WAY OUT WEST ‘09
DAY TWO @ Göteborg (Svezia, 14/08/2009)

 
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SLOTTSKOGEN PARK
FLAMINGO STAGE: TIMO RAISANEN, BEIRUT, ROBYN, ANTHONY & THE JOHNSONS + GOTEBORGS SYMFONIKER, ARCTIC MONKEYS
AZALEA STAGE: SEUN KUTI & FELA’S EGYPT 80, BAND OF HORSES, WILCO, GLASVEGAS
LINNE STAGE: VIVIAN GIRLS, BON IVER, GRIZZLY BEAR, FLORENCE AND THE MACHINE, LAAKSO, ROYKSOPP, FEVER RAY

CLUB
TRADGAR’N: ECHO & THE BUNNYMEN
ANNEDALSKYRKAN: ANNA VON HAUSSWOLFF, THE IRREPRESSIBLES, ANDREW BIRD
STICKY FINGERS: CRYSTAL ANTLERS, MONOTONIX
PUSTERVIKSBAREN: JESSICE LEA MAYFIELD, THE MORNING BENDERS, VETIVER
KAJSKJUL 8: ANDREAS GERGA, MOFETA & JERRE, PROMOE
PARKEN: CHAIRLFIT, THE BIG PINK
VARLDSKULTURMUSEET: KORNEL KOVACS, EROL ALKAN

Il giorno successivo arriviamo allo Slottskogen Park con un’oretta di anticipo rispetto al live di Bon Iver, in programma alle 14.30. Nel tragitto ci rendiamo conto del posto dove siamo finiti: laghetti ovunque, alberi secolari, migliaia di persone di tutte le età e addetti al Festival di un garbo imbarazzante. Oltretutto, anche il tempo oggi è ci sorride: sole a picco e brezza primaverile. Ne approfittiamo allora per dare un’occhiata ai 3 stage: l’Azalea e il Flamingo, i due palchi principali, sono più o meno delle stesse dimensioni e sono collocati uno di fronte all’altro, mentre il Linné, coperto da un tendone, dovrebbe essere teoricamente lo stage secondario, anche se nel corso dei due giorni ospiterà alcuni tra i live più interessanti di questa edizione. Il fatto che ci siano ‘solo’ 3 palchi e che i concerti non inizino già dal mattino è a nostro avviso un punto a favore per il Way Out rispetto, ad esempio, al Pukkelpop. Per come la vediamo, infatti, è inutile avere 8 o più palchi (tipo Glastonbury, che pure resta ‘IL’ Festival per eccellenza) se poi devi correre da una parte all’altra in continuazione perché ti hanno piazzato i concerti che ti interessano agli stessi orari o giù di lì. Meglio allora avere pochi palchi ma nessun live in contemporanea così da riuscire a vedersi tutto senza troppi affanni. La perlustrazione ante live, prevede anche la scoperta della press area. Che si rivela fuori dal comune, oltre ogni previsione: trattasi infatti nientemeno che del Rotary Club di Goteborg, immerso nel verde del parco sul lago principale, in un edificio stile vittoriano con rete wireless, spazi per lauti spuntini gratuiti, sala stampa, guardaroba, ristorante etnico, bar e pâtisserie.

Al termine di questo simpatico giro di ricognizione, filiamo dritti al Linné Stage, dove manchiamo di poco la fine del live delle divertenti Vivian Girls. Frega niente, perché dopo una decina di minuti sale sul palco Justin Vernon, ovvero Bon Iver, autore secondo noi del miglior disco del 2008, “For Emma, Forever Ago”. In uno stage che più pieno non si può, Bon Iver apre il suo insolito live elettrico con ‘”Flume”, che chitarra acustica o no, resta uno dei pezzi più belli degli ultimi anni. Nel corso del concerto suonerà praticamente tutti i brani del disco, chiudendo con la ‘solita’ meravigliosa “Skinny Love”. Live da brividi, anzi da lacrime.

Appena asciugata l’ultima lacrimuccia, lasciamo il Linnè Stage direzione Flamingo, dove tra poco suonerà uno di quelli per cui abbiamo deciso di arrivare fin qui: Zach ‘Beirut’ Condon. L’eroe incontrastato di Helmut si rivela straordinario anche dal vivo, iniziando le danze balcanico-parigine (Zach suona tromba e chitarra, gli altri membri contrabbasso, trombone, tastiere, violino, basso e batteria) nientemeno che con “Nantes” (da “The Flying Club Cup”) e proseguendo con una serie di classici come “Postcard From Italy”, “Brandeburg” (da “Gulag Orkestar”) e “Elephant Gun” (da “Lon Gisland EP”). Zach, diventato in pochi mesi un bel panzone, sembra un tipo molto tranquillo e, come dire, bonario, il che dà la sensazione che il suo meraviglioso live sia quasi una sorta di retrouvailles ‘tra amici’. Per noi il concerto del Festival. Grandissimo, assolutamente da vedere.

Dopo questa doppietta folkish da mozzare il fiato, Helmut se ne va a vedere i Grizzly Bear al Linné mentre Axel resta in zona Flamingo per i Band Of Horses. I newyorkesi dal vivo sono molto meno ‘barocchi’ e folk che su disco, Daniel Rossen è assai simpatico e per nulla borioso e i pezzi funzionano bene anche in un contesto come quello di un Festival. Peccato essere riusciti a vedere solo l’ultima parte del live, concentrata quasi esclusivamente sui pezzi dell’ultimo “Veckatimest”. Ad ogni modo per loro sufficienza ampia.

Perfetti per la dimensione festival sono invece i Band Of Horses. Barbuti, nascosti dietro ad occhiali da sole e cappelli da cowboy, tatuaggi in bella mostra, chi in canottiera chi in magliettacce, i nostri abbinano un abbigliamento tanto finto-trasandato quanto decisamente ‘rock’ ad una set-list ad uso e consumo della folta platea. “The Funeral”, “Great Salt Lake”, “Our Swords”, “No One’s Gonna Love You”, ogni canzone è un potenziale singolo e viene accolta con battiti di mani, movimenti di braccia e testa, cori sempre più appassionati. In un’ora abbondante sentiamo una dietro l’altra tutte possibili anthem da arena, gli U2 e i Coldplay ovviamente sono su un altro pianeta ma questo rock melodico, così ‘sporco’ eppure così di facile presa, è in grado di aprire a Ben Bridwell e soci scenari fino a qualche anno fa impensabili.
Ci scappa anche un nuovo brano: “Whatever You Want To Be” è Band Of Horses al 100%, perfetta la resa live, di sicuro impatto la prova su disco attesa tra qualche mese.

Finito il live degli americani, saltiamo a piè pari quelli della svedese Robyn e di Florence & The Machine, che tuttavia riusciamo ad ascoltare dalla Vip Area e non pare affatto male (ci sfugge però la motivazione per cui in tutte le foto per la stampa indossi solo capi Burberrys). Dopo un buffet frugale ma di qualità al ristorante, seguito da una paio di birre Falcon ghiacciate, alle 19 precise ci spostiamo nelle prime dell’Azalea, nella spasmodica attesa dell’arrivo di Jeff Tweedy e dei suoi Wilco. Altro giro, altro concerto da 9.

I primi quindici minuti li passiamo ad osservare Jeff Tweedy, personaggio ricco di interesse specialmente per noi che non possiamo definirci grandi conoscitori dei Wilco.
Qualche capello bianco in più, volto profondamente segnato dal tempo, Jeff sta sempre più assumendo le sembianze di quei ‘saggi’ della musica stelle e strisce, per intenderci un Leonard Cohen o un Neil Young. Pochissime parole, movimenti misurati, sguardo concentrato, di tanto in tanto un ‘thank you’ e un sorriso, mai un atteggiamento fuori posto mirato ad accaparrarsi i favori del pubblico. Anzi quando un connazionale da sotto crede di farselo amico urlandogli U.S.A.!!! U.S.A.!!! Jeff sfodera un’espressione stupita freddando lo sbarbatello con un U.S.A.? Ora credi di essere figo?. Insomma il messaggio è chiaro: sul palco si suona e basta, tutte le altre cazzate le lasciamo ai ‘poser’ da strapazzo.
L’esibizione nel complesso scorre alla grande lasciandosi apprezzare soprattutto nelle impennate rock che i due chitarristi dosano con attenzione certosina. E’ qui che si mette in luce un Neils Cline decisamente in forma. Passetti e giravolte stile Keith Richards e svariati smanettamenti in zona effetti-chitarra rubano più volte la scena al sornione Tweedy.
Per quanto ci riguarda i picchi del live sono “Impossible German” e” Jesus Etc.”, ma soprattutto un’aspettata “Via Chicago” lasciata affogare in una coda noise assolutamente travolgente.

Quando Jeff e la sua band si accomiatano dal pubblico in delirio, ci spostiamo senza fretta dalla parte opposta per il live – l’ultimo del suo tour mondiale – di Antony & The Johnsons, per l’occasione accompagnati dall’Orchestra Sinfonica di Goteborg. Avevamo già visto quest’inverno Antony dal vivo e l’impressione è che, seppur dopo centinaia di concerti, l’omone più donna che c’è abbia finalmente superato la sua timidezza nei confronti del pubblico, tanto che al Way Out è risultato essere uno degli artisti più simpatici e divertenti. La musica, complice l’Orchestra, resta invece impregnata di pathos e drammaticità come sempre e in pezzi come “The Cripple and The Stairfish” torna a far capolino la lacrimuccia. La setlist resta più o meno quella del tour invernale, con i classici “You Are My Sister” e “Twilight”, qualcosa meno nota come “Her Eyes are Underneath the Ground” e la bizzarra cover di “Crazy In Love”. Pelle d’oca per una “I Fell In Love With A Dead Boy” di celestiale bellezza, con oltre 20 mila persone in silenziosa adorazione nei confronti dell’inglese.
Concluso uno show ammantato di cotanta celestiale grazia, alle 21.15 è il momento dei Royksopp.

Assistere alla loro esibizione ci sembra d’obbligo anche solo per la possibilità di illustri featuring. Non ci dimentichiamo che i Royksopp si esibiscono in un festival che prevede nel suo cartellone tra gli altri Karin Drejer Anderson aka Fever Ray e Robyn, voci con le quali i due norvegesi hanno in passato realizzato singoli stupefacenti. Le nostre previsioni si riveleranno azzeccate.
Sotto un tendono comprensibilmente affollato, Svein Berge e Torbjørn Brundtland, il primo in una lucente tuta da robot sembra omaggiare i Daft Punk mentre l’altro tutto nascosto dietro un enorme mantello, servono la loro dance-pop farcita di french-touch e italo-disco in un live-set tiratissimo. Se dando un’occhiata al cartellone di questo Way Out 2009 vi siete detti okay tutto fico, ma quando si balla?, beh vi assicuriamo che è bastato assistere ad un’ora di Royksopp oggi e di Basement Jaxx il giorno seguente per soddisfare appieno la nostra voglia di muovere il culo.
“Sparks”, “So Easy” e “Poor Leno” anche senza la comparsata di Erlend Oye (per un po’ ci abbiamo creduto…) ci ricorda che grande capolavoro è stato “Melody A.M.”, tutto il resto invece ci fa rivalutare i deludenti “Junior” e “The Understanding”, dischi che non hanno lasciato il segno ma nei quali, il live ce lo conferma, si celano tuttavia alcune delle migliori produzioni del duo.
“The Girl & The Robot” ti scuote dalla testa ai piedi con quel crescendo di ritmi saltellanti ma soprattutto con la voce e la presenza scenica di Robyn più che mai accolta come l’eroina del festival, mentre “Whatever Else There?” privata del suo ritmo originale risulta perfetta anche se ridotta ad una cantilena glaciale ed ossessiva. E poi anche in questo caso vedersi comparire dal nulla una Fever Ray vestita come una sacerdotessa intenta ad officiare la più orrorifica delle messe sataniche vale da sola la presenza sotto il grande tendone bianco.

Avendo il live dei norvegesi spaccato tremendamente, arriviamo in netto ritardo all’Azalea Stage per i Glasvegas. Poco male, li abbiamo visti meno di tre mesi fa qui a Roma. E, tutto sommato, riusciamo a goderci “Geraldine” e la conclusiva “Daddy’s Gone”. Qui è necessario fare due piccoli appunti, uno al cantante, ancora una volta ubriachissimo (o fattissimo) sul palco, l’altro al popolo svedese, che è parso piuttosto freddino nei confronti dei gruppi inglesi. I sottoscritti, invece, hanno tenuto alta la bandiera brit cantando a squarciagola entrambi i pezzi.

A proposito di brit-rock, subito dopo i Glasvegas sullo stage opposto partono gli headliner di giornata Arctic Monkeys, ovvero l’unica mezza delusione del Way Out insieme ai My Bloody Valentine. Posto che per noi gli Arctic hanno inciso un album da paura (il primo) e per il resto si sono limitati a vivacchiare di discrete canzoncine pop-rock, dal vivo ci saremmo aspettati qualcosa di più che non le pose da rocker di Alex Turner e una scaletta che nella prima mezz’ora minuti non ha incluso neppure uno dei pezzi di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”. Non si può dire che la band di Sheffield sia particolarmente moscia, anzi, però che si limiti a fare il classico ‘compitino’ quello si. E quindi non ci strappiamo affatto le vesti quando, dopo poco più che una ventina di minuti, ci dirigiamo verso il Linné Stage per il live di Karin Dreijer aka Fever Ray.

L’esperienza audio-visiva già ampiamente esplorata con i The Knife (per farvi un’idea recuperatevi il cd+dvd live “The Knife Silent Shout – An Audio Visual Experince”) sembra rivivere questa sera in una forma più elaborata.
Orfana del fratello Olof, ma coadiuvata sempre dal fido Andreas Nilsson, già regista per il duo svedese, Karin Dreijer cura l’aspetto scenografico in ogni minimo particolare. Tutto, dai giochi di illuminazione al fumo, dai turnisti al suo fianco agli oggetti disseminati on-stage, deve creare la giusta cornice di mistero per il suo personaggio.
Su un palco buio e solo a tratti illuminato da gelidi fasci di luce verde blu, emergono allora Fever Ray e i suoi musicisti, creature notturne partorite da un improbabile connubio estetico di tradizione esoteriche e civiltà precolombiane. Le canzoni arrivano alle nostre orecchie in tutta la loro natura elettro-dark, contribuendo a quell’effetto di incubo notturno spaventoso ma al contempo morbosamente affascinante. Tra beat tribaleggianti e sinuosi intrecci di synth abbiamo poi l’occasione di goderci la voce di Karin in tutta la sua algida bellezza, i filtri e le modulazioni tanto care all’artista sono, almeno per questa sera, ridotte al minimo.

Il tempo è tiranno e per non rischiare di perderci Echo & The Bunnymen che suoneranno tutto “Ocean Rain”, lasciamo prima della fine il live di Fever Ray e abbandoniamo lo Slottskogen Park direzione Tradgar Club, enorme locale su due piani che include un’area per i concerti, 4 dancefloor di cui uno all’aperto e pure un piccolo casinò. Proviamo a cercare un bus o un tram che faccia al caso nostro, ma troviamo solo il numero 6, che ci porterebbe a Kortedala, luogo che farebbe troppo Jens Lekman ma che nulla c’azzecca col Tradgar, quindi decidiamo di lasciare 300 corone al tassista (30 euro) e da gran signori ci facciamo lasciare davanti all’ingresso del club. Che, insolitamente, non è gremito come ci aspettavamo, tanto che riusciamo a guadagnare agevolmente la prima fila da dove ci gusteremo uno dei concerti più rock dell’anno.

Tra tutti quelli della sua band – eccezion fatta per alcuni elementi dell’Orchestra Sinfonica di Goteborg, – Ian Mc Culloch è quello che appare, almeno fisicamente, il meno invecchiato. I due chitarristi sembrano rispettivamente Giggi Er Bullo, noto personaggio romano interpretato da Alvaro Vitali, e un impiegato delle poste con un bel parrucchino e una cravatta agghiacciante; il tastierista è una brutta copia di Renato Zero e il bassista, ad occhio il più giovane della band, dà l’impressione di essersi appena fatto in vena.
Nonostante tutto questo “Ocean Rain” scorre che è un piacere. L’orchestra sinfonica accentua la sua anima orchestrale, dando nuova brillantezza ad autentiche perle guitar-pop così perfettamente in bilico tra romanticismo e nostalgia. Sentire dal vivo, arrangiati in quel modo, pezzi come “Silver”, “The Killing Moon”, “Nocturnal Me”, “Crystal Days”, vi assicuriamo è davvero da brividi.
Ian McCulloch intanto è in preda a continue mutazioni, perfetto interprete dei suoi piccoli capolavori quando canta, ubriacone molesto quando gli altri sono intenti ad accordare gli strumenti. Così ad ogni pausa tra una canzone e l’altra trova il tempo di far impazzire il suo assistente chiedendo mille cuba-libre, di infilarsi in incomprensibili botta e risposta con un pubblico divertito nei panni di provocatore, di prendere a calci qualsiasi cosa gli capiti a tiro (un poveraccio in prima fila si becca un ventilatore dritto sul naso).
Conclusa la track-list di “Ocean Rain i Bunnymen” ci regalano un corposo bis recuperando brani anche da “Crocodiles” (“Rescue”) e “Porcupine” (“The Cutter”), svelandoci una canzone nuova (“Think I Need It Too”) e omaggiando i britpopper presenti con “Nothing Lasts Forever” singolo uscito in pieno british rock anni ’90 con il featuring ai cori di Liam Gallagher. Appena terminato l’ultimo pezzo, Ian lascia cadere a terra il microfono e se ne va così, senza salutare ma neppure insultare con quel fare da alcolizzato arrogante che, diciamolo pure, è la quintessenza della popstar british. Ave Ian!

thanx to Niklas Henrikson (Way Out West)

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