammirevole o deprecabile che gli si riconosce o gli si accusa.
Sette anime è un film sul cuore, letteralmente.
Come organo vitale che smuove, da vita, e si mostra non solo nel suo suono, ma nella sua verità  anatomica.
Eccessi di patetismo, senza dubbio, ma è pur sempre il cinema in cui Muccino crede.
Quello in cui incontrarsi è già  una conquista.

Come ogni regista di melò, a Muccino interessano solo le scene madri, quelle in cui lo spettatore non può far altro che decidere di perdersi oppure restare scettico, abbandonarsi alla messa in scena (labbra che si sfiorano, poche note di pianoforte, un destino infelice segnato sin dalla prima sequenza, che rende ancor più malinconiche quegli attimi che i protagonisti riescono a rubargli) oppure odiare chi lo sottopone ad un inganno così manifesto, così chiaro eppure allo stesso tempo subdolo e fastidioso.

Locandina
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Interpreti: Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Michael Ealy, Barry Pepper
Fotografia: Phillippe Le Sourd
Montaggio: Hughes Winborne
Origine: USA, Italia, 2008
Durata: 123′

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