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TOP 10 ALBUM 2009 di Giovanni “giov” Venditti

15 dicembre 2009

Genere:

Nel 2009 per otto mesi non ho fatto parte del team di Indieforbunnies e ho vissuto all’estero, in un posto dove l’unica cosa che arrivava alle mie orecchie (non per scelta del sottoscritto ovviamente) era musica da discoteca, R’n’B e roba latino americana. Ecco spiegato perché la mia classifica è di soli 8 dischi.

Indie Top Ten, settima posizione

#8) Nico Stai

The Victory Of Miss Friday How To… (EP) [self-released]

Un ep di sole cinque tracce per un ragazzo che farà sicuramente parlare di se. Una via di mezzo tra il Bruce Springsteen degli esordi (meno convinto e felice di essere americano ma più romantico) e Ryan Adams. Sound pop e ruffiano ma intelligente e mai stucchevole. “Scream” è la classica canzone che ti entra in testa e non ne vuol sapere di andarsene.

Indie Top Ten, ottava posizione

#7) Nickel Eye

The Time Of Assassins [Ryko]

Nikolai Fraiture è il timido e impacciato bassista degli Strokes. Quello del gruppo che, mentre Casablancas è ubriaco fradicio e Valensi pomicia con una modella, te lo immagini seduto in un angolo a giocare al Game Boy. Ebbene, proprio lui tira fuori l’album solista più convincente di tutti i membri del gruppo newyorkese. In mezzo a spunti ‘Western-Morriconiani’, il tutto suona davvero bene: un sound da favola, ritmato, acustico, catchy, pop e perennemente cantato come se fosse l’ultima cosa di cui abbia voglia di fare il buon Fraiture. “Back From Exile” è sicuramente una delle mie canzoni dell’anno. L’album pure. (Adesso però rivoglio l’adrenalina degli Strokes).

Indie Top Ten, terza posizione

#6) The Veils

Sun Gangs [Rough Trade]

Generalmente il nome Finn Andrews è per il sottoscritto sinonimo e garanzia di buona musica, ottimi testi e un’arte mai scontata o banale. Purtroppo stavolta il risultato non è dei migliori e la maggior parte delle tracce potevano essere “pensate” meglio. Ridotte palesemente, come nel caso di “Larkspur” o addirittura messe da parte (penso a “Killed By The Boom”). Mai mi sarei sognato di scrivere una cosa simile parlando dei Veils. Venendo all’album, il risultato è sicuramente interessante (i testi sono comunque al di sopra di tutti quelli degli altri autori inglesi a mio parere) e alcune tracce sono tra le migliori che la band abbia mai scritto (“The Letter”, “Scarecrow”, “Begin Again”) ma il tutto non è neanche lontanamente paragonabile al capolavoro avvolgente e oscuro dell’esordio e a quello più ruvido di due anni dopo. Tutto appare slegato e senza un vero filo conduttore. In classifica giusto perché sono spudoratamente fan.

Indie Top Ten, settima posizione

#5) The Stevenson Ranch Davidians

Life & Death [Stevenson Ranch]

Folk semplice e diretto, circondato da riverberi e sonorità oscure. Tutto incentrato sul concetto della vita che scorre e sulla morte che sembra circondare e pervadere qualsiasi cosa cammini sotto la bandiera del progresso. Ecco come suonerebbero i vecchi Verve se decidessero di cambiare direzione musicale. Questo è una sorta di concept album, ottimamente suonato e prodotto da una band che già all’esordio aveva svelato il suo affascinante potenziale.

Indie Top Ten, settima posizione

#4) Cotton Jones

Paranoid Cocoon [Suicide Squeeze]

Dalle ceneri dei Page France niente cambia poi veramente. Il sound è sempre quello: folk, bassa fedeltà. Aumenta lo spazio concesso alla stupenda voce di Withney McGraw e la direzione vira leggermente verso gli anni settanta e certo rock più crudo in alcuni passaggi. Leggera psichedelia arpeggiata e tutti i fan di Devendra Banhart contenti di aver trovato un altro gruppo da ascoltare dalla mattina alla sera. Rejoicing in your hands mates!

Indie Top Ten, settima posizione

#3) Kasabian

West Rider Pauper Lunatic Asylum [Red Ink/Red Int]

Se non fosse stato proprio per una recensione letta qui su Indieforbunnies io il terzo album dei Kasabian neanche l’avrei filato di striscio. “Empire” aveva impiegato solo poche settimane a stancarmi e l’atteggiamento da grande compositore di Pizzorno e quello da superuomo di Tom Meighan in stile Liam Gallagher, più un singolo di lancio (“Vlad The Impaler”) che mi suonava a dir poco strano, mi avevano tenuto lontano da questa produzione. Mai giudizio fu più affrettato: l’album è sicuramente quello più interessante dell’intera discografia della band di Leicester. Vario, psichedelico, ben curato negli arrangiamenti, pompato e arrogante come piace a loro. E stavolta piace anche a me.

Indie Top Ten, ottava posizione

#2) The Big Pink

A Brief History Of Love [4ad]

Shoegazer. Un vortice di distorsioni, voci tranquille in stile Jesus And Mary Chain o Black Rebel Motorcycle Club e sonorità oscure. Loop circolari, riverberi ed echi che da lontano avvolgono e ti trascinano dentro a questo nero. La band ha recentemente aperto i concerti dei Muse. Il disco non è niente di nuovo e suona molto, in alcuni momenti, come il debut degli Early Years ma è sicuramente da segnalare perché ha una bella identità e tra tutte undici è davvero difficile trovare una canzone debole. In molti giurano che dal vivo siano una delusione. Sarà, ma questa è la classifica dei dischi in studio di fine anno e un posto di tutto rispetto se lo meritano.

Indie Top Ten, ottava posizione

#1) The Rest

Everyone All At Once [self-released]

Pochissime volte ho scritto la parola ‘capolavoro’, soprattutto se si stava parlando di una band al debutto. Eppure non ci ho pensato due volte nel caso di “Everyone All At Once” dei Rest. Una band che suona come un’intera sinfonia, un plotone di musicisti, armato solo di strumenti e idee convincenti. Spunti lirici, classici, fulminee accelerazioni rock che terminano la loro corsa nella nebbia e nell’atmosfera poco tangibile di fantasmi post rock, dove solo la voce di Adam sembra poter illuminare. Questo è l’album che in un lampo mi ha fatto sembrare tutto il lavoro degli Arcade Fire nient’altro che una prova musicale da dilettanti. Ribadisco senza il minimo dubbio. Capolavoro.

 

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