I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 00
posizioni dalla 100 alla 51

 
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9 Gennaio 2010
 

Guarda le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2019

100. WHY?
Elephant Eyelash


[Anticon – 2005]

C’è vita dopo i cLOUDDEAD, eccome. Chiusa la sorprendente avventura avant hip-hop, Yoni Wolf riprende la sua carriera solista ed esce con un disco che lascia tutti spiazzati. Sia per l’idea di pop che lo avvolge, derivato da una personalità intensa, avvolto da sfumature spesso in contrasto tra loro, tra melodie aperte e liriche claustrofobiche. Sia per l’immediatezza delle canzoni, che sono di fatto difficili, ricolme di parole e ricoperte di suoni, ma riescono comunque, una dopo l’alta, a catturare e coinvolgere chi le ascolta. Il mondo di Yoni Wolf non dev’essere (per fortuna) tra i più lineari possibili. Il suo talento, che emerge lucido in “Elephant Eyelash”, sta nel regalarci la chiave per riuscire a vederlo e per un po’ anche ad abitarlo.
(Matteo “matteb83” Benni)

99. JAMIE LIDELL
Multiply


[Warp – 2005]

All’uscita di “Multiply” non sapevo nulla di Jamie Lidell, ma il disco mi ha totalmente conquistato. Poi ho scoperto il suo glorioso passato nei Super_Collider e ho continuato a seguirlo con passione; semplicemente perché questa perla datata 2005 conteneva in sé tutta la visionaria elettronica dell’esperienza precedente, ma vi aggiungeva un sudatissimo amore per tutto l’universo soul/funk americano (specialmente di quello degli anni d’oro della Motown). Ora è passato quasi un lustro e queste dieci tracce si confermano come la più perfetta ipotesi di una black contemporanea, nel solco della tradizione ma con lo sguardo e l’immaginazione già rivolti verso il futuro. Se ve lo siete lasciati scappare all’epoca, recuperate immediatamente: tra aggressività funk e morbide scioglievolezze soul, tra spunti per un blues futurista e rimembranze easy-listening, “Multiply” suona proprio come un classico.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

98. M.I.A.
Kala


[XL – 2007]

LEGGI LA RECENSIONE

Un pugno dritto nello stomaco, una cascata di acqua gelata in testa, sferzate di parole come raffiche di mitraglietta. Era il 2007 quando M.I.A., all’anagrafe Maya Arulpragasam, ci travolgeva con la sua valanga di rime in bilico tra il “combat rock” impegnato e la Bollywood più kitch. Un disco curatissimo, complice la partecipazione di nomi quali Switch, Diplo, Timbaland e Blaqstarr. Il meltin pot di suoni e ritmi messo in scena da M.I.A. traccia una linea immaginaria che congiunge Londra allo Sri Lanka via Africa: semplicemente impossibile restare fermi! Non provate a mettervi contro Maya, la ragazza sa il fatto suo e “Kala” ne è la prova.
(Giuseppe “Mr. Soft” Muci)

97. BUILT TO SPILL
You In Reverse


[Warner Bros – 2006]

Uscire indenni dagli anni ’90 con alle spalle tre album capolavoro e piantarne un altro nel bel mezzo degli anni Zero è roba che possono permettersi in pochi. I BTS profumano di caramello bruciato, alla fanciullesca dolcezza delle corde vocali di Doug Martsch contrappongono contemporaneamente la ruvida scia rumorosa di fantastici assoli di chitarra, poesie tracciate nell’aria da chitarre affilate e piene. In epoche in cui i sogni sembrano banditi dall’immaginario musicale, Martsch e soci colmano le distanze che ci separano dall’ ‘impossibile’ con canzoni definitive, sommergendoci in riff immortali, colorati, indimenticabili ed al tempo stesso pienamente incastonati nella meccanismo melodico dei brani. “You In Reverse” macina a velocità supersonica tutto quello che di emozionante è stato prodotto negli ultimi cinquant’anni musicali, dai Beatles ai Pink Floyd, dai Sunny Day Real Estate ai Dinosaur Jr., da Neil Young ai Pavement, donando un senso al rock’n’roll, ormai uno spettro all’asfittica ricerca di se stesso.
(Giuseppe “Joses” Ferraro)

96. GIARDINI DI MIRO’
Rise And Fall Of Academic Drifting


[Homesleep – 2001]

Il post-rock. Agli albori del decennio c’era già chi lo dava per spacciato. Certo, i Mogwai non erano finiti, ma in piena attività (e lo sono tutt’ora), però gli Slint si erano sciolti da anni e i Tortoise sembravano impantanati in secche quasi progressive. E allora la botta fu ancora più forte quando, da una qualsiasi provincia dell’impero (la nostra cara e disastrata Italia), arrivò il primo disco dei Giardini Di Mirò: qualcuno non esitò a definirli pallidi epigoni degli scozzesi, colpa anche di quelle atmosfere delicate, eppure tese e sempre prossime all’esplosione; ma se il tempo è giudice onesto ed imparziale allora i detrattori si sbagliavano. Sotto la parentela, comunque innegabile, coi Mogwai, si nascondeva furore, eterea poesia, accenni pop che non verranno mai completamente alla luce, un gusto hard e sperimentale che affiorerà nel tempo. “Rise And Fall Of Academic Drifting” non è forse il vertice della carriera degli emiliani, ma rimane semplicemente un album bellissimo e una pagina preziosa della nostra storia.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

95. SPARKLEHORSE
It’s A Wonderful Life


[Capitol – 2001]

Titolo decisamente ironico, se accostato alle 13 canzoni che si susseguono all’interno del disco. Melodie e ballate agrodolci, suoni e rumori frammentati e spesso oscuri, ninnananne che diventano filastrocche bislacche ed ossessive. Eppure, per Mark Linkuos, che si cela dietro lo pseudonimo di Sparklehorse, questo è sicuramente il disco più solare e accessibile sino ad ora scritto, merito forse di un momento magico e felice della sua travagliata vita. Ne nascono piccole storie personali di riflessione e di purificazione, addobbate da un apparato lo-fi intriso di pop, mai stato così ricco e articolato. Con l’aiuto di amici fidati e validi, come Tom Waits, P.J. Harvey e David Fridmann, ci consegna un disco unico, non immediato ma capace di svelare, ascolto dopo ascolto, senza sosta, piccole sorprese e splendidi dettagli sonori.
(Michele Tioli)

94. AMY WINEHOUSE
Back To Black


[Republic – 2007]

Poteva sembrare un’operazione nata a tavolino, prendendo una grande interprete, un ottimo produttore e delle canzoni che pescano in un passato mai dimenticato. E invece, come le travagliate vicende personali ci hanno in seguito fatto capire, il personaggio che si racconta in queste undici favolose canzoni è assolutamente vero, con tutti i capricci e i difetti di una star, più abile nel rovinarsi la vita che nell’amministratore le doti che madre natura le ha regalato. Una voce stupenda, calda e potente, una capacità di scrittura che attinge con furbizia e intelligenza nel repertorio Motown di 40 anni fa, valorizzate dall’abilità di un produttore, Mark Ronson, che ha dimostrato di avere sempre un debole per quelle sonorità, ma con il giusto rispetto per traghettarle nel nuovo millennio senza passatismi eccessivi. Dopo questo, mille imitazioni, ed una interminabile caccia alla giusta controfigura. Inutile a dirsi, ancora senza successo.
(Michele Tioli)

93. THE DECEMBERISTS
Picaresque


[Kill Rock Stars – 2005]

Lo dice Colin Meloy stesso, in “The Engine Driver” canta I am a writer, a writer of fictions. Un cantastorie d’altri tempi che riesce a tingere di epico ogni canzone dell’album. Canzoni in cui risuonano forti e chiari echi di Smiths e Belle & Sebastian. Meloy prende in prestito i personaggi dal romanzo seicentesco spagnolo e con la sua voce nasale narra storie di principesse spagnole, di vendetta, di suicidi e di omicidi. Con il resto della band e mille strumenti porta semplici melodie pop verso scenari folk, accompagnato spesso da organo e violino che danno un tocco di drammaticità ad alcuni pezzi. “Picaresque” è un teatro musicale con un’orchestra che funziona a meraviglia, diretto e prodotto da Chris Walla. Se non è garanzia di qualità questa…
(Cristina Bernasconi)

92. FRANZ FERDINAND
Franz Ferdinand


[Domino – 2004]

Quattro tipi di Glasgow, che di certo non fanno della loro bellezza l’arma letale, imbracciano chitarre e sparano riff geometrici, potenti e super appiccicosi, oppure si divertono in pezzi scanzonati dagli echi beatlesiani. Canzoni del calibro di “Take Me Out” o “This Fire” colpiscono e affondano, ed a distanza di anni non hanno perso la carica e la forza che li fecero spiccare il volo.
‘’Franz Ferdinand’’ è tuttora il miglior lavoro di Alex Kapranos e soci, ed a mio giudizio il gruppo non riuscirà più a toccare vette così alte; l’album rimane comunque un pezzo di storia, capace di far suonare l’allarme in un Inghilterra ancora un po’ stordita, e in lenta fase di ripresa in campo musicale.
(Matteo “guly” Guglielmi)

91. THE CORAL
The Coral


[Deltasonic – 2002]

Nel 2002 un gruppo di giovanissimi amici pubblica il suo album di debutto e si guadagna anche a detta di un certo Noel Gallagher l’etichetta di ‘best band in Britain’. The Coral, debutto omonimo è un album licenziato dalla Deltasonic e ha in se i segni evidentissimi di una psichedelia contaminata da forti influenze british pop anni sessanta. A comandare su tutto è il talento innato di Bill Ryder Jones, chitarrista che all’epoca della pubblicazione aveva solamente 18 anni. La voce di James Skelly fa il resto, raschiando dove più opportuno. Ad oggi questo è l’album più fresco, diretto e meglio scritto dalla band. Sicuramente una segnalazione importante tra i migliori episodi musicali britannici della decade.
(Giovanni “giov” Venditti)

90. BROKEN SOCIAL SCENE
You Forgot It In People


[Arts & Crafts – 2003]

I Broken Social Scene sono i Pavement degli anni ’00. Quasi. Se qualcosa gli manca è quel prezioso briciolo di concretezza che donava alla band di Stephen Malkmus e Spiral Stairs la capacità di tenere il focus fisso su canzone e melodia. I Broken Social Scene invece hanno la testa tra le nuvole. Ancora più dei Pavement. E il sospetto, in fondo, è che vogliano essere esattamente così: irresistibilmente confusionari, ma capaci comunque, chissà come, di trovare un bandolo alla matassa di suoni, strumenti, voci, stili, persone che riescono a mettere insieme. “You Forgot It In People” è il loro capolavoro, quello in cui il precario equlibrio che sempre li accompagna si fa più solido e uniforme. Stabile, quasi. Quasi.
(Matteo “matteob83” Benni)

89. OUTKAST
Speakerboxxx/ The Love Below


[La Face – 2003]

L’Hip-hop non è necessariamente sparatorie. Il duo Outkast lo ha sempre vissuto e celebrato riversandoci la loro originale creatività. Che in questo progetto, sia nel formato, sia nei contenuti, straborda. 2 Album solisti legati assieme, diversi, complementari, comunemente ispirati dalla voglia di esplorare territori nuovi, ognuno a modo suo. Per Big Boi l’amore per il rap non affievolisce con il passare dei dischi, e il suo Boxxx contiene rivisitazioni classiche in chiave elettro-old skool (Ghetto Musick), intelligenti riflessioni sociali (War), e ludici esercizi di stile (The Way You Move). Andre 3000 invece, sperimenta l’impossibile mischiando un’infinità di suoni diversi, riuscendoci inaspettatamente, in modo straordinario. C’è Prince pseudo Dnb (“Spread”), c’è jazz di Coltrane e idm (“My Favorite Things”), Power pop da ballare (“Hey Ya”) e languido motown funk and soul (“Prototype”). 2 ore e 15 di pura, ardita, ironica e istrionica classe.
(Riccardo “Friccardo” Valentino)

88. KINGS OF LEON
Because Of Time


[RCA – 2007]

Un’altra piccola sorpresa da questi re di Leon che acquisiscono una credibilità sempre maggiore, per quello che fanno, e soprattutto come lo fanno. C’è il classico southern rock di “Fans”, ma soprattutto la sorprendente “The Runner”, che inizia come una ballata dal piglio folk, per virare in un classico indierock chitarristico chiudendo con una battuta gospel. Capogiro, testacoda, ma vuoi ancora andare avanti. E ti ritrovi ad incrociare “Trunk” e il suo acido rock notturno e oscuro, e poi “Camaro” per quella dose di sudore che mancava ancora all’appello. E si chiude il sipario con una splendida ballata elettrica condita da tastiere, “Arizona”, che ti accompagna verso il silenzio del disco che ha finito il suo corso. Poi il tempo di un bicchier d’acqua, e proprio ora che sei particolarmente scazzato decidi di ricominciare da capo. Ne hai bisogno oggi, e forse magari anche domani. Sono tutti uguali i giorni da queste parti.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

87. ARAB STRAP
Monday At The Hug & Pint


[Matador – 2003]

Pubblicato soltanto due anni prima del loro commiato, “Monday at the Hug & Pint” rimane il migliore condensato della carriera del duo scozzese e forse il loro disco più riuscito in assoluto. Prima di tutto per le liriche taglienti e dirette, schiette e geniali; racconti alcolici di vita, amore e sesso ricchi di frustrazione e senso di sconfitta come di humour e romanticismo. Musicalmente tanto debitore degli anni 90 quanto precursore del decennio successivo, a distanza di 6 anni continua a emozionare per le melodie limpide che emergono dalla voce biascicata di Moffat e per la sua ricchezza sonora: le drum machine di “The Shy Retirer”, il post-rock di “Fucking Little Bastards”, il pianoforte di “Who Named the Days?”, gli archi di “Loch Leven”.
(Francesco “dhinus” Negri)

86. MADVILLAIN
Madvillainy


[Stones Throw – 2004]

Ci sono dischi che travalicano il loro valore artistico (e che nessuno metta in dubbio che spettacolo è questo “Madvillainy”) perché consacrano una scena, un artista, una concezione sonica come distintiva dell’epoca in cui nascono. Madlib e MF Doom (e la label Stones Throw) non erano dei novellini, degli esordienti: portavano sulle spalle un passato underground di immenso rispetto, ma quest’opera ha permesso loro di entrare nelle case di una quantità di ascoltatori prima impensabile, ha eletto loro a simbolo di un certo hip-hop meravigliosamente concepito in anni in cui lo stereotipo catenoni e culoni sembrava non lasciar scampo. È quindi un atto dovuto, oltreché meritatissimo, l’inserimento della sortita Madvillain in questa classifica: che poi queste ventidue tracce siano una meglio dell’altra, che suonino immaginifiche ed irresistibili anche quando durano meno di un minuto e a un primo ascolto sembrano solo un divertissiment, bé, è tutto grasso che cola.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

85. CLOUDDEAD
Ten


[Mush – 2004]

Ecco, questo disco mi ha cambiato la vita. Prima ero un rocker tutto d’un pezzo, poi è arrivato “Ten” e niente è stato più come prima: che fosse un qualcosa di inclassificabile ed eccessivo, furono gli stessi autori ad ammetterlo, annunciando “Ten” come loro ultima opera, prima di un congelamento che continua ancora (e che ci ha regalato preziose carriere soliste, di cui cito per affetto e stima quella di Why?). Gli ingredienti della miscela spaziano dall’hip-hop old-school (su tutti i Beastie Boys) a muri del suono shoegaze, a influenze indie,a una psichedelia ultraterrena, eterea e coinvolgente. Ma contare vaghi precedenti non rende onore all’opera: uno di quei casi in cui davvero la somma delle singole parti è superiore (e pure di molto) ai singoli addendi. Vi basti la traccia che apre il lavoro a dimostrazione di quanto irraggiungibile (e irripetibile) sia questo disco: “Pop Song” è la personalissima visione del pop da parte dei tre ed infine è tutto tranne che banalmente pop; è oltre. Questo disco è oltre, i cLOUDDEAD erano (sono e saranno sempre) oltre.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

84. BRIGHT EYES
I’m Wide Awake, It’s Morning


[Saddle Creek – 2005]

Forse il disco più maturo e originale del talentuoso (ex) enfant prodige Conor Oberst, re indiscusso di quella scena americana della metà degli anni 2000 che va tra il folk cantautoriale e il pop, spesso contaminato da un elettronica cheap. L’iniziale “At The Bottom Of Everything” affascina chiunque con la storiella dell’aereo che precipita e lo stornello folk tanto Dylan “Hurricane”. Sono poi molte le tracce da lacrima, tutte eccelse, dalla serenata da camera “Lua” o la indimenticabile “First Day Of My Life” che chiunque dovrebbe far ascoltare alla propria amata, fino alla splendida, sussurrata “Poison Oak”. “I’m Wide Awake It’s Morning” è un disco superiore, di quei pochi da avere e riascoltare nel tempo, carico di intense emozioni, vere, pure come le canzoni da cui affiorano.
(Alessio “BBB” Miseri)

83. PORTISHEAD
Third


[Mercury – 2008]
LEGGI LA RECENSIONE

Che ne è stato del trip-hop che fu? Esso rinasce sotto altre spoglie (”Magic Doors”, che conserva reminescenze della desolata “Sour Times” di “Dummy”, “Plastic”, “Threads”), ma è stato sfigurato e inserito dentro atmosfere che hanno in parte perso quel gusto “metropolitano” in favore di una introspezione totale, alla ricerca di (o in fuga da) paure ancestrali.
Le delicate ballate “Hunter”, “The Rip” e “Deep Water” (con la chitarra acustica a pennellare malinconici quadretti folk) ci offrono una Gibbons un po’ più “soul” e apportano un lieve sollievo senza però riuscire a far sparire quella sensazione di oppressione (d’altronde assai piacevole) avvertita durante tutta l’esperienza d’ascolto del full length.
(Luca “Dustman” Morello)

82. THE RAPTURE
Echoes


[Dfa – 2003]

Chiaro che se non ci fossero stati i P.I.L., i Cure, i Gang Of Four, i Theatre Of Hate etc. non ci sarebbero nemmeno i Rapture. Fatto sta che “Echoes” ha comunque qualcosa di nuovo da dire. Ovvero come portare il post-punk nelle disco di oggi, plausibile se lo si mescola con il funk e l’electro. E potete anche non ammetterlo, ma non siamo di fronte ad un disco modaiolo, tutt’altro: singoli come “House Of The Jealous Lovers” segnano l’era della nuova musica da ballare, contaminata e acida, con quel fondo di malinconia tipico del mondo contemporaneo. E la DFA (che ha l’occhio lungo) se n’è accorta subito…
(Silvia “Anais”)

81. JAMIE T
Panic Prevetion


[Virgin – 2007]

Più che un disco del decennio, la malattia del decennio: l’attacco di panico. Sofferente e ispirato, questo sbarbatello di Wimbledon si richiude in casa, piazza strumenti vintage e scassati e tira fuori il suo hip-hop da combattimento, fatto di slang anglo-giamaicano, rap e rock steady. Jamie T. sposta l’obiettivo dall’adolescenza fluorescente cara ai coetanei Arctic Monkeys (che se i Beatles sono più famosi di Gesù questi ormai sono più famosi dei Beatles) e lo piazza su rapinatori di banche, pischelle che si tuffano nel Tamigi con le Stella Artois ficcate in tasca e gli Oliver Twist del nuovo millennio. A bassa fedeltà e cacofonico come una conversazione in una stanza in cui ci sono almeno dieci persone di troppo, “Panic Prevention” ti fa venire voglia di scaraventare il televisore fuori dalla finestra e di chiuderti nel bagno a salmodiare sulla tua ubriachezza. Il giorno dopo, quella situazione verrà universalmente riconosciuta come ‘bella festa’. Lo stesso dicasi per quest’album.
(Claudia Durastanti)

80. LCD SOUNDSYSTEM
Sound Of Silver


[Dfa – 2007]
LEGGI LA RECENSIONE

Il carissimo James Murphy è uno che nell’ambito musicale ci sta dentro da anni. Dopo esperienze punk-rock e anni da ingegnere del suono per la Sub Pop, ha fondato la sua etichetta, la DFA. Con questa ha prodotto quel nuovo miscuglio di tendenza, incautamente definito da alcuni, disco-funk, lanciando belle speranze come i The Rapture, per esempio. Ma il suo personale progetto musicale, gli Lcd Soundsystem, è quello che lo ha reso famoso. In “Sos”, il suo secondo lavoro, la passione di Murphy per generi diversi, e uniti tutti sotto uno stesso filo conduttore, il beat, crea un lavoro più simile ad un album che ad una compilation. Ci sono richiami a Eno nei vocalizzi di “Get Innocuos”, loop di piano ‘chimicali’ nello stupendo inno alla non-più-gioventù di “All My Friends”e dolci strascichi soul nell’intensa ballata finale dedicata alla sua città, New York. Musica elettronica che fa ballare, divertire ed emozionare allo stesso tempo.
(Riccardo “Friccardo” Valentino)

79. REGINA SPEKTOR
Begin To Hope


[Sire – 2006]
LEGGI LA RECENSIONE

Non andiamo a cercare troppi giri di parole: niente suoni avveniristici, sperimentazione a zero, le intuizioni in sede di produzione ci sono… ma quello che rimane qui sono le canzoni. E nel quarto album di Regina Spektor, quello che l’ha portata alla ribalta mondiale grazie al singolo ultra radio friendly “Fidelity” ce ne sono, e di splendide. Scelta dura se mettere “Begin To Hope” o il precedente “Soviet Kitsch” (o in alternativa per rimanere nel genere lo straordinario “When The Pawn…” di Fiona Apple), ma ho optato per questo gioiellino di 12 stupende ed accattivanti tracce, dove il pop (inteso in senso nobile) entra prepotente nella vena cantautoriale della nostra: roba da far gioire le radio (“Fidelity”, “Better”, “On The Radio”) ma anche le orecchie degli appassionati di musica ‘globale’ (gli intenditori? E chiamiamoli così). Perché in fondo alle radio una cosa meravigliosa come “Field Below” non arriva, ma alle nostre sì. Ad avercene.
(Emanuele “kingatnight” Chiti)

78. SILVERSUN PICKUPS
Carnavas


[Dangerbird – 2006]

Cito da un libro che ho letto quest’anno: Perché fissare le proprie scarpe mentre si parla, mentre si cammina o mentre si suona, non è esattamente una scelta: è una necessità. Shoegaze, letteralmente fissare le proprie scarpe. E i Silversun Pickups fanno shoegaze. E i Silversun Pickups suonano come se tu, e loro, aveste sempre sedici anni (nel caso siate stati dei sedicenni problematici). Quando ascolti “Carnavas”, vieni catapultato nell’epoca in non avevi ancora preso nessuna decisione e le tue giornate erano sempre brutte, così, per partito preso, e ti andava bene di fissarti le scarpe, perché non sapevi ancora niente dei tuoi FUTURI FOSCHI SCENARI. Piccola nota a margine: la seconda volta che sono stata al CBGB’s ho scoperto che avevano chiuso baracca, e che al suo posto c’era un negozio di vestiti fighetti. Il che è una cosa molto brutta. Ma il commesso stava ascoltando, nell’ex tempio della new wave e del punk newyorkese, questo disco. Il che è una cosa bella, a prescindere.
(Claudia Durastanti)

77. VERDENA
Solo Un Grande Sasso


[Blackout – 2001]

Il secondo disco dei Verdena, prodotto da Manuel Agnelli degli Afterhours, non poteva che essere la naturale evoluzione del primo. Ancora attratti dall’orbita grunge americana, ma soprattutto dai Nirvana, fanno però i primi passi verso quello stile personale che poi sarà raffinato ulteriormente nel terzo disco. I pezzi più belli sono sicuramente i più lunghi, la tesa “Starless”, la potente “Nova” e la coinvolgente “Centrifuga”. L’apporto di alcuni membri degli Afterhours riempie ulteriormente il suono (ad es. il violino di Dario Ciffo, ora Lombroso). A livello di testi le critiche su internet si sprecano, ma non si può certo dire che le linee vocali non siano azzeccate, perfette per il contesto e per questo genere così difficile da cantare. Un album bellissimo che fa capire il percorso musicale di questa grande band nostrana.
(Emanuele “Brizz” Brizzante)

76. THE KILLERS
Hot Fuss


[Island – 2004]

Quando fai un disco in cui quasi tutti i pezzi sono potenziali singoli, quando scrivi testi senza senso che riescano comunque a essere adorabili, quando prendi gli anni ottanta e ne tiri fuori il meglio, quando scrivi dei pezzi che potrebbero stare su un disco dei primi U2 e pezzi che tendono al truzzo senza perdere la classe, quando ti inventi melodie perfette, quando riesci a creare nell’ascoltatore un senso di dipendenza nei confronti della tua musica, allora sei sulla strada dell’eccellenza e il risultato finale sarà memorabile. Un disco che non può non essere menzionato in ogni discussione di questo decennio musicale, un disco ballato e cantato a squarciagola decine e decine di volte, un disco che si ricorderà con gioia, affetto e nostalgia, con la consapevolezza di come purtroppo siano andate a finire le cose.
(Cristina Bernasconi)

75. BECK
Sea Change


[Geffen – 2002]

Con un disco così, Beck dimostrò che, qualsiasi fosse la forma, la sostanza dei suoi dischi sarebbe stata sempre tantissima. Probabilmente l’episodio della sua discografia che preferisco, così diverso, essenziale e triste. Ci si dimentica di Hansen che si diverte con l’hip hop a far ballare, sempre in chiave pop, qui si entra nella sfera personale del cantautore e ci si commuove. Tra echi di Nick Drake e moderno cantautorato acustico ci descrive morbidi ed intensi paesaggi romantici dai tramonti in eterno divenire. Un disco ancora unico nel suo genere. Indispensabile.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

74. DEERHUNTER
Microcastle


[Kranky – 2008]

E qui si sta zitti, si ascolta e si medita, i Deerhunter tirano fuori dalle tasche il loro capolavoro, un full-lenght che spezza la normale attitudine del gruppo verso un rock quadrato e noise, per abbracciare orizzonti più ampi e meno frenetici. ‘’Microcastle’’ potrebbe essere un trattato d’estetica della musica, lente e paranoiche orchestrazioni dilatano visioni sfuocate, un susseguirsi di crescendo tranciano esitazioni e ti guidano in mondi paralleli a colpi di melodie psichedeliche, pur sempre accompagnate da un pop melanconico targato 90’s. Bradford Cox e compagni hanno calato un poker d’assi notevole, se poi si considera anche il secondo disco ‘’Weird Era Continued’’: la scala reale è servita.
(Matteo “guly” Guglielmi)

73. RADIOHEAD
In Rainbows


[self-released – 2007]LEGGI LA RECENSIONE

“In Rainbows” non chiude un cerchio, “In Rainbows” in realtà è la dimostrazione del paradosso che quel cerchio non puoi davvero chiuderlo mai. E con questo settimo album i Radiohead si scomodano a scriverci di nuovo un disco di canzoni. Che non è musica elettronica sperimentale. E Thom Yorke non ha mai cantanto così magnificamente che viene da pensare a quale crimine sia stato imbottigliare con il contagocce una voce nel genere nelle limitate metriche da filastrocca della loro discografia più elettronica. La musica dei Radiohead del 2007 è come un fiore che si apre portandosi dentro tutti i colori mai avuti in tutte le direzioni mai raggiunte. Se la simmetria è un arte questo è un disco che solo i Radiohead oggi potevano scrivere. Di quanti artisti si può dire la stessa cosa?
(Marco “Just” Vecchi)

72. THE GOOD, THE BAD & THE QUEEN
The Good, The Bad & The Queen


[EMI/Parlophone – 2007]
LEGGI LA RECENSIONE

Echi di dub e accenni di afro-beat rendono brani come “Hystory Song” oppure “Nature Springs” morbide ed avvolgenti ballate prive di nucleo ma ricche di sfumature. Piccole figure visibili in controluce, immagini che svaniscono, colori che si fondono col grigio, e Albarn che sembra aver fatto tutto con comodo, senza forzare le cose : “A Soldier’s Tale” sembra un pezzo degli ultimi Blur, malinconico e scivoloso, mentre “80’s Life” ci riporta agli anni ’50, con quel pizzico di modernità che ci fa capire che siamo sicuramente di fronte ad un brano di musica contemporanea. Non fatevi trarre in inganno dai primi ascolti, potreste bollare questo lavoro come piatto e ripetitivo, invece il disco è pieno di tante e tali sfumature che non può davvero non piacere. A volte certa musica ha bisogno di tempi e modi giusti, o più semplicemente degli odori più adatti all’ascolto per cui annusate l’aria attorno a voi prima di infilare il disco nel lettore, siete avvertiti.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

71. FOUR TET
Rounds


[Domino – 2003]

Suoni elettronici astratti, musica per immaginare. Four Tet alias Kieran Hebden regala beat minimali, organici, per palati fini. Definito dalla stampa il miglior disco di elettronica del 2003, “Rounds”, in realtà, sfugge alle definizioni abbracciando tutte le espressioni della musica contemporanea. Basta chiudere gli occhi per vedere e toccare con mano un caleidoscopio di colori e sensazioni tutte diverse. Un’opera pulsante, con alcune incursioni funky, che fonda nella ripetizione la sua forza e il suo battito. Un album “cameristico” che gioca con l’eleganza e non con la pomposità e che regala una miscela di tante sonorità.
(Francesco “Lazzaroblu” Bove)

70. DEVENDRA BANHART
Niño Rojo


[Young God – 2004]

“Nino Rojo” è una rivelazione, la sorpresa più bella per chi cominciava a stancarsi delle distorsioni rock e dell’atteggiamento strafottente e privo di spessore di certe personalità indie. Calma, acustica registrata con una qualità piuttosto bassa (tanto che si sentono i grilli in sottofondo se ascoltato in cuffia) e una voce unica: questi gli ingredienti di un disco magnifico. Il folk che rientra negli ascolti e nelle programmazioni radiofoniche di mezzo mondo grazie a un personaggio positivo, sorridente e dotato di un talento cristallino che nel corso degli anni confermerà sempre maggiormente. “Nino Rojo” (e il suo album ‘specchio’ “Rejoicing In The Hands”) rappresenta forse più di qualsiasi album rock, una vera svolta. Tre accordi arpeggiati e un’atmosfera senza tempo. Rivoluzionario.
(Giovanni “giov” Venditti)

69. YO LA TENGO
And Then Nothing Turned Itself Inside-Out


[Matador – 2000]

Un viaggio in una dimensione sovraumana, gli Yo La Tengo, malinconici e gentili, pubblicano un album strepitoso per anime fragili che alterna oscurità e luce, Velvet Underground e i Sonic Youth di “Goo” (soprattutto in “Cherry Chapstick”). “And The Nothing…” possiede una profondità inusuale e, superate le ostilità iniziali tra cui l’eccessiva lunghezza, ci si trova dinanzi ad un lavoro singolare, pregevole, solido che ridefinisce il power pop attraversando trasversalmente l’ambient, il noise e atmosfere new wave e che possiede in sé tutte le anime e le contraddizioni degli Yo La Tengo.
(Francesco “Lazzaroblu” Bove)

68. MUM
Finally We Are No One


[Fat Cat – 2002]

I Múm al meglio della forma danno alle stampe nel 2002 questo piccolo capolavoro gentile. Sono ancora in quattro, ci sono tutte e due le gemelline, la svolta big band è ancora lontana e la fusione elettronica di scuola Warp e musica da camera, minimale & atmosferica è assolutamente perfetta. E come suona “Finally We Are No One”? Suona come nient’altro al mondo, suona diverso da tutto ciò che passavano le tv musicali di regime nonostante all’epoca il video di “Green Grass Of Tunnel” fosse finito pure in heavy rotation su Mtv. Ritmi spezzati, clicks&cuts, sospensione temporale, un’altra dimensione: quella di una terra (l’Islanda) che fa gridare al miracolo ogni volta che esporta un po’ di musica.
(Federico “Accento Svedese”)

67. FENNESZ
Endless Summer


[Fat Cat – 2002]

Prendete una chitarra, aggiungeteci le più penetranti suggestioni ambient e qualche effetto elettronico che non guasta mai. Avrete come risultato “Endless Summer”, un disco magico sotto molteplici aspetti, sia dal punto di vista tecnico, sia sotto il profilo emotivo. Chistian Fennesz è abilissimo nel rivoluzionare l’impiego dello strumento chitarra, sfruttando sonorità che alle volte rievocano anche lo shoegaze. Con questo disco, l’austriaco si afferma come uno dei più originali e innovativi musicisti del suo tempo, senza dubbio un maestro nel suo genere, come dimostrerà poi anche nelle prove realizzate a quattro mani con Sakamoto e in dischi come “Venice” o nel più recente e bellissimo “Black Sea”.
(Marco Renzi)

66. ANIMAL COLLECTIVE
Merriweather Post Pavilion


[Domino – 2009]
LEGGI LA RECENSIONE

C’è più confusione in un disco degli Animal Collective che in un incrocio stradale all’ora di punta; ma è un pastiche sonico formidabile, sul quale si dipanano le voci incrociate di Panda Bear (aka Noah Lennox) e di Avey Tare (aka David Portner), i quali giocano, così, a rincorrere Brian Wilson e le paradisiache trame vocali degli altri Boys. Da questa mescolanza di sensazioni nasce una dicotomia affascinante, dove l’elemento umano gareggia con l’inerzia fredda delle cose, rivendicando emozione e fragilità dinanzi all’intrico universale. Persi tra le loro allucinazioni nei deserti americani, Noah Lennox e soci miracolosamente mettono a fuoco 11 canzoni, che sfrecciano come schegge impazzite tra basi ossessive, fruscii techno, tastiere in gran spolvero ed un sentimento adolescenziale mai sopito, che sa descrivere lo stupore con una levità d’altri tempi.
(Giuseppe “Joses” Ferraro)

65. MICAH P. HINSON
…And The Gospel Of Progress


[Overcoat – 2005]

Dietro ad un esile ragazzo occhialuto si celano una voce roca e profonda che a tratti riporta alla mente Johnny Cash, ma soprattutto un talento straordinario che emerge nella sua interezza in questo fulminante esordio del 2004. Tredici intensi e sofferti brani che sembrano provenire da molto lontano, magari dalla penna di qualche vissuto folksinger texano. Texano lo è anche Micah, ma cinque anni fa di anni ne aveva solo ventitré, e tutto da solo aveva composto le canzoni di un disco che brilla per bellezza, urgenza espressiva e anche semplicità. E’ proprio la semplicità col quale il cantautore ha scritto le meravigliose pagine di questo album a sorprendere, insieme alla loro forza e al loro essere incredibilmente senza tempo. Solo i più grandi avrebbero saputo sintetizzare la loro rabbia in “Patience” o scrivere una “Close Your Eyes” o una “Beneath The Rose”, episodi in cui le lacrime e le emozioni sgorgano a fiumi, per poi raggiungere il loro apice in “The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea”. Cinque stelle e non se ne parli più. ù
(Marco Renzi)

64. OKKERVIL RIVER
Down The River Of The Golden Dreams


[Jagjaguwar – 2003]

Ma, comprendimi, parlo della perfezione umana, che contiene il rumore ed il silenzio nello stesso istante, una perfezione imperfetta agli occhi del Dio eterno e geometrico, una perfezione piena di spigoli, senza morte che la colga immobile. Ed è così che gli Okkervil River segnano i primi dieci del terzo millennio proponendo una musica vecchia come i dolori dell’uomo, ma, rinvigorita dal sangue caldo e vischioso che solo una band americana può metterci, creando un suono carico di sapori uggiosi. Will Sheff devasta la sua voce traboccando poetica e magniloquente pathos, smeriglia le venature polverose del folk con la tenacia ed il trasporto appassionato delle sue interpretazioni. “Down The River Of Golden Dreams” è un album totale, lirico, affogato nei fumi di una tragicità romantica da chansonnier francese anni ’60 e ripassato per le vie polverose del folk-rock americano, quello declinato al massimo livello possibile da Neil Young in poi. Sembrava che avessimo avuto tutto, ma non avevamo fatto ancora i conti col cuore enorme di una delle migliori cose capitate in America negli ultimi vent’anni. Gloria e grazia su di noi.
(Giuseppe “Joses” Ferraro)

63. THE AVALANCHES
Since I Left You


[Modular Interscope – 2004]

Un disco incredibile, fatto utilizzando solo samples carpiti da altri dischi. Fare musica utilizzando la musica di altri è la missione degli Avalaches, collettivo di dj australiani che con “Since I Left You” arrivò quasi a fare il botto commerciale salvo poi accorgersi di aver speso tutto il ricavato per pagare le royalties sui campioni utilizzati. Hip hop astratto, dance, colonne sonore di film western, Madonna, Kid Kreole & The Coconuts, jazz: un guazzabuglio sonoro assolutamente (ed inaspettatamente) coerente, in cui tutte le fonti sono ben riconoscibili eppure danno vita a qualcosa di radicalmente diverso dal punto di partenza. Sembra ieri ma son passati quasi dieci anni, questo disco suona moderno ora come allora ma nel frattempo gli Avalanches non hanno fatto nient’altro che remix e mix album. Stiamo aspettando ancora il seguito.
(Federico “Accento Svedese”)

62. A PERFECT CIRCLE
Mer De Noms


[Virgin – 2003]

La mente di Maynard James Keenan dei Tool lavora 24 ore su 24. I suoi progetti alternativi hanno sempre riscosso notevole successo, ma nessuno come questi APC, per molti il versante commerciale della prima band del frontman. “Mer De Noms” è un album onesto, ancora lontano dalla presa di posizione easy-listening dei due dischi successivi (comunque riusciti), con degli inserti melodici veramente azzeccati, canzoni composte molto bene grazie anche all’apporto di musicisti davvero notevoli (Josh Freese alla batteria e Troy Van Leeuwen alla chitarra, su tutti). Impossibile non emozionarsi con pezzi strappalacrime come “3 Libras” o non agitarsi con quelli più potenti come “Judith” o “The Hollow”. In ogni caso, un album da sorseggiare attentamente dalla prima all’ultima nota.
(Emanuele “Brizz” Brizzante)

61. !!!
Louden Up Now


[Touch & Go – 2004]

A parte la solita storia (come si pronuncia? Io ho sempre creduto cikcikcik, ma la mia ragazza m’ha da poco detto cekcekcek), ecco la band che ha fatto rivenire voglia di ballare anche agli indiekids. Merito diviso con Lcd Soundsystem o i Rapture, ma “Louden Up Now” ha qualcosa in più. In sintesi: c’è uno dei singoli di questo decennio, “Me And Giuliani Down By The School Yard” e solo per questo, tanto di cappello. La combinazione tra musica suonata e ritmi ballabili è quanto di più vicino al concetto di ‘the white man starts dancing’ dai tempi degli Happy Mondays. Ed è un disco che puoi ballare dall’inizio alla fine, non c’è una “Never As Tired As When I’m Waking Up”, per ritornare sempre agli LCD. E poi il live di questo tour: solo chi c’era può capire. Il titolo dice tutto, vi prego ascoltate e ballate. Ieri come oggi.
(Emanuele “kingatnight” Chiti)

60. THE FLAMING LIPS
Yoshimi Battles The Pink Robots


[Warner Bros/WEA – 2002]

Arriva dall’Oklahoma, nel cuore degli Stati Uniti, l’anello di congiunzione di due dei gruppi più importanti degli anni ’70 inglesi: se i Pink Floyd avessero continuato a fare musica sotto la guida del cappellaio matto e se John Lennon, lasciati i Beatles, li avesse raggiunti, sarebbe nato un gruppo tale e quale le incandescenti labbra di Wayne Coyne e compagni. Psichedelia che viaggia tra oceani pop, seguendo onde che si infrangono su scogli di chitarre e tastiere, sperimentando risultati ogni volta diversi e imprevedibili. Senza mai dimenticare la dimensione finale della canzone, anche da canticchiare sotto la doccia, con “Do You Realize??” sopra tutte, mentre il vicino, sentendoti vaneggiare di robot che sviluppano emozioni e di Yoshimi che alla fine li sconfigge, non può far altro che prenderti per pazzo. O, va da sé, per fumato di brutto.
(Michele Tioli)

59. LIARS
They Were Wrong, So We Drowned


[Mute – 2004]

I Liars sono forse una di quelle poche band che lasciano sempre il segno dove passano e tutt’oggi ne riceviamo ancora le conseguenze. Se adesso gli artisti più gettonati del momento amano il rumore e la psichedelia trascendentale, spesso ritmica e quasi ballabile, i Liars già lo facevano (e forse meglio) 5 anni fa con questo “They Were Wrong So We Drowned” e i loro successivi capolavori. Qui siamo di fronte a una miscela di tribalismi schizofrenici, una imprevedibilità compositiva fuori ogni limite e un attitudine punk estrema, ma allo stesso tempo così pop, nel senso Wharoliano del termine. Cantilene spettrali, ritornelli demenziali-orrorifici e rumorismi saggiamente intersecati fanno di questo album l’emblema di quella weird nu-NO-wave che tanto oggi spopola.
(Alessio “BBB” Miseri)

58. THE KNIFE
Silent Shout


[Rabid – 2006]

Anno di grazia 2005, i Royksopp per il loro secondo singolo “What Else Is There ?” affidano il microfono a Karin Drejier Andersson, una sorta di eterea fata nordica perfetta per qualsiasi episodio del “Signore Degli Anelli”. Per molti questo rappresenta semplicemente una collaborazione affascinante per il sottoscritto invece a tutti gli effetti un passaggio di consegne.
Infatti mentre “The Understanding” finirà per essere tutt’altro che un capolavoro (di gran lunga inferiore all’ottimo “Melody A.M.”) la Drejier unita al fratellino Olof sforna, sotto il nome The Knife, l’album elettronico del 2006.
Freddo, algido, come solo l’inverno svedese sa essere, “Silent Shout” raccoglie all’ascolto i nostalgici dei digitali eighties (Human League, Depeche Mode), le acid-heads dello scorso decennio (Underworld), e i recenti amanti di quell’ elettronica ‘impegnata’ che non smette di strizzare l’occhio all’hype (Bjork, Mùm).
(Alessio “Axelmoloko” Pomponi)

57. AFTERHOURS
Ballate Per Piccole Iene


[Mescal – 2005]

Quasi tutte le persone che conosco sanno dirmi dov’erano l’11 settembre 2001, o quando Grosso segnò il gol contro la Germania durante i mondiali del 2006. C’è poi un’altra categoria di persone, che sono sbagliate e questo ci rende simili, che sanno dirmi dov’erano, con chi, e per quale motivo, quando hanno ascoltato la prima volta “Ballate Per Piccole Iene”. Ricordo dov’ero io: seduta sul divano a casa di un mio amico, all’alba, con gli occhi semiabbassati su un programma musicale dove trasmettevano in anteprima “La Sottile Linea Bianca”. Avevamo vent’anni o giù di lì, e siamo rimasti in silenzio, attoniti, mentre quella linea di basso, ipnotica e deprimente, ci si insinuava dentro. Negli anni ho visto gli Aferhours replicare quella linea di basso in una serie infinita di concerti, in una specie di prova di forza per me e per loro. Un’ostinazione che negli anni è scemata, com’era prevedibile. E tuttavia, queste canzoni non hanno cessato di essere ancora così ostinatamente ‘cattive’.
(Claudia Durastanti)

56. KASABIAN
Kasabian


[RCA – 2005]

C’era una volta Manchester, gli Stone Roses e gli Happy Mondays, gli Inspiral Carpets ed i Charlatans. Poi gli Oasis e quindi le ceneri. Più a Sud, nel Leicestershire, un quartetto rispolvera quel sound e lo evolve, rendendolo attuale e futuribile. Riparte con un album omonimo, “Kasabian” che si apre con la ritmata “Club Foot”, una contemporanea “Fools Gold” e si chiude con la scomposta “U Boat” attraversando un decennio di classico British Pop con eleganza non senza l’immancabile supponenza.. Il disco piace molto anche ai pubblicitari e produttori di serie televisive che prelevano alcuni brani per spot e sigle varie, senza però privare l’opera di quel suo gusto ruvido ed approssimativo. Un album un tantino sottostimato, tanto che a stento lo si ritrova nelle varie classifiche decennali. Ma che secondo noi ha traghettato un’epoca nel futuro. Senza troppo rumore.
(Bruno De Rivo)

55. CALIFONE
All My Friends Are Funeral Singers


[Dead Oceans – 2009]
LEGGI LA RECENSIONE

Potrei dire che i Califone stanno al rock come Derrida al pensiero occidentale novecentesco, ma non sono una nerd, quindi non lo dirò. Che hanno preso il rock-centrismo che da sessant’anni a questa parte infetta la nostra cultura e lo hanno smantellato, devitalizzato, lacerato e infine ricomposto, ma con i piedi all’aria e la testa in giù.
Il minimo che si pretende da un’operazione del genere è che il risultato sia incomprensibile. Vero, onesto, ma incomprensibile. E da lì in poi tutti a ricamarci sopra, vedi Guernica e Picasso, vedi John Cage e l’elettronica. Qualcosa di cui andare fieri, se la si conosce, in una conversazione a cena con gente banale. Malgrado tutto il casino e lo spiazzamento che ci hanno infilato in mezzo, un album godibile e comprensibile.
(Claudia Durastanti)

54. THE NATIONAL
Alligator


[Beggars Banquet – 2006]

Prima di “Boxer” (e per quanto mi riguarda anche dopo) i The National sono stati “Alligator”, un disco amato all’istante dai blog americani e da questi proiettato all’attenzione di mezzo mondo. Ma in questo caso l’effetto hype è stato solo un veloce veicolo di diffusione per un album che, benestare o meno dei nerds d’oltreoceano, è apparso fin dal primo ascolto come un piccolo capolavoro del suo genere. Il gruppo di base a Brooklyn ma del tutto fuori tempo rispetto all’età media, alle mode, alle pose della scena newyorchese, segue il suo naturale percorso artistico centrando, dopo un rodaggio fatto di 2 dischi ed un EP, un lavoro intimo e personale nonostante le molte influenze musicali raccolte. La voce baritonale di Matt Berninger e i suoi testi , i ricami chitarristici dei fratelli Dessner e il drumming incisivo di Bryan Devendorf, confezionano 13 potenziali singoli dosati tra impennate new wave e apnee folk. Di fronte a tanta sostanza il gioco delle somiglianze e dei rimandi muore sul nascere e semplicemente ci convinciamo del fatto che i The National suonano come i The National, punto!
(Alessio “Axelmoloko” Pomponi)

53. SIGUR ROS
Ágætis Byrjun


[Smekkleysa – 2000]

Il titolo tradotto significa ‘un buon inizio’ e nasconde la presunzione di chi vuole posare una nuova pietra miliare nella storia della musica. E per poco non vi riescono questi stralunati islandesi, destrutturando 50 anni di musica pop e ricomponendola in atmosfere eteree a tratti quasi impalpabili. Trame di chitarre distorte, violoncello e batteria tenute insieme in un lento incedere dalla voce efeba di Jonsi Birgisson che canta un idioma incomprensibile, compongono un album poco radiofonico, con brani che in media durano 7 minuti. Impegnativo e malinconico, da ascoltare in assenza di rumori di sottofondo per coglierne le infinite sfumature, che appaiono più evidenti ad ogni giro nel lettore. Eppure è piaciuto a tal punto che dal 2000 è stato distribuito in Europa e nel Regno Unito dalla Fat Cat Records, vendendo 500.000 mila copie contro le 1.500 previste.
(Bruno De Rivo)

52. THE POSTAL SERVICE
Give Up


[Sub Pop – 2003]

La prova che per fare un grande album non servono enormi invenzioni. Vanno bene anche una manciata di ottime canzoni e una serie di idee intelligenti e ben curate. Ben Gibbard da un lato, con i testi tristi e le melodie malinconiche, James Tamborello dall’altro, con l’elettronica sospesa di scuola Morr Music e un’idea di ritmo pacata ma ogni volta ben chiara e decisa. In mezzo il servizio postale statunitense che permette ai due di portare avanti il lavoro a distanza. Saltano fuori dieci brani perfetti che andranno a (ri)definire l’idea stessa di elettropop. Uno di quei rari momenti in cui le circostanze sono perfette e l’ispirazione è talmente definita che si può quasi toccare. Talmente rari che ad oggi non si è più ripetuto.
(Matteo “matteb83” Benni)

51. THE UNICORNS
Who Will Cut Our Hair When We’re Gone?


[Alien8 – 2003]

Certi album nascono una volta ogni dieci anni. E “Who Will Cut Our Hair When We’re Gone” ne é decisamente un esempio lampante. Tredici gioielli profondamente indie da consumare tutto d’un fiato, una carrellata senza fine di emozioni e stati d’animo, melodie oblique ma cosí dannatamente immediate da convincere anche i piú increduli. Un mondo sotterraneo popolato da creature bizzarre e mancati eroi uniti dal tema di fondo della morte, un crogiolo di stili in continuo divenire dove riff e silicio s’inseguono senza mai incontrarsi, un festival di suoni pop stranianti e mutanti. Nel suo genere un piccolo grande capolavoro.
(Alessandro “AleBon” Bonetti)

La seconda parte della classifica:

THE 100 BEST ALBUMS OF DECADE [Part. 2, #50 —> #1]

 

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