SOPHIA – Live @ MusicDrome (Milano, 07/10/2009)

4 novembre 2009

Alzi la mano chi non ha mai mandato a quel paese una bella storia d’amore? Chi non ha mai rovinato tutto per gelosia, possessività e un pizzico di paranoia? Bene, anzi, male, non ne vedo molte…e immagino ci sia anche chi non ha ancora superato la depressione che coglie subito dopo, la sensazione di essere degli emeriti c… Allora forse vi conviene provare ad ascoltare l’ultimo disco dei Sophia, perché proprio da questa deprimente, e molto comune, esperienza prende le mosse. E a giudicare dalla qualità di alcune composizioni la catarsi giova. Certo, non tutto è perfetto, in quel disco, ma il concerto che l’altra sera il signor Sophia, al secolo Robin Proper-Sheperd, ci ha regalato, ce l’ha mostrato in perfetta salute, fisica e mentale direi.

C’è una forma di compensazione, tra la tristezza e lo struggimento che le sue composizioni trasmettono e descrivono, ed il suo personaggio, che sul palco si dimostra, invece, allegro e chiacchierone. Racconta e scherza, ci spiega come sono nate certe canzoni, da quali occasioni hanno tratto forza e ispirazione per parlare di esperienze certamente non meno che dolorose e angoscianti. Di ’sadcore’ infatti si parla, non indie-pop o altra musica dolce e spensierata. Dolcezza ce n’è tanta però, e per portarla sul palco ci sono ben tre violini e una viola, un quartetto d’archi, insomma, che verso la fine della serata, dopo quasi due ore di concerto, lo accompagna nei bis, solo alla chitarra acustica, a raccontarci le ultime tristi esperienze.

Nel mezzo ci sono le canzoni dell’ultimo album alternate con generosità a vecchie perle, e così, dopo una grande partenza con “The Sea”, magnificamente resa al pianoforte e chitarra, e “Swept Back”, scorrono “Signs”, “Something”, “Dreaming”, la stupenda “Storm Clouds”, e poi altri ripescaggi dal passato, ormai troppo ricco per poter essere ripercorso in maniera esauriente. Si alternano allora momenti lenti e ai limiti dell’udibile, dove le corde della chitarra acustica cercano in solitudine di arrivare al pubblico, abbastanza numeroso e senza alcun dubbio rapito, ad altri, dove i nove musicisti sul palco danno il massimo e raggiungono momenti di una ricchezza sonora e di una intensità notevoli, che dal vivo assumono una capacità di coinvolgimento ben maggiore rispetto al disco.

È naturale, avere davanti agli occhi otto persone che scrutano con attenzione i movimenti del loro ‘vate’ per cogliere il gesto che fa partire impennate di archi o corse sui tasti del pianoforte elettrico, fa capire quanto sia vero parlare non di un gruppo ma di un collettivo, che ruota certamente attorno alla figura di Robin ma che si basa, con altrettanta necessità, sugli altri musicisti, sulla capacità di muoversi in perfetta sintonia per creare momenti di grande intensità. Anche se forse non tutti i presenti si sono rivelati di livello adeguato, a dire il vero, come dimostrano alcune false partenze e qualche piccolo fuori tempo.

Ma non importa, quando a finire la scaletta prima dei bis arriva l’amata “The River Song”, si raggiungono punte di sinergia tra tutti i presenti, gruppo sul palco e pubblico in sala, che applaude e lo richiama a gran voce. Inevitabile quindi che si conceda per due bis, contento di aver raggiunto un rapporto col suo pubblico di amore e passione. Mal comune mezzo gaudio? Può essere…

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