TOP 10 ALBUM 2009 di Marco Renzi

29 Dicembre 2009
Indie Top Ten, settima posizione

#10) Bobo Rondelli

Per Amor Del Cielo [Live Global]

Ebbene sì, un altro disco italiano. Anche alla luce di questo disco, c’è da dire che il suolo italico, in quanto a musica, merita forse più attenzione. Per questo motivo (ma non solo) ho deciso di inserire nella mia classifica il lavoro di un signore livornese che risponde al nome di Roberto Rondelli, in arte Bobo. “Per Amor Del Cielo” è il suo terzo disco da solista, ed è pure il migliore e il più maturo da lui realizzato. Musicalmente, non c’è nulla dei disciolti Ottavo Padiglione (qualcuno se li ricorda?), se non quella livornesità e quel sottile velo di ironia che hanno sempre reso Bobo un artista unico. In questi nove episodi classicamente cantautorali, splendidamente prodotti da Filippo Gatti, egli ci rammenta il miglior De André, certe cose di Tenco, e perché no, il suo conterraneo Piero Ciampi. Una voce profonda e commovente, che canta parole leggere, semplici ma che colpiscono al cuore per la loro bellezza. Meriterebbe di sicuro più spazio e più lodi, il buon Bobo, anche se lui sembra sempre essersi mostrato indifferente e avverso a certi schemi. Noi godiamoci comunque le sue canzoni.

Indie Top Ten, ottava posizione

#9) Il teatro Degli Orrori

A Sangue Freddo [La Tempesta]

Prendete Artaud, aggiungeteci un po’ di rock, un po’ di Jesus Lizard e un pizzico di cantautori italiani, mescolate bene e avrete Il Teatro Degli Orrori, una delle formazioni più interessanti del panorama rock italiano odierno. “A Sangue Freddo”, preceduto dal già ottimo “Dell’Impero Delle Tenebre”, rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al suo predecessore. Infatti, i pezzi hanno sicuramente più forza, più decisione e compattezza, e i testi hanno senza dubbio un ruolo non marginale, specie se si considera il cantato e le declamazioni di Pierpaolo Capovilla, scagliate su un inossidabile muro di chitarre che talvolta fanno qualche concessione all’elettronica (“Direzioni Diverse”). Il Teatro può forse essere alle volte tacciato di retorica, ma qui dentro c’è soprattutto la verità nuda e cruda, condita anche da citazioni letterarie che aggiungono quel quid in più. Tra le più significative uscite italiane del 2009 e degli ultimi anni.

Indie Top Ten, terza posizione

#8) Built To Spill

There Is No Enemy [Warner Bros]

Forse non il loro disco più riuscito, ma è difficile replicare le gemme che compongono la loro discografia. “There Is No Enemy” è, mettiamola così, il solito bellissimo disco dei Built To Spill, con i consueti meravigliosi intrecci di chitarre, con quelle melodie che solo Doug Martsch e pochi altri sanno scrivere. L’ultima prova della band rappresenta il perfetto mix della loro opera, con influenze che vanno dai Dinosaur Jr e arrivano fino ai Pixies e ai R.E.M.. Se ti amano i BTS, questo è l’ennesimo centro fatto dai ragazzi.

Indie Top Ten, settima posizione

#7) Jim O’ Rourke

The Visitor [Drag City]

Una delle personalità più prolifiche ed eclettiche della musica del nostro tempo, ci raggiunge nel 2009 con “The Visitor”, un unico viaggio (una soltanto è la traccia che compone il disco) che dura trentotto minuti attraverso suggestioni strumentali che difficilmente si spiegano a parole: delicati arpeggi di chitarra, ritmiche sghembe che arrivano quando meno te l’aspetti, insieme a un pianoforte che si inserisce all’improvviso e rende il tutto ancor più sorprendente. Viene da chiedersi come faccia ad arrivare a certe soluzioni: cose che a noi comuni mortali non è concesso sapere, e che forse neanche il buon Jim conosce con esattezza. Intanto, conviene perdersi in “The Visitor” e lasciar lavorare la musica.

Indie Top Ten, settima posizione

#6) Andrew Bird

Noble Beast [Fat Possum/Bella Union]

Altro interessantissimo disco, che di poco di distacca da quello di M. Ward. Un altro prolifico cantautore, per giunta polistrumentista. Andrew Bird si divide tra chitarra, viola e glockenspiel, e la sua sapienza musicale si riversa tutta anche nella sua ultima fatica, “Noble Beast”. Un disco, se si vuole, molto primaverile, un pop – folk alle volte barocco e comunque molto originale, pregno di soluzioni e spunti che emergono ad ogni nuovo ascolto. Lavoro per certi aspetti anche molto ambizioso che si fa ascoltare con piacere. Doverosa (ri)conferma di un talento.

Indie Top Ten, terza posizione

#5) M.Ward

Hold Time [Merge]

Settimo album in studio per questo ancor giovane musicista (se non si conta l’ottimo progetto She & Him, che proseguirà con un nuovo disco nel 2010), che pare proprio non sbagliare un colpo. Ottimo, infatti, è anche questo “Hold Time”, perfetta commistione di folk, country e pop. Pezzi suonati e arrangiati come dio comanda, di una bellezza melodica senza tempo, risedente anche nella voce del Nostro. Se si ha voglia di qualcosa di leggero, che sia a tratti malinconico ma lasci anche spazio al divertimento, allora “Hold Time” è il disco giusto. Uno dei migliori nel genere ’songwriters’ ad aver visto la luce nel 2009.

Indie Top Ten, ottava posizione

#4) Vic Chesnutt

At The Cut [Constellation]

Questo è il terzo anno consecutivo in cui il buon Vic ci regala un disco. L’anno scorso si era fatto accompagnare dagli Elf Power nel buon “Dark Developments”, in cui veniva fuori il suo lato più frizzante e rockettaro, se proprio così si vuol definirlo. Un buon lavoro, certo, ma nulla a che vedere con quella che fu l’uscita migliore del 2007 e tra le più significative del nuovo millennio: “North Star Deserter”. Lì, il cantautore era affiancato dagli A Silver Mt Zion e da Guy Picciotto dei Fugazi e il risultato fu un disco straordinario, da ascoltare e riascoltare nelle più tetre e piovose giornate invernali, ma non solo. Un disco per il quale si può scomodare anche la parola capolavoro. In “At The Cut” vige il detto ’squadra che vince, non si cambia’, e infatti i collaboratori del cantautore georgiano sono gli stessi che figuravano in “North Star Deserter”. Forse qui non abbiamo un ritornello da ricantare a squarciagola come quello di “You Are Never Alone” o una composizione gigantesca come “Splendid”, ma il nuovo lavoro del cantautore di Athens viaggia sempre su ottimi binari, e la sua ispirazione proprio non vuol saperne di deragliare.

Indie Top Ten, settima posizione

#3) Dan Auerbach

Keep It Hid [Nonesuch]

Una delle due metà dei Black Keys si cala nella parte del solista e cose ti inventa? Un grandissimo disco, che sorprende per capacità compositiva e per il saper alternare con gusto momenti rock, leggerezze folk ed episodi più rumorosi riconducibili alla sua band di provenienza. Non troverete mai la parola ‘banalità’ affiancata al disco di Dan Auerbach, bensì leggerete ’semplicità’, ma quella semplicità che rende diversi e unici. Il cantante e chitarrista è senza dubbio abilissimo nel saper rielaborare formule fin troppo abusate come quelle del blues, del rock e del fok e renderle proprie, condensando la sua esperienza e i suoi ascolti in questi quattordici ottimi brani dei quali ci si stanca con difficoltà.

Indie Top Ten, ottava posizione

#2) Edda

Semper Biot [Niegazowana]

Ne escono davvero pochi di dischi capaci di far male, scavare nel profondo. E come è difficile affrontarne l’ascolto, lo è pure parlarne, scriverne. Stefano ‘Edda’ Rampoldi è stato assente dalla musica italiana per ben tredici anni, non lasciando trapelare nessuna notizia di sé, tranne ai fortunati che lo conoscono di persona. Edda, come racconta nella bellissima “Milano”, è stato per anni tossicodipendente e ha lavorato costruendo ponteggi, senza dimenticarsi della musica. “Semper Biot” (sempre nudo, in milanese), il suo ritorno solista, scritto a quattro mani col musicista e cantautore Walter Somà, ne è la prova. Dodici, meravigliosi intensi episodi acustici, arricchiti qua e là dal gusto e dalla precisione del polistrumentista Andrea Rabuffetti e di altri ottimi musicisti. Uno su tutti, Mauro Pagani ospitato al violino nel pezzo di apertura, “Io E Te”, canzone perfetta per introdurci in questo nuovo percorso intrapreso dall’artista milanese. Un percorso fatto di canzoni toccanti come “Scamarcio”, “L’innamorato”, “Snigdelina”, la stessa title – track, che dopo svariati ascolti entrano nel cuore, nella pelle. Le parole sono forti, vere, crude, alle volte ti commuovono fino alle lacrime, e in altri momenti possono addirittura strappare un’ irrazionale sorriso. Emozioni che solo i più grandi sanno trasmettere.

Indie Top Ten, settima posizione

#1) Califone

All My Friends Are Funeral Singers [Dead Oceans]

Canzoni stupende, profonde, sospese in meravigliose armonie su cui canta la voce malinconica di quel genio incompreso che è Tim Rutili, che già con i Red Red Meat e con i precedenti lavori della sua attuale band ci aveva regalato perle di tale bellezza. Qui, si ripropongono con maestria il country, il blues, il folk, destrutturati e intrisi di una personalità e di una originalità unica nell’attuale scena musicale. Stavolta si spera nel buon gusto dei musicofili, che un disco di tal portata non venga accantonato o sottovalutato.

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