THEM CROOKED VULTURES
S/T
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Un disco pieno di hype per i nomi che lo hanno composto. Un disco pieno di attrattiva, sempre per lo stesso motivo. E dopo l’ascolto, un disco figo.
I Them Crooked Vultures sono l’ennesima superband che non ha motivo di esistere ma che si fa subito perdonare appena ti spedisce in faccia tutta la potenza che sa tirar fuori (nonostante l’età media non li classifichi proprio come gli adolescenti picchiatori di turno), che di per sé è solo un nuovo disco dei Queens Of The Stone Age, soprattutto se alla batteria c’è Dave Grohl come sul vecchio “Songs For the Deaf” (peraltro il migliore di QOTSA proprio per l’apporto dell’ex Nirvana alle pelli).
Ma le influenze che John Paul Jones al basso, e le esperienze musicali più diverse dei componenti di questa band lo rendono molto più variegato. Come in “Elephants” con un inizio quasi-tributo a Jack White che poi esplode in un mega tirato stoner rock dalle influenze punk, o nell’opener track “No One Loves Me, Neither Do I”, un classico pezzo da Josh Homme con un tiro da paura (come “Mind Eraser, No Chaser”, “Gunman” e “Reptiles”, e tutti gli altri pezzi del resto). Ci si stupisce di come picchia ancora Grohl, col gusto che solo lui possiede alla batteria nonostante una tecnica non proprio superba, confermandolo come uno dei musicisti più appropriati a rivestire il ruolo di rockstar nel 2010. E resta evidente che la band ha una vena compositiva notevole, anche nei brani più lunghi (come “Warsaw Or The First Breath You Take After You Give Up” e “Spinning in Daffodils”), nei rari assoli di tastiera, nei riff mai banali. “Scumbag Blues” è un pezzo vagamente ledzeppeliniano ma suonato con il solito piglio ultrapestato di Dave.
Insomma l’album è quasi un Odissea di hard rock influenzato da stoner, heavy, punk, e chi più ne ha più ne metta, senza mai dimenticare quella vena da blues distorto del 2000 che tutte le Desert Sessions di Josh hanno sempre partorito. Un puzzle di esperienze ma soprattutto di esperienza, che conta magari alcuni difetti solo se pensiamo che non ci stanno proponendo niente da nuovo (o la lunghezza esagerata di certi brani?). Ma cosa aspettarsi da una band nata quasi da una jam session?
Disco tutto sommato, seppur senza sorprendere, imperdibile.
2. Mind Eraser, No Chaser
3. New Fang
4. Dead End Friends
5. Elephants
6. Scumbag Blues
7. Bandoliers
8. Reptiles
9. Interlude With Ludes
10. Warsaw or The First Breath You Take After You Give Up
11. Caligulove
12. Gunman
13. Spinning In Daffodils
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20 gennaio 2010 @ 11:52
Data la mia vetusta età e i miei ascolti chiamiamoli formativi la mia concezione di Rock è fondamentalmente legata agli anni ‘70. Una critica che ho trovato ricorrente per questo album è questa cosa legata alla lunghezza delle tracce. Curiosamente a me la cosa che è piaciuta di più invece è proprio questa attitudine alla jamming con cui i brani sono stati confezionati, il controllo sulle dinamiche lasciando andare il suonato, salvo pistare di brutto in qualche parentesi. E’ una cosa molto attitudinale, nel blues lo chiamano restraint, cioè non quello che fai ma quello che non fai quando potresti riempire tutto di note e battute.
John Paul Jones fà un lavorone di fino a tratti ai confini del funk come in Scumbag Blues.
Il vero difetto, o maggior pregio a seconda dei punti di vista, è che non è un album moderno. Anzi direi sfacciatamente anacronistico.
Certo se si voleva far contenti tutti sarebbe stato anche più facile confezionare un altro Songs for the Deaf.
20 gennaio 2010 @ 12:33
Ehila!
Il tuo commento mi permette di dichiarare apertamente che non ho una gran cultura della tradizione rock anni 60/70, forse proprio per questo ho criticato quelle cose. In ogni caso un bel disco, al di là di tutto, gli anacronismi a volte aiutano a scoprire anche qualcosa che la sfacciata ripetizione a cui ci abitua il presente ci fa quasi dimenticare. Comunque Songs for the Deaf, secondo me, batte questo disco in originalità.
20 gennaio 2010 @ 18:56
Sono d’accordo sul discorso della lunghezza, i minuti sono minuti a me piace questa cosa di starsene lì ad impastare suoni ma io per primo ammetto che non è esattamente una scelta di tendenza o sperimentale. D’altra parte “sprecare” un bassista vintage come John Paul Jones su registri che non sono i suoi è una cosa che nessuno sano di mente oserebbe.
Songs for the Deaf è indubbiamente molto più originale o quantomeno moderno, forse anche perchè i QOTSA globalmente hanno più l’andatura nervosa del punk che del rock d’annata.
A ben vedere Homme il suo apice creativo probabilmente lo raggiunse con quella macchina da guerra dei Kyuss, da cui i QOTSA hanno ereditato parecchio.
Comunque Emanuele ho idea che potremmo incontrarci a più di un concerto, dislocazioni geografiche permettendo..
20 gennaio 2010 @ 22:01
Mah, classico esempio in cui la somma delle parti non e’ la conseguenza del valore dei singoli. E’ un prodotto fin troppo eterogeneo, privo di focus e financo noioso.
A me non e’ piaciuto per niente ma prometto che ce la mettero’ tutta per farmelo piacere. Pero’ prima devo mettercela tutta per riascoltarlo.
22 gennaio 2010 @ 16:15
Eh, ascolterò, ma ammetto che ho qualche pregiudizio.
22 gennaio 2010 @ 19:40
Just uhm non mi muovo molto per i concerti diciamo che sono sempre a Bologna/Padova, non molto più in là. Però non si sa mai, al limite si può anche farsi una birra direi.
Alex concordo sul valore dei singoli. Se il risultato ne fosse la somma “aritmetica” avremo avuto uno dei migliori dischi degli ultimi 20 anni ma alla fine le superband non creano mai masterpieces veri e propri. Questo a me è piaciuto molto per i motivi che ho detto lì però
25 gennaio 2010 @ 20:05
Brizzante, si è ben capito che non hai alcuna cultura del rock 60/70, visto che liquido JPJ con una riga: “scumbag blues è vagamente ledzeppeliniano”. ma che davero davero?