DID
Kumar Solarium
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Ogni tanto si inciampa in un disco che insinua il dubbio che, se certe cose non fossero produzioni italiane, godrebbero di tutt’altro riscontro. E’ il caso del debutto dei torinesi DID, questo “Kumar Solarium” che è a metà tra influenze pos-punk britanniche e la ritmica disco di scuola newyorkese, praticamente un lavoro che due o tre anni fa si inseriva in un filone di gran moda. La qualità della scrittura è più che buona, si ciondola con la testa e si muove il culetto, non disdegnando la melodia o i momenti meno movimentati (“Babe Precious Thing”).
Tutto è una questione di prospettive e di diamiche tempistiche del mondo dell’indie-rock. Da qualunque angolazione lo si osservi questo è un debutto che assolve pienamente alla funzione a cui è preposto: aggiungere ritmo alle nostre giornate e magari movimentare una serata con gli amici tra cocktails e piste da ballo non troppo tamarre. Nulla da invidiare a tante produzioni recenti più blasonate, sperando solo che il tempo renda giustizia ad un album che potrebbe soddisfare anche i palati più esigenti. Derivativo quanto volete, ma sincero. Ne sentiremo parlare di più? Ce lo auguriamo.
2. Time For Shopping
3. Solarium
4. Another Pusher Blues
5. Back From The Outside
6. Ask U2
7. Sex Sometimes
8. Breakdance
9. Saturday Night
10. Crazy Yes
11. Babe Precious Thing
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14 dicembre 2009 @ 17:41
Questo disco secondo me ha vari problemi. Esce in un periodo in cui nessuno ha più voglia di ascoltare musica fatta anche di campanacci e con piatto in levare.
Il suono di chitarra è identico a quello dei migliori Rapture.
Fosse stato fatto nel 2004 avrebbe avuto molto senso, oggi è solo l’ennesimo disco fatto da una band italiana che arriva in ritardo.
Il disco comunque è registrato bene, fa muovere il culo e a mio parere negli episodi in cui le ritmiche rallentano e il minutaggio cresce c’è qualche sprazzo di maggior creatività.
14 dicembre 2009 @ 18:11
esattamente. Non so perché, ma capita che in italia escano cose buone che cavalcano un’onda ormai morta. Soprattutto per un genere così, che è anche moda è un grande peccato.
15 dicembre 2009 @ 02:04
la musica è arte e come tale dovrebbe essere trattata, il discorso sui generi che vanno piu’ o meno di moda o che sono fuori tempo massimo lascia il tempo che trova… Il disco è bello, godiamocelo, che poi sia piu’ o meno derivativo puo’ essere giustificato dal fatto che è il disco di esordio di una band molto giovane che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo all’Urban venerdi’ scorso e mi ha davvero convinto. Aspettiamo ad emettere giudizi affrettati su una band che dal vivo va ben oltre il limite di un “genere musicale datato”.
ps la recensione mi trova d’accordo! Ne sentiremo parlare senza dubbio!
15 dicembre 2009 @ 17:13
al miami hanno spaccato di brutto….
15 dicembre 2009 @ 17:44
Di arte in questo disco non ce n’è proprio.
Non ci vedo slanci, non ci vedo passi in avanti, un disco un po’ democristiano insomma.
Dal vivo spaccano, concordo…
COmunque non capisco la storia dei giudizi affrettati, io un disco lo ascolto bene e poi dico la mia e basta.
Ne sentiremo parlare ancora perché in Italia puntiamo al ribasso, per lo meno in ambito indie-alternative-rock, dove le band non vanno oltre l’emulare epigoni esteri.
Sia chiaro che non vedrei l’ora di ricredermi