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FAUSTO ROSSI – Live @ Circolo Degli Artisti (Roma, 03/11/2009)

16 novembre 2009

Genere:

Lo dico fuori dai denti: Fausto Rossi è il più grande cantautore che le nostre desolate lande abbiano mai avuto. Ogni suo disco è un pugno nello stomaco, una lucida istantanea sulla realtà odierna, piena di ipocrisia, assuefazione e cinico disincanto. Una sintesi straordinaria tra il post punk, il kraut rock, le riflessioni berlinesi di Bowie, il lucidi bagliori di Dylan e le affilate requisitorie di Lennon. Un personaggio che fatichi a collocare in una categoria di esseri, perché non si è mai omologato, non si è mai compromesso, ma ha sempre servito l’arte, nudo e crudo, mostrando la sua anima in maniera così schietta e trasparente da suscitare riverenza e rispetto ma anche una buona dose di imbarazzo nei confronti di chi vuole ascoltare ciò che dice attraverso il ribollente magma sonoro della sua musica. Fausto Rossi è così come lo vedi: fragile, schietto, cinico, lucido e disincantato. In una parola: Umano.

Facile quindi aspettarsi di tutto in una serata come quella del 03/11/2009, nella raccolta ed intima cornice del Circolo degli Artisti. L’artista arriva tardi, alle 23 circa, dopo il reading intenso di uno dei suoi discepoli, Emidio Clementi (che purtroppo il sottoscritto si è perso, preferendo l’arte musicale di Fausto, non me ne voglia l’immenso Emidio) esclamando: cazzo è tardi, che ore sono? Ah le undici. Vi fidate del tempo? Cazzi vostri, dando il via ad uno spettacolo nello spettacolo. Le canzoni, scarne, desolate, intrise di blues dell’ultimo disco di Fausto, “Becoming Visible”, si susseguono senza soluzione di continuità, a volte intervallate da aneddoti esilaranti (Alle otto del mattino, mi alzo e vado a pisciare. Mentre lo faccio non posso fare a meno di provare un senso di intima soddisfazione nel vedere dalla finestra sfrecciare auto e veder correre queste persone che si recano al lavoro. Poi torno a letto e penso: “cazzi vostri” e mi addormento. Non c’è cosa più bella dell’esser senza soldi. Il denaro ti schiavizza, ci vogliono i soldi per lavorare, pagare l’assicurazione e la benzina. E’ così bello dire: “che cazzo me ne frega, non c’ho una lira!”), altre volte da parole piene di disprezzo e pena per le finte rockstar, in particolare Julian Cope, con quell’aria da finto intellettuale, stivali in pelle, occhiali da sole e cappello da militare, nonché da esilaranti siparietti comici con il cantautore Paolo Zanardi, (quella sera tremendamente somigliante a Telespalla Bob) che lo stuzzica, istigando dapprima una reazione scomposta, poi una riappacificazione ed un divertentissimo scambio di battute.

C’è spazio anche per una bellissima citazione di Artaud, tratta dal libro “Il Testo Drogato”, di Alberto Castoldi: una lucidissima riflessione sulle droghe ed il loro potere di persuasione sulla coscienza umana. Vi sono anche recuperi dal passato recente: le meravigliose “Exit” e “Ora Che Ho Visto” i cui testi acuminati tagliano in due il cuore di chi ascolta, ora attonito, ora estasiato, questo grandissimo artista.
Chi voleva anche “Bastardi” o “L’Erba”, non verrà accontentato, perché lo sciamano ha dato tutto, si è purificato attraverso il blues ed è scomparso nella penombra per poi ricomparire due volte e prendersi gioco dei presenti, dapprima leggendo l’elenco di ciò che l’artista ed il suo staff deve o non deve fare prima di un concerto; poi una seconda volta, accordando e scordando la chitarra, facendo finta di voler eseguire una canzone, per poi posarla a terra e congedarsi in un mare di applausi.
Grazie Fausto, alla prossima volta, o forse alla prossima vita.

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