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TOP 10 ALBUM 2009 di Silvia “Anais”

25 dicembre 2009

Genere:

Indie Top Ten, terza posizione

#10) The Horrors

Primary Colours [Beggars Banquet]

Hanno il ‘giusto’ background musicale, il ‘giusto’ look, la ‘giusta’ nazionalità. “Primary Colours” sembra la somma di tante cose già viste. E anche già sentite, tra lo shoegaze, il post-punk e il dark, ma è un disco fatto davvero bene, anche per coloro che li avrebbero scartati poiché troppo ‘modaioli’. Ricredetevi.

Indie Top Ten, ottava posizione

#9) Bat For Lashes

Two Suns [Astralwerks]

E’ che dentro ci sento un sacco i Dead Can Dance e i Cocteau Twins. E’ che ascoltarla fa venire la pelle d’oca. Natasha Kahn, inglese con origini pakistane, dimostra d’aver fascino e bravura da vendere, destreggiandosi tra atmosfere più ritmate e altre più tenui.

Indie Top Ten, terza posizione

#8) Fever Ray

Fever Ray [Rabid]

La parte più tagliente dei Knife ha dato vita ad un piccolo capolavoro. L’inconfondibile voce di Karin Dreijer nuota tra atmosfere buie senza tempo e invade le gelide del nord con sonorità tribali ed elettroniche, senza tralasciare una punta di dark. Elegantemente lugubre, per questo assolutamente imperdibile.

Indie Top Ten, settima posizione

#7) Six Organ Of Admittance

Luminous Night [Drag City]

Oscure litanie e atmosfere cupe caratterizzano questo nuovo lavoro per il californiano Ben Chasny. Che pur trovandosi al suo decimo anno di attività riesce ancora confezionare un disco di questo livello. Non passa inosservata l’influenza che ha avuto su di lui la collaborazione con i Current 93, che ha contribuito a conferire una vena più industrial al tradizionale psych-folk tipico dei dischi precedenti.

Indie Top Ten, ottava posizione

#6) Buzz Aldrin

Buzz Aldrin EP [Secret Furry Hole]

Miglior esordio in ambito italiano, anche se non si tratta di un vero e proprio disco, ma di un EP, merita la classifica. I tre bolognesi (d’adozione) sono cresciuti a suon di post-punk, garage e rock’n’roll e hanno dato alla luce questi brani ipnotici pieni di voci distorte e noise tra Wire, P.I.L. e Cabaret Voltaire. E dal vivo spaccano.

Indie Top Ten, ottava posizione

#5) Project Komakino

The Struggle For Utopia [Parlour/Rough Trade]

Non hanno ancora ottenuto grande notorietà, ma nei circuiti londinesi girano già da un po’. Sarà tutta questa ondata di post-punk con tendenze dark-wave che c’è nell’aria, sarà il male di vivere di questo millennio (giovani Baudelaire e affini a Montale), sarà che ho un debole per le voci cupe e profonde alla Ian Curtis, fatto sta che questo disco è girato davvero molte volte nel mio lettore. Consigliato ai figli delle tenebre che rimpiangono la new wave degli anni 80, e che magari, come me, erano troppo giovani per poterne godere allora.

Indie Top Ten, settima posizione

#4) Soap & Skin

Lovetune For Vacuum [Play It Again Sam]

Diciannovenne austriaca, questo il suo disco d’esordio. La sua bellissima voce accompagnata dalle note di uno scuro pianoforte ci racconta di come è possibile fare del goth/dark in modo tanto sublime. Un’eleganza innata per questo piccolo genio che sa essere tanto fluttuante ed elegante quanto straziante e crudele. Ma sempre, immensamente dolce.

Indie Top Ten, ottava posizione

#3) The Black Heart Procession

Six [Temporary Residence]

Io sono una romantica, che ci volete fare. Terzo posto per i veterani di San Diego, che ancora una volta fanno uscire un disco dalla commovente bellezza. Posizionare un brano come “When You Finish Me” all’inizio della scaletta, vuol dire già tutto. Cupo, malinconico e autunnale.

Indie Top Ten, ottava posizione

#2) Fuck Buttons

Tarot [ATP]

Un bellissimo secondo album per gli inglesi Fuck Buttons, che se non ci avevano stupito abbastanza l’anno scorso con la loro opera prima, quest’anno ce ne danno la conferma. Maestri della sperimentazione questa volta virata maggiormente verso sonorità più dance, sanno confezionare brani che sono dei veri e propri inni al noise nelle varie sfaccettature, capaci di ipnotizzarci e lasciarci senza fiato.

Indie Top Ten, settima posizione

#1) Animal Collective

Merriweather Post Pavilion [Domino]

Sono decisamente il Gruppo (con la G maiuscola) del 2009. Arrivati al quinto disco non si lasciano scadere in banali ripetizioni e rimescolamenti di suoni precedenti, ma sanno come reinventarsi per sorprendere i vecchi fan e trovarne dei nuovi. Mirabolanti e psichedelici, un pop acido tra campionamenti, basi elettroniche e beat. Dei geni. Anche dal vivo, vincono il premio come migliori concerti dell’anno (non uno solo, ma tutti quelli che ho visto, sempre diversi uno dall’altro).

 

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