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TOP 10 ALBUM 2009 di Marco “Just” Vecchi

24 dicembre 2009

Genere:

Indie Top Ten, settima posizione

#10) Screen Vinyl Image

Interceptors [Custom Made]

“Interceptors” è un viaggio in una notte striata di luci al neon, volti tagliati dal nero come in un ritratto futurista, dove le sensazioni più eteree e futuribili dei Vangelis di “Blade Runner” si sporcano con le metriche claustrofobiche dei Joy Division.
I Screen Vinyl Image ci consegnano un album che riesce trascinare con convinzione e vitalità nel nuovo millennio quelle sensibilità new-wave e post-punk così abusate e svilite nel decennio recente. Ricorderemo probabilmente questo debutto tra qualche anno, tra i pochi a riuscire davvero nell’erroneamente scontato gioco del revisionismo, in buona compagnia quindi con iLikeTrains e Interpol.

Indie Top Ten, settima posizione

#9) Porcupine Tree

The Incident [Roadrunner]

Steven Wilson migliora con il tempo, non resta che arrendersi all’evidenza. Se la prima metà della carriera dei Porcupine Tree avrà indubbiamente mietuto più fans, in qualche modo aveva tenuto la formazione legata, troppo invischiata a formule derivative di certe estetiche prog/psichedeliche. Ad un certo punto al volgere degli anni 90 Wilson riscopre la forma canzone e tutto cambia gradualmente. Solo questo processo rende oggi possibile un disco omogeneo e letterlamente enciclopedico come questo doppio “The Incident”.
Una specie di sfera di cristallo dove mulinano senza soluzione di continuità in poliedri di luce e ombra 23 anni di attività musicale. Un albero genealogico le cui radici affondano nelle esperienza passate, mentre ancora sulle fronde più esterne Wilson germoglia nuove idee sconfinando dai generi precostituiti. Davvero grandi.

Indie Top Ten, terza posizione

#8) Baroness

Blue Record [Relapse]

Passati dall’incondizionato culto dei pochi, a band di riferimento nel metal e dintorni del 2009, in meno di un lampo (impensabile poterli rivedere dal vivo oggi in quel micropub di Londra dove li vidi meno di un anno fa). I Baroness realizzano l’ennesimo, diciamolo pure, capolavoro dopo il monumentale “Red Album”. Furiosi, tellurici ai riff come alla batteria, allo stesso tempo capaci di mantenere alle chitarre grandi linee melodiche. Labirintici negli arrangiamenti prog, eppure sempre in grado di trovare la strada del ritornello-guida. Il punto è che fondamentalmente i Baroness non hanno difetti e tutto sommato neppure grandi limiti. Memorabili infatti anche i brani acustici dal sapore psichedelico. Indubbiamente una delle cose migliori capitate al metal in questo decennio.

Indie Top Ten, settima posizione

#7) Katatonia

Night Is The New Day [Dangerbird]

Tornano attesissimi i Katatonia con alle spalle un illustre predecessore come “The Great Cold Distance”. Sempre più alle periferie del Doom e Black Metal che diede i natali alla band, sono probabilmente insieme agli Opeth la formazione di metal scandinavo che più a imparato (o disimparato sarebbe più esatto) dal gioco della decostruzione. Se lo spunto è certamente arrivato dall’evoluzione di band come Tool e Porcupine Tree, è innegabile la personalità e l’impronta gotica che la formazione di Jonas Renkse ha sempre esibito come marchio di fabbrica. Ad oggi il lavoro più atmosferico e oscuramente morbido dei Katatonia. Lontano dalle pose dei videoclip, quello che il meta gotico dovrebbe essere oggi, nell’anno 2010.

Indie Top Ten, ottava posizione

#6) Bat For Lashes

Two Suns [Astralwerks]

Natasha Khan dopo un debutto solo interessante (“Fur & Gold” 2006) sorprende tutti con un album praticamente ineccepibile. Suoni curatissimi e originali, “Two Suns” è un disco atemporale, un classico istantaneo dai toni oscuri e notturni. Un cantato sinuoso, algido, vagamente reminescente di certe cose tra Kate Bush e Tori Amos (specialmente nelle ballate al piano), fa da perno e guida a delle sonorità davvero difficili da immaginare in simbiosi: scarni strumenti acustici, tastiere e sintetizzatori molto 80ies, percussioni quasi tribali e glitch elettronici. E soprattutto le grandi intuizioni melodiche di Natasha. Semplicemente e davvero brava.

Indie Top Ten, ottava posizione

#5) The Dead Weather

Horehound [WEA]

C’è una certa aria di 70ies nel rock recente, sia nel metal con il rilancio delle sonorità stoner di derivazione Black Sabbath, come pure con il rock più popolare che ha visto con i Them Crooked Vultures un felice connubio tra la ruvidità del dopo grunge e i classici groove dei rock Zeppeliniano. Il miglior risultato in materia lo raggiunge quest’anno un Jack White caricato dell’epico documentario “It Might Get Loud” (con The Edge e Jimmy Page) al fianco di una sempre carismatica Alison Mosshart dei The Kills. Fedeli all’idea che il rock è un attitudine piuttosto che un etichetta da mettere sui scaffali, i The Dead Weather traggono forza proprio dai loro limiti come musicisti. Via nel cesso i soliti trucchetti di produzione, virtuosismi e ricerche della forma, “Horehound” arriva spontaneo e sparato in faccia come un destro dato male. Un album realmente tenuto insieme, come si faceva una volta, da un amplificatore e i pedali giusti, due pinte di birra, e una sigaretta smozzicata appesa alle labbra. Ancora una volta: l’attitudine nel rock è tutto.

Indie Top Ten, settima posizione

#4) Russian Circles

Geneve [Suicide Squeeze]

Difficili da catalogare, in costante ascesa, i Russian Circles sono sicuramente al loro album migliore. Che il pubblico se ne sia accorto (o se ne accorgerà) o meno, Geneva spicca nel 2009 come uno degli punti chiave per tastare il polso alle correnti più periferiche e innovative che da qualche anno si sono diramate dal post-rock, metal e prog. Dotati di un innata solennità compositiva, il suonato dei Russian Circles raggiunge l’autorevole compattezza dei migliori e più psichedelici Tool. Il controllo delle linee ritmiche tra chitarra, basso e batteria sono la virtù che separa oggi questa formazione americana da molte altri chiacchieratissimi gruppi. Dave Turncrantz rimane a mio avviso il batterista più interessante e originale di questo decennio.

Indie Top Ten, ottava posizione

#3) Ben Frost

By The Throat [Bedroom Community]

Trapiantato da poco in Islanda, forse unico luogo possibile dove metabolizzare quei paesaggi sonori vividi nella mente di questo visionario musicista australiano. Visionario è l’unica definizione calzante per raccontare le composizioni elettroniche un artista che passa dalle video installazioni alle collaborazioni come producer per artisti del calibro di Bjork. La sua musica ha un qualcosa di inquietantemente ancestrale, tanto che il fatto che sia in parte generata da strumenti elettronici finisce per essere del tutto paradossale. Sonorità oscure, loop raschianti come corteccia di un albero, brani strumentali sommersi da quel claustrofobico senso di minaccia imminente che l’uomo può provare solo dinnanzi alla madre natura, uno sguardo fisso e senza palpebre nell’abisso interiore. Forse il Trent Reznor del nuovo millennio?

Indie Top Ten, terza posizione

#2) Lucero

1372 Overton Park [Republic]

Difficile ormai considerare i Lucero meno di un istituzione per quel rock autentico e sanguigno che nasce e muore sulla strada, nutrito a polvere, statali e marciapiedi svuotati dal vento, e tutte quelle storie spezzate a metà raccolte dai volti e i sguardi dei sconosciuti di passaggio. Ogni disco di Ben Nichols è un incontro con un vecchio amico, che ha insieme sia il sapore delle nuove storie da riportare a casa che l’imminenza della prossima nuova partenza. Perché la vita, quella vera, è la fuori che aspetta solo di raccontarsi.

Indie Top Ten, settima posizione

#1) Mono

Hymn To The Immortal Wind [Temporary Residence/Human Highway]

Prosegue il viaggio siderale della formazione giapponese, “Hymn To The Immortal Wind” è il lavoro più intimista fin qui proposto dai Mono. Ancora gli indiscussi maestri alchimisti del magma sonico, ne sa qualcosa che ha avuto la fortuna di vederli dal vivo, celebrano questo loro primo decennio di attività con un album che cavalcando i crescendo sinfonici tanto cari al post-rock, intraprende la strada inversa e si lascia cullare sospeso nella quiete centrale dell’occhio del ciclone. Produce Steve Albini.

 

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