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TOP 10 ALBUM 2009 di Michele Tioli

22 dicembre 2009

Genere:

Prima lista e prima mia classifica annuale per IFB. Ciò non toglie che ogni anno abbia comunque cercato di tirare le fila di quanto ascoltato, magari anche solo per preparare qualche summa da regalare agli amici più intimi. Sarà che quest’anno ho avuto molto più tempo per ascoltare musica, sarà che il mercato discografico è stato sommerso dal fenomeno di distribuzione musicale che ormai viaggia sempre di più su internet e sui vari blog che propongono, scoprono, stroncano e inflazionano, ma alla fine mi è stato davvero difficile giungere alla rosa dei dieci titoli da estrarre e allineare in bella classifica. E quindi…ho deciso di barare un pochino, aggiungendo qualche titolo all’interno delle mini-recensioni, visto che se alla fine questi sono i dieci album, è anche vero che in certi casi altri potevano prenderne il posto. Siate buoni, è natale…non mandatemi a quel paese.

E già che ci siamo, partiamo con il primo degli esclusi, l’ottimo Dente, in arte Giuseppe Peveri, che con il suo “L’Amore Non È Bello” ha veramente stregato il mio impianto e per mesi è stato l’unico passaggio italiano, una ‘heavy-rotation’ con cui ho tormentato amici e parenti di ogni età e di ogni gusto musicale, per fortuna ben prima che il tormento arrivasse loro anche da radio e internet. Ne sono andato fiero!

Indie Top Ten, settima posizione

#10) Kurt Vile

Childish Prodigy [Matador]

Il leader dei War On Drugs trova il tempo e l’ispirazione per portare avanti anche il suo progetto solista. E con straordinaria classe. Canzone d’autore nella migliore tradizione rock urbana, come un Lou Reed, un Bob Dylan o un Tom Petty rivisti e al passo con i tempi, portando suoni lo-fi sporchi e distorti su ballate solide anche sul piano melodico. A contendergli la posizione altri favolosi liberi battitori del rock, il prolifico Richard Youngs, con la sua opera più accessibile di sempre, “In the Valley Of The Ultrahits” (Sonic Oyster), ed il sempre grande Vic Chesnutt, che ritorna ai suoni scarni e toccanti con lo splendido “At The Cut” (Constellation).

Indie Top Ten, settima posizione

#9) Mulatu Astatké & The Heliocentrics

Inspiration Information 3 [Strut]

L’incontro tra gli Heliocentrics di Malcolm Catto, forti di importanti collaborazioni come quella con DJ Shadow, e il grande talento del 66enne etiope Mulatu Astatké, dà corpo ad un disco favoloso anche per chi, come me, mastica pochissimo jazz. Contaminazione tra african-jazz ed ethno-funk con risultati meravigliosi. Altra operazione di innesto e rilettura di sonorità, stavolta world-ethno- africane su elementi indie-dance-pop, poteva essere quella del bellissimo disco dei The Very Best, che con il loro “Warm Heart Of Africa” (Moshi Moshi-Coop) rinverdiscono la bellezza del “Graceland” di Paul Simon e del primo e per ora unico lavoro dei Vampire Weekend.

Indie Top Ten, terza posizione

#8) Woods

Songs Of Shame [Shrimper]

Ancora bassa fedeltà intrisa di elettricità, folk, psichedelia e country, per i Woods di Brooklyn, i preferiti, da me ovviamente, di quel gruppo sempre più numeroso di giovani di belle speranze, tante idee e pochi soldi. Lo-fi come attitudine e probabilmente anche come necessità, un amore sviscerato per la storia del rock (qui in particolare Neil Young e Dinosaur Jr.) ad accomunarli ad altri, tra cui, esclusi per poco, i chiaccheratissimi Girls dell’ottimo “Album” (True Panther Sounds), gioiellino di pop malato e contagioso, gli Atlas Sound dell’inquieto Bradford Cox, già vocalist degli ottimi Deerhunter, che con “Logos” (Kraknky/4AD) sperimenta in libertà suoni e umori della band madre, gli Antlers di Peter Silberman, che ci racconta con l’ispirato “Hospice” (Frenchkiss) cupi storie di suicidi, abusi e malattie, con sonorità shoegaze e chamber-pop, e ultimi i londinesi Big Pink, artefici con “A Brief History Of Love” (4AD) dell’ennesimo recupero dei suoni amati con i Jesus & Mary Chain o gli Stone Roses, derivativi, certamente, e meno coraggiosi degli altri del gruppone, ma capaci di scrivere una manciata di canzoni che si stampa in testa e non si smette di voler ascoltare.

Indie Top Ten, settima posizione

#7) Wild Beasts

Two Dancers [Domino]

A conferma di un album e di un gruppo che, partendo certamente da sonorità anni ottanta, è riuscito a staccarsi e dare vita ad una propria e personale proposta musicale, i Wild Beasts non hanno avuto concorrenti nelle mie preferenze. Con “Two Dancers” ci regalano un disco da ballare e da ascoltare con vero piacere, godendo per la ritrovata supremazia di chitarre di smithsiana memoria.

Indie Top Ten, settima posizione

#6) The Low Anthem

Oh My God, Charlie Darwin [Nonesuch]

Nuovi nomi nel panorama del suono denominato “Americana”. Tra questi spicca sicuramente quello dei Low Anthem, trio nato nel Rhode Island e da sempre incline a queste sonorità acustiche e tradizionali. Con l’ultimo lavoro, però, il gioco riesce meglio del solito, grazie all’innesto di soluzioni lo-fi e di armonie vocali ottimamente realizzate. Sentite “To Ohio” per restare incantati. Ma dietro a loro scalpitano in tanti, a partire dai Magnolia Electric Co. di quel Jason Molina che da anni ci affascina e che con l’ultimo “Josephine” (Secretely Canadian) tocca corde liriche sempre più alte, grazie anche ad un perfetto equilibrio tra le luci e le ombre che modulano le sue ballate. Grande prova anche per Gregory Alan Isakov, misconosciuto troubadour del Colorado, che con il suo “This Empty Northern Emisphere” (autoprodotto) si è ritagliato lo spazio occupato l’anno scorso da Justin Vernon, aka Bon Iver, quando i sensi hanno bisogno di essere cullati con estrema dolcezza. Ottimi allora per riprendersi e svegliarsi piano piano i due lavori di Mumford & Sons, con “Sigh No More” (Universal), perfetto sotto tutti i punti di vista, e dei Leisure Society, che con “The Sleeper” (Willkommen) traghettano l’Americana in terra d’Albione. E con risultati favolosi, di un equilibrio e di un gusto che non lasciano indifferenti.

Indie Top Ten, settima posizione

#5) Animal Collective

Merriweather Post Pavilion [Domino]

Ormai dei veri fuoriclasse, capaci di non sbagliare un colpo, sia che si tratti di un ep estemporaneo che di un vero e proprio album. Smisurati nella produzione, ricchi ed esuberanti anche nei suoni, l’ultimo “Merriweather Post Pavilion” ce li consegna ad un gradino successivo, ancora più definiti e sicuri nella loro micidiale alchimia di suoni e ritmi. Vera psichedelia del nuovo millennio, calata nei nostri tempi e capace di instillare genio e sregolatezza nel magma sonoro della dance contemporanea . E soprattutto cuore e umanità, gioia di vivere e voglia di divertirsi.

Indie Top Ten, ottava posizione

#4) Fanfarlo

Reservoir [self-released]

Se nel 2009 vi siete sentiti orfani degli Arcade Fire e il video “Miroir Noir” non ha placato questa mancanza, allora vi devono essere sfuggiti alcuni bellissimi dischi. Il primo è sicuramente “Reservoir”, visto che anche le label se lo sono lasciate scappare per un buon annetto. Alla fine è arrivato, ed è stato un piacere per orecchie, cuore e passione: il pathos e l’intensità dei momenti migliori li avvicina ai maestri, e i video che girano con piccole improvvisazioni sono segnali di un talento acerbo ma già reale. Per i Pink Mountaintops è invece arrivata una stupenda conferma, e la creatura laterale del leader dei Black Mountain, Stephen McBean, è riuscita con “Outside Love” (Jagjaguwar) a calarsi nella tradizione americana con la grandezza ed il pathos del miglior rock d’autore. Epico e poliedrico, come l’ultimo nome del gruppo, quel Dead Man’s Bones dietro cui si celano Ryan Gosling e Zach Shields. Un disco inafferrabile, il loro omonimo esordio su Anti, straziante a tratti e gioioso e positivo in altri, con punte di incontenibile piacere per i sensi allorchè ai suoni si uniscono le voci del coro musicale di bambini del Conservatorio di Silverlake. Perché non è questo il disco in cima al gruppo?…me lo sto proprio chiedendo anche io…

Indie Top Ten, ottava posizione

#3) Wilco

Wilco (The Album) [Nonesuch]

Non c’è più molto da dire su questo disco, e l’ascolto ininterrotto di queste favolose undici canzoni non smette di regalarmi piacere e divertimento. Intense, riflessive ma anche solari e gioiose, giocano con il rock, il pop, il country, li omaggiano e li reinterpretano, riuscendo a trasformarli e renderli ancora più intensi dal vivo, come avete potuto constatare se, come me, siete riusciti a raggiungerli in una delle date del tour di quest’anno. Il concerto e la band del decennio. Almeno per il sottoscritto.

Indie Top Ten, ottava posizione

#2) Fuck Buttons

Tarot [ATP]

Un’esperienza psichedelica al pari di quella raggiungibile con gli Animal Collective, ma arricchita dal piacere di scoprire quanto possa essere ‘bello’ un disco di musica techno-trance-elettronica che finalmente esce da schemi e soluzioni scontate e ripetitive. L’incontro fra un genio della produzione, quale Andrew Weatherall, e il duo di Bristol ha sprigionato energia che non si esaurisce sicuramente in questo lavoro. Ne vedremo delle belle?

Indie Top Ten, settima posizione

#1) Grizzly Bear

Veckatimest [Warp]

Un disco coraggioso e non immediato, se confrontato con gli altri che l’hanno preceduto in questa mia selezione. Però la palma è loro, americani con i Beach Boys nel dna, un amore sconfinato per il pop, una genialità che li spinge a sperimentare soluzioni sempre diverse e originali pescando nel pop, nel jazz, nel folk, con coraggio e ambizione che stregano. Il risultato è un caleidoscopio musicale che intriga e affascina, lasciando sempre l’impressione di non essere ancora riusciti a farlo proprio fino in fondo.

 

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