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LAMB – Live @ Koko Club (Londra, 23/09/2009)

30 settembre 2009

Genere:

Difficile dire perché ci fosse un’atmosfera così impaziente, nervosa, elettrica al Koko stasera. Il duo (poi trio, poi quartetto, poi nulla) salito sul palco poco prima non aveva lasciato alcun segno. Il folk degli Island Line infatti era stato troppo tenue, scialbo, leggero per poter godere di una qualsivoglia forma di attrito sulla memoria degli astanti. Due chitarre acustiche, una voce e un paio di maracas possono fare molto. Non stasera. Oltre.

And I’m beyond recognition,
gone to some small space in silent stillness,
yet something beats anew

Poche luci velate di un buio coloro rosso, il cosmo infinito sullo schermo in fondo, il silenzio, poi una musica lieve e il blu intenso della deriva delle parole sussurrate da Lou Rhodes mentre il palco si ricopre di ombre e fumo, linee e sostanza.
Il suono che ne esce scivola sul pubblico con la forza di battiti soffusi e “Darkness” riempie l’aria svuotando il senso di attesa che aveva aleggiato nella sala fino a poco prima.
Andy Barlow è un uomo che sorride, un intrattenitore reduce da un aperitivo a Ibiza finito a Londra all’improvviso e senza avere avuto il tempo di cambiarsi d’abito.
Passano i minuti e arriva il tempo degli attimi che si fanno più lunghi, dilatati. E’ l’istante del silenzio alla fine del primo brano, quando il pubblico sembra prendere fiato prima di lasciarsi andare ad applausi e grida d’assenso. Pochi attimi, dicevo, e la percussione sintetica di “Little Things” irrompe senza fragori ma in una progressione ascendente graduale, ovattata. I Lamb sono tornati e lo fanno con una performance naturale, spontanea, a tratti ingenua.

To weather the rain
To weather the snow
To weather the storm

Il basso di Jon Thorne completa una line-up essenziale, dinamica e inerte allo stesso tempo; grinta e rabbia anche negli angoli dove non ti aspetti di trovare che timidezza, indecisione, remissività.
E il risultato è una “Trans Fatty Acid” come non si è mai sentita prima: bassi cupi, metriche rallentate e riverberi come se fosse ancora il 1996 e Manchester fosse Bristol. E invece ora c’è solo Londra e i Lamb tradiscono un’emozione sincera, vera, che fa di “Gabriel”, “What Sound”, “God Bless” un trittico in cui i primi a perdersi sono i protagonisti stessi. Divertente la scena in cui Lou, quintessenza del concetto di english rose così eterea eppure dolcemente terrena nella sua timidezza, sbaglia brano e parte di nuovo con “Gabriel” dopo averla cantata solo pochi minuti prima.

Wanna stay right here
till the end of time
till the earth stops turning

Le sue risa sono sincere e il fragore di mani che applaudono incessanti si colora del verde del filmato sullo sfondo: un prato, il cielo, “Gorecki”.
Barlow è ormai un fiume in piena. Si getta sul pubblico e compie un giro quasi completo del locale sulle mani della gente. Rhodes tormenta il vestito mentre la sua voce da una sola dimensione, dall’estensione limitata eppure perfetta per i Lamb, scuote gli ultimi minuti di un concerto memorabile, intenso e vibrante come raramente se ne vedono. I bis sono: “Lullaby”, “Bonfire” e “Cotton Wool”. L’aria fuori è ancora calda, le luci del mercoledi riflettono i colori sulla strada bagnata e perdono forza tra le macchine e i passi veloci verso casa.

Like blue skies, green eyes and our babies growing
Like rainbows, fresh snow and the smell of summer
We forget to live

Foto Thanx to Simon Pollock.

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