INTERVISTA CON FEVER RAY

 
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16 Novembre 2009
 

Rotary Club, Slottskogen Park, Goteborg, 15/08/2009

Karin Dreijer Andersson non mostra mai il suo volto.
Provate pure a cercare qualche foto o video su internet, la rete sputerà sempre solo immagini dell’artista svedese nascosta dietro i suoi abiti di scena, prima quelli dei Knife ora quelli di Fever Ray.

Preparando un’intervista allora non puoi fare a meno di chiederti il perché di questa scelta. Trovate teatrali o più plausibilmente pubblicitarie? Eccessiva tutela della privacy? Rinuncia totale ad un contatto reale con il pubblico? Queste domande unite all’impossibilità di conoscere il vero volto dell’artista che da lì a poco avrei dovuto incontrare per una chiacchierata face to face, ha reso non semplice la stesura delle mie domande.

I preparativi all’incontro non hanno poi di certo allentato la tensione.
Il manager come al solito sorridente ma sempre attento nel ripeterci che avremmo incontrato Karin alle 15.30 in punto, né un minuto prima né un minuto dopo, il veto categorico a scattare ogni tipo di foto, i 15 minuti a disposizione per l’intervista prontamente cronometrati dall’addetto stampa, l’attesa fuori la grande stanza dei ricevimenti del Rotary Club al cui interno la nostra Fever Ray, barricata manco fosse il Dalai Lama, si concedeva ora a Mtv ora alle radio nazionali, in un frenetico via-vai che sapeva molto di ‘big happening’ dal sapore patinato. Perdonateci allora se per un attimo ci siamo chiesti come sia stato possibile essere riusciti a strappare un’intervista ad un personaggio che da queste parti sembra essere trattata alla stregua di una pop-star.

Arrivato il nostro turno, la porta dello stanzone si apre e io scivolo dentro. Mi trovo immerso in 100 mq finemente arredati, con la sola Karin seduta su un divano.
Varcata la soglia lei, bionda, sguardo algido, pelle chiarissima (esatto! lo stereotipo svedese in maglione e jeans) scatta in piede, mi regala un sorriso, una stretta mano.
Lei: C’e troppo casino fuori. Vuoi che chiuda la finestra ?
(I Calexico suonavano sul palco di fronte al nostro palazzo.)
Io: Beh, magari un po’ più di tranquillità sarebbe meglio
Lei: Hai perfettamente ragione. La bionda fa uno scatto ad attraversare il grande stanzone e chiude la finestra.
Ennesimo sorriso : Ecco…ora possiamo cominciare
E io mi chiedo “Chissà se Lady Gaga l’avrebbe fatto”….

Quando hai sentito l’esigenza di intraprendere quest’avventura solista?
Ho lavorato con mio fratello per 6 anni, un periodo molto intenso. Sempre a stretto contatto
seduti uno accanto all’altro, condividendo gli stessi computer. Alla fine eravamo solo un pò stanchi, avevamo bisogno di un break, di concentrarci su progetti personali, di fare qualcos’altro al di fuori dei Knife.
Per quanto mi riguarda poi volevo semplicemente entrare in uno studio e vedere cosa succedeva una volta che ero da sola.

Pensando a quanto fatto con i Knife la prima cosa che noto in Fever Ray è la quasi totale mancanza della componente dance.
Questo tuo debutto solista suona decisamente più ‘da camera’. Hai abbandonato l’idea di una musica concepita per club?

(pausa) Ho sempre voluto fare musica che potesse rilassare, con la quale io stessa potessi dormire (ride). Non sono molto brava nel programmare beat veloci, andature dance, quello era più il lavoro di Olof. Io preferisco i suoni lenti, ripetitivi e al tempo stesso puliti.

Per la prima volta hai curato quasi per intero la produzione di un disco. Che tipo di esperienza è stata? Ti vedi nel ruolo di producer al servizio di altri artisti ?
Sapevo come doveva suonare il disco ma non avevo assolutamente idea di come ottenere quel risultato. Sono un produttore molto lento, so cosa voglio ma devo provare milioni di volte prima di arrivarci. Non so se produrrò mai la musica di altri, se questo mai accadrà sono sicura che mi prenderà tantissimo tempo. Comunque si, potrebbe accadere in futuro.

Leggendo le recensioni del tuo album, specialmente quelle italiane, ho notato che spesso si tirano in ballo riferimenti geografici. Questo accade spesso quando si scrive di artisti nord-europei.
Vengono usate definizioni come ‘suono del nord’, ‘atmosfere glaciali’. Credi effettivamente che la tua musica racconti il nord, i suoi paesaggi, i suoi umori?

Non sono molto d’accordo con queste associazioni.
Certo ci sono elementi comuni in molta musica composta in nord europa, per esempio la nostra tipica malinconia, ma credo che tu possa trovare le stesse componenti anche in musica prodotta
da artisti di altri paesi. Mi viene in mente Ritchie Hatwin (Plastikman) e il suo “Disconnect” un album che ho ascoltato molto, ecco lui avvolte sembra più ‘svedese’ di me.
Ascolto musica proveniente da tutte le parti del mondo, e lo faccio senza realizzare riferimenti geografici. Adoro per esempio Amadou & Mariam.
Hanno sentimento, ritmo, energia, ma anche loro possono essere malinconici.
Eppur vero che sarebbe ingiusto non ammettere che queste condizioni climatiche non influenzino in qualche modo gli artisti svedesi (indica il cielo grigio che minaccia pioggia al di là della finestra ndr).

Amadou & Mariam tra l’altro suoneranno qui al Way Out West tra poche ore.
Lo so. Oggi sono rimasta al Way Out anche per vedere loro.
Ho visto la loro esibizione a Roskilde qualche settimana fa e ho pianto.

Immagino che un’artista decida di nascondere la propria identità anche per indurre l’ascoltatore a concentrarsi esclusivamente sulla musica. Non credi però che un personaggio come Fever Ray generi comunque curiosità, alimenti anche se indirettamente un certo hype e che chi ascolta possa sentirsi più interessato a capire cosa ci sia dietro, piuttosto che dedicare la giusta attenzione alla musica proposta?
Certo questo può accadere ma al tempo stesso se ti focalizzi troppo sulla persona, sul suo travestimento finisci per distrarti dalla cosa principale ovvero la musica. Per come la vedo io, ognuno di noi dovrebbe semplicemente concentrarsi sulla musica, tutto il resto, le maschere, i vestiti, i visuals sono solo contorno. Trovo molto strano che le persone siano ossessionate dal conoscere chi c’è dietro un personaggio.
A tal proposito apprezzo l’approccio della cultura techno e dance dove a nessuno realmente interessa che faccia abbia il dj oppure chi si nasconda dietro a questo o a quel moniker.

Come accade anche nel dubstep. Nessuno ha idea di chi sia Burial.
Esatto. La gente va nei club, balla, si concede alla musica e tutto il resto rimane fuori.

E’ questo quello a cui ambisce Fever Ray? Erigere un muro dietro il quale nascondersi e dal quale far arrivare solo la musica?
Mi piace questo effetto ma al tempo stesso non vorrei rinunciare a manifestare la mia presenza. Dopo tutto anche io faccio live teatrali, set fotografici, copertine, insomma in un certo senso gioco con questo sistema. Il contatto diretto con chi ti ascolta non è fondamentale ma a suo modo è importante.

Mi affascinano molto i costumi di scena di Fever Ray. Hanno un’identità indefinita, ti guardo e mi vengono in mente stregoni indiani ma anche personaggi saltati fuori da un film horror sulle sette sataniche.
Durante la creazione del personaggio e la preparazione dei live con Andreas Nilsson abbiamo studiato diverse culture come i nativi americani, gli eschimesi, o antichi popoli
dell’ est europeo. Abbiamo lavorato molto con il motore di ricerca per immagini di google (ride).

Un massivo cut&paste di costumi tradizionali.
Proprio così. Abbiamo preso spunti da tutte queste culture e abbiamo creato questa ‘strega norvegese death-metal’.

Metal esatto. C’è qualcosa anche dell’estetica metal in Fever Ray.
In Scandinavia c’è una forte scena metal, mi piace la loro cura meticolosa dei personaggi, dei vestiti, delle scenografie. Alla fine abbiamo pescato anche lì.
Per noi è stato un gioco, è stato molto divertente vedere come i personaggi, Fever Ray e coloro che condividono con lei il palco, crescessero in base alle nostre modifiche e aggiunte.

Ieri sera quando sei apparsa sul palco accanto ai Royksopp per cantare “Whatever Else Is There” l’effetto scenico è stato spettacolare.
Era la seconda volta in assoluto che suonavo dal vivo con i Royksopp, sono contenta ti sia piaciuto.

Dal disco emerge anche una particolare cura degli effetti vocali.
Inzialmente mi sono concentrata sul tempo e i beat, e subito dopo sono passata a lavorare sulla voce. Come ti dicevo in questo tipo di cose sono molto meticolosa e anche qui ho provato molte volte prima di trovare i giusti effetti. In alcuni casi volevo che la mia voce fosse tranquilla, sussurrata, in altre volevo che suonasse alta.

Ho letto che le maggiori ispirazioni per il tuo album provengono da “Miami Vice”. Non sono un grande conoscitore della serie ma se penso al sole di Miami, la bella vita e le barche, il bel faccione di Don Johnson, la colonna sonora così spudoratamente eighties mi riesce difficile trovare punti di contatto con l’attuale Fever Ray.
Si? Hai mai visto “Miami Vice”?

Qualche volta. Diciamo che l’ho sempre seguito distrattamente.
Dovresti vedere tutta la serie di seguito, senza fermarti. Io già l’ho fatto e ora sto rivedendo la prima anche se la migliore secondo me è la seconda.
La musica ha un grande ruolo in questa serie. E’ la tipica soundtrack anni ’80, cose tipo Phil Collins, ma al tempo stesso riesce ad essere contemporanea, e a mio avviso anche sperimentale soprattutto se la pensi collocata in quel periodo. Durante un episodio la musica cattura l’intera scena, sembra di guardare dei piccoli video musicali nei quali loro corrono in macchina, si inseguono con le barche, in quei momenti i suoni sono i protagonisti.

Per concludere hai più volte detto che Fever Ray vive parallelamente all’attività dei Knife. L’ultima cosa che avete fatto insieme è la musica per l’opera teatrale dedicata a Darwin. Quanto dovremo aspettare per il seguito di Silent Shout.
Ci stiamo pensando, ti assicuro che a breve avrete tutti delle novità.

For the interview Thanx to Christian Östlund & his wife (Skiva Promotion).

Link:

FEVER RAY su IndieForBunnies:

INDIEFORBUNNIES al WAY OUT WEST 2009:

 

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