SAD LOVERS AND GIANTS
Live @ Black Out (Roma, 10/04/2009)

 
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19 maggio 2009
 

Erano sei anni che i Sad Lovers And Giants non suonavano in Italia. Ebbene rieccoli qui, questi inossidabili paladini del post-punk più etereo, sobriamente allegri e, all’apparenza, in gran forma fisica. Dei Sad Lovers originali rimangono il cantante Garçe (dall’aspetto sempre austero ma molto affabile nell’atteggiamento), il chitarrista Tony McGuinness e Nigel Pollard alla batteria (con una t-shirt dei Motorhead -!- che cozza direi violentemente con lo stile della band e con l’atmosfera in generale). Al basso c’è Cliff Silver mentre alle tastiere (ahinoi mixate bassissime durante l’esibizione) li accompagna l’italiano Marco Mullner. Per chi non li conoscesse, I SLAG hanno scritto tra le pagine più belle della musica wave, rimanendo sempre una band di culto mai troppo considerata e citata, una band che oggi forse farebbe fior di quattrini e invece si deve accontentare di una gloria arrivata troppo in ritardo. Per chi non ancora già capito che oltre a Joy Division e Cure c’è anche dell’altro (e quindi vi diciamo Chameleons, Comsat Angels, Sound, Lowlife etc.), beh…possiamo affermare che siamo assolutamente a quei livelli di splendore. Si tratta di una piccola ma intensissima luce avvolta da un’oscurità amica. Un’avventura musicale che conoscono in pochi ma che sarà ricordata per sempre.

In quasi due ore i Tristi Amanti infilano un capolavoro dietro l’altro, senza soluzione di continuità: “On Another Day”, “One Man’s Hell”, “Melting In The Fullness Of Time” (dal loro ultimo album, uscito nel 2002), “Your Skin And Mine”, “Seven Kinds Of Sin”, “Echoplay”, “Sleep Is For Everyone”, “Imagination’, “Cowboys”…fino ad arrivare alle strepitose “Things We Never Did” (dedicata agli sventurati cittadini dell’Abruzzo) e “In Flux”, hit dell’underground darkwave celebrati con danze sfrenate e cori da stadio. La band britannica è tanto matematicamente perfetta nell’approccio agli strumenti, quanto intensamente poetica, grazie a un sound capace di ricreare atmosfere oniriche e quasi ‘escapiste’ (senza però dimenticare mai un certo spleen metropolitano). Garçe, mano a mano che si scende verso il fondo della scaletta, prende sempre più confidenza col pubblico ormai preda dell’incantesimo di questi magici riff, tra i più emozionanti che abbia mai avuto il piacere di ascoltare e fare miei, nel cuore e nei ricordi.

Il meglio che le mie orecchie conigliesche hanno potuto assaporare dal vivo durante questa prima parte del 2009.

 

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