TOP 10 ALBUM 2009 di Marco “Just” Vecchi
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#10) Screen Vinyl Image Interceptors [Custom Made] “Interceptors” è un viaggio in una notte striata di luci al neon, volti tagliati dal nero come in un ritratto futurista, dove le sensazioni più eteree e futuribili dei Vangelis di “Blade Runner” si sporcano con le metriche claustrofobiche dei Joy Division. |
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#9) Porcupine Tree The Incident [Roadrunner] Steven Wilson migliora con il tempo, non resta che arrendersi all’evidenza. Se la prima metà della carriera dei Porcupine Tree avrà indubbiamente mietuto più fans, in qualche modo aveva tenuto la formazione legata, troppo invischiata a formule derivative di certe estetiche prog/psichedeliche. Ad un certo punto al volgere degli anni 90 Wilson riscopre la forma canzone e tutto cambia gradualmente. Solo questo processo rende oggi possibile un disco omogeneo e letterlamente enciclopedico come questo doppio “The Incident”. |
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#8) Baroness Blue Record [Relapse] Passati dall’incondizionato culto dei pochi, a band di riferimento nel metal e dintorni del 2009, in meno di un lampo (impensabile poterli rivedere dal vivo oggi in quel micropub di Londra dove li vidi meno di un anno fa). I Baroness realizzano l’ennesimo, diciamolo pure, capolavoro dopo il monumentale “Red Album”. Furiosi, tellurici ai riff come alla batteria, allo stesso tempo capaci di mantenere alle chitarre grandi linee melodiche. Labirintici negli arrangiamenti prog, eppure sempre in grado di trovare la strada del ritornello-guida. Il punto è che fondamentalmente i Baroness non hanno difetti e tutto sommato neppure grandi limiti. Memorabili infatti anche i brani acustici dal sapore psichedelico. Indubbiamente una delle cose migliori capitate al metal in questo decennio. |
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#7) Katatonia Night Is The New Day [Dangerbird] Tornano attesissimi i Katatonia con alle spalle un illustre predecessore come “The Great Cold Distance”. Sempre più alle periferie del Doom e Black Metal che diede i natali alla band, sono probabilmente insieme agli Opeth la formazione di metal scandinavo che più a imparato (o disimparato sarebbe più esatto) dal gioco della decostruzione. Se lo spunto è certamente arrivato dall’evoluzione di band come Tool e Porcupine Tree, è innegabile la personalità e l’impronta gotica che la formazione di Jonas Renkse ha sempre esibito come marchio di fabbrica. Ad oggi il lavoro più atmosferico e oscuramente morbido dei Katatonia. Lontano dalle pose dei videoclip, quello che il meta gotico dovrebbe essere oggi, nell’anno 2010. |
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#6) Bat For Lashes Two Suns [Astralwerks] Natasha Khan dopo un debutto solo interessante (“Fur & Gold” 2006) sorprende tutti con un album praticamente ineccepibile. Suoni curatissimi e originali, “Two Suns” è un disco atemporale, un classico istantaneo dai toni oscuri e notturni. Un cantato sinuoso, algido, vagamente reminescente di certe cose tra Kate Bush e Tori Amos (specialmente nelle ballate al piano), fa da perno e guida a delle sonorità davvero difficili da immaginare in simbiosi: scarni strumenti acustici, tastiere e sintetizzatori molto 80ies, percussioni quasi tribali e glitch elettronici. E soprattutto le grandi intuizioni melodiche di Natasha. Semplicemente e davvero brava. |
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#5) The Dead Weather Horehound [WEA] C’è una certa aria di 70ies nel rock recente, sia nel metal con il rilancio delle sonorità stoner di derivazione Black Sabbath, come pure con il rock più popolare che ha visto con i Them Crooked Vultures un felice connubio tra la ruvidità del dopo grunge e i classici groove dei rock Zeppeliniano. Il miglior risultato in materia lo raggiunge quest’anno un Jack White caricato dell’epico documentario “It Might Get Loud” (con The Edge e Jimmy Page) al fianco di una sempre carismatica Alison Mosshart dei The Kills. Fedeli all’idea che il rock è un attitudine piuttosto che un etichetta da mettere sui scaffali, i The Dead Weather traggono forza proprio dai loro limiti come musicisti. Via nel cesso i soliti trucchetti di produzione, virtuosismi e ricerche della forma, “Horehound” arriva spontaneo e sparato in faccia come un destro dato male. Un album realmente tenuto insieme, come si faceva una volta, da un amplificatore e i pedali giusti, due pinte di birra, e una sigaretta smozzicata appesa alle labbra. Ancora una volta: l’attitudine nel rock è tutto. |
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#4) Russian Circles Geneve [Suicide Squeeze] Difficili da catalogare, in costante ascesa, i Russian Circles sono sicuramente al loro album migliore. Che il pubblico se ne sia accorto (o se ne accorgerà) o meno, Geneva spicca nel 2009 come uno degli punti chiave per tastare il polso alle correnti più periferiche e innovative che da qualche anno si sono diramate dal post-rock, metal e prog. Dotati di un innata solennità compositiva, il suonato dei Russian Circles raggiunge l’autorevole compattezza dei migliori e più psichedelici Tool. Il controllo delle linee ritmiche tra chitarra, basso e batteria sono la virtù che separa oggi questa formazione americana da molte altri chiacchieratissimi gruppi. Dave Turncrantz rimane a mio avviso il batterista più interessante e originale di questo decennio. |
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#3) Ben Frost By The Throat [Bedroom Community] Trapiantato da poco in Islanda, forse unico luogo possibile dove metabolizzare quei paesaggi sonori vividi nella mente di questo visionario musicista australiano. Visionario è l’unica definizione calzante per raccontare le composizioni elettroniche un artista che passa dalle video installazioni alle collaborazioni come producer per artisti del calibro di Bjork. La sua musica ha un qualcosa di inquietantemente ancestrale, tanto che il fatto che sia in parte generata da strumenti elettronici finisce per essere del tutto paradossale. Sonorità oscure, loop raschianti come corteccia di un albero, brani strumentali sommersi da quel claustrofobico senso di minaccia imminente che l’uomo può provare solo dinnanzi alla madre natura, uno sguardo fisso e senza palpebre nell’abisso interiore. Forse il Trent Reznor del nuovo millennio? |
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#2) Lucero 1372 Overton Park [Republic] Difficile ormai considerare i Lucero meno di un istituzione per quel rock autentico e sanguigno che nasce e muore sulla strada, nutrito a polvere, statali e marciapiedi svuotati dal vento, e tutte quelle storie spezzate a metà raccolte dai volti e i sguardi dei sconosciuti di passaggio. Ogni disco di Ben Nichols è un incontro con un vecchio amico, che ha insieme sia il sapore delle nuove storie da riportare a casa che l’imminenza della prossima nuova partenza. Perché la vita, quella vera, è la fuori che aspetta solo di raccontarsi. |
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#1) Mono Hymn To The Immortal Wind [Temporary Residence/Human Highway] Prosegue il viaggio siderale della formazione giapponese, “Hymn To The Immortal Wind” è il lavoro più intimista fin qui proposto dai Mono. Ancora gli indiscussi maestri alchimisti del magma sonico, ne sa qualcosa che ha avuto la fortuna di vederli dal vivo, celebrano questo loro primo decennio di attività con un album che cavalcando i crescendo sinfonici tanto cari al post-rock, intraprende la strada inversa e si lascia cullare sospeso nella quiete centrale dell’occhio del ciclone. Produce Steve Albini. |
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24 dicembre 2009 @ 12:40
una bella classifica “natalizia”. Conosco bene i dischi nelle prime due posizioni, che tra l’altro ero certo fossero loro e anche la creatura di jack white.Un bel modo di recuperare un po’ di rock durante le feste.
24 dicembre 2009 @ 14:14
Veramente gagliardi Ben Frost e gli Screen Vinyl Image che so che nessuno metterà in classifica…il nuovo dei Katatonia devo ancora ascoltarlo ma ancora mi ronzano nelle orecchie gli echi di Soil’s Song e July…
24 dicembre 2009 @ 14:14
Il 2009 per me è stato musicalmente il migliore degli ultimi anni se non del decennio! A questo punto quindi mi urge citare rapidamente il manipolo di artisti che nel 2009 sono valsi più di un meritato ascolto: il solido ritorno dei Wilco, un po prevedibili ma sempre validi. Due lavori per il collettivo di avanguardia doom/jazz/darkambient/qualsiasicosasia The Kilmanjaro Darkjazz Ensemble e l’ottimo side project The Mount Fuji Doomjazz Corporation, cinematografici e oscuramente morbosi.
Gli Shelter Red gruppo arma definitiva per il prog-metal 2009. Mount Eerie che ci regala un grandissimo EP di gelido e oscuro folk. Josh Freese che a sorpresa da alle stampe il disco di pop-rock più divertente degli ultimi anni insieme a quello del geniale collettivo dei Dirty Stop Out. Imogen Heap confeziona un bel dischetto di dream-pop elettronico che merita sicuramente una menzione. Post Metal a 5 stelle per gli Heirs che debuttano con un grosso album dal titolo Alchera. E ancora Fever Ray, il prolifico Steven Wilson che fa un bel centro anche con il suo side project Insurgentes, Crippled Black Phoenix per il disco più psichedelico dell’anno insieme all’ottimo debutto sulle coordinate più domo meta dei Black Math Horseman, Bruno Colais per la sognante e gotica colonna sonora di Coraline, anche Ben Nichols dei Lucero si fa apprezzare per il debutto solista, Silversun Pickups, The Big Pink, Paradise Lost, Shrinebuilder, Them Crooked Vultures, IAMX, Brian Setzer più in forma che mai, Irepress, grande post-rock/metal per i francesi Homme Puma e il piacevole ibrido post-rock/trip-hop dei Yawning Sons, Gomez e i Giardini di Mirò con la sonorizzazione de Il Fuoco.
Solo onesti ma insomma non disprezzabili i ritorni di Maylene and the Sons of Disasters, Living Things, Placebo, Muse e il Reverendo Manson.
E per concludere cito anche le tre grandi delusioni del 2009: The Veils, i Cursive (mezza delusione purtroppo) e Pelican.
L’augurio per il nuovo anno è sempre lo stesso..To be a Rock and Not to Roll!
24 dicembre 2009 @ 14:52
Uhm, gradissimo! Complimentoni per i MONO
primi, le altre posizioni non le ho neanche viste ahahah.
24 dicembre 2009 @ 14:54
Ah, cazzo, secondi i Lucero, ma Dio ti benedica..chi cazzo sei mio fratello?
Poi i Dead Weather, bene bene!
I Baroness non li ho ascoltati purtroppo.
Bat For Lashes come disco “mainstream” ci può stare.
25 dicembre 2009 @ 16:21
niente Agamennone. Sei zero.
25 dicembre 2009 @ 23:53
Se ascolti al rovescio al terzultima traccia nascosta dei Katatonia sentirai proprio l’epocale singolo di Agamennone e le Olive Greche “And Sirtaki For All”.
Sei un ingenuo…
26 dicembre 2009 @ 10:18
…ah…ma mica posso sapere tutto io oh….
(e poi se ricordo bene quella versione è una cover non è l’originale…)
26 dicembre 2009 @ 15:32
Just sei il migliore, veramente.
Condivido moltissimo la tua soddisfazione per questo anno.
Per me è stato buono anche sul versante deliziosi dischetti indie-pop: GodHelpTheGirl, Camera Obscura, Woodpigeon.
26 dicembre 2009 @ 19:06
Il 2009 ha compensato il 2008..anno in cui ho fatto una fatica bestia a tirare fuori 10 album indispensabili…quest’anno avrei potuto tirare fuori pure una Top 40 !
26 dicembre 2009 @ 19:07
Vabbè Giov…ormai è deciso. Ad un certo punto dovremo formare sta band “Agamennone e le Olive Greche”…
30 dicembre 2009 @ 17:09
solo se Helmut e Joses ci fanno da manager e Sachiel da buttafuori di fronte ai camerini mentre li distruggiamo.