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IL NASTRO BIANCO di Michael Haneke

1 gennaio 2010

Per citare una frase più che sfruttata, ci sono registi che si odiano o si amano, con la stessa intensità, senza poter assestare il proprio giudizio su una valutazione di ibrida energia. Michael Haneke rientra in questa categoria di autori, confermando ad ogni prova da un lato l’entusiasmo dei sostenitori, e dall’altro l’incomprensione, se non il biasimo dei detrattori, forte di uno stile narrativo ed estetico peculiare che va al di là delle singole storie.
“Il nastro bianco”, Palma d‘Oro come miglior film all’ultima edizione del Festiva di Cannes, resta fedele a quella condotta linguistica, rafforzando pregi ed eventuali difetti del regista austriaco.
Siamo in un villaggio della Germania protestante, alle porte della prima guerra mondiale. La voce narrante, che scopriremo appartenere al maestro della scuola, introduce lo spettatore all’interno di un’ambientazione sulla carta rassicurante e familiare, in realtà immediatamente percepita come perturbante.
La quiete della comunità viene sconvolta da alcuni, frazionati, episodi di sconcertante e inspiegabile origine. L’impronta autoriale di Haneke si identifica con la messa in scena di un allestimento apparentemente disteso, ben presto però riconosciuto come trattenuto, tutt’altro dalla serenità inizialmente riconosciuta. La collocazione spaziale viene arginata in confini poco resistenti, oltre i quali la violenza malcelata sbuffa tutta la propria ferocia, in accordo alla modalità recitativa dei personaggi, congelati in azioni frenate e insincere.

Il flusso inarrestabile che conduce inevitabilmente all’esplosione della violenza è comune alla poetica di Haneke: “Funny Games” e “Il (sottovalutato e poco noto) Tempo Dei Lupi”, sono forse gli esempi di maggiore pertinenza. “Il nastro bianco” prosegue, accentuando l’antitesi dei due momenti, attraverso una proprietà verbale ancor più connessa al progresso dell’intreccio.
La compostezza spaziale e il frigido contegno delle figure cozzano brutalmente contro gli improvvisi e stonati moti di aggressività, coincidenti nella quasi totalità con l’idea della “punizione”: il pastore che ammonisce il figlio sulla pratica vergognosa della masturbazione, il padre che picchia il ragazzo, l’assalto nei pressi del fiume.
Haneke accentua l’incongruenza tra calma e furia, attraverso una composizione del quadro bilanciata e rigorosa, con inquadrature anche paesaggistiche nelle quali spiccano gli elementi dell’isolamento e della quiete, in netto contrasto con l’intrusione umana, ipocrita e intimamente violenta.
Il percorso inarrestabile de “Il Nastro Bianco” precipita in una virulenza, sia orale che fisica, ai limiti dell’atrocità; le scene più cariche in tal senso sono rispettivamente il dialogo tra il dottore e l’amante, e la gratuita aggressione al figlio di quest’ultima. Le offese insopportabili del medico ai danni della donna, in una sorta di contro-dichiarazione di odio, hanno lo stesso acre e penoso sapore del pianto straziante del povero bambino, vittima di un accanimento incomprensibile.
I campi lunghi alternano i primi piani, l’austerità raccoglie impreparata i tragici avvenimenti, traboccanti l’aura malvagia del villaggio: vuoi la crudele morte del volatile, vuoi il doloroso suicidio del contadino.

Haneke accresce il senso di palpabile disperazione procedendo per negazione, ora nell’offrire una visione aperta, ora nel tradurre il tormento con grida e invocazioni, secondo un semplice e disciplinato incedere: dove la violenza si esprime con il sonoro, non è ammessa la vista; quando è esibita, si accompagna al silenzio.
Altro elemento caratteristico del regista austriaco è l’assoluto disinteresse nel proporre la spiegazione, in modo da rendere, se possibile, ancor più insopportabile, indefinibile e assurda – persino inaccettabile quando ha le fattezze di un bambino – la durezza dell’animo umano, così ben espressa nelle parole della baronessa: è un ambiente dominato da malvagità, invidia, stupidità, brutalità.

Cover Album

Titolo originale: Das weiße Band – Eine deutsche Kindergeschichte
Regia e sceneggiatura: Michael Haneke
Interpreti: Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt, Christian Friedel, Leonie Benesch, Ursina Lardi, Rainer Bock
Fotografia: Christian Berger
Scenografia: Christoph Kanter, Anjia Muller, Heike Wolf
Montaggio: Monika Willi
Nazione: Austria/Germania, Francia, Italia
Anno: 2009
Durata: 144’

 

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