BEN FROST
By The Throat
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C’è qualcosa di così spaventosamente ancestrale nella musica di Ben Frost da togliere il fiato. In quei loop di ruggine che si propagano con metriche strascicate e ossessive, guidate da una determinazione quasi rancorosa, suonano come ferite improvvise che si aprono sui delicati suoni lunghi di matrice ambient che fanno da sfondo.
Anche negli episodi di più dichiarata e disarmante fragilità (“Teo Needs A New Pair Of Shoes”), Frost riesce nell’emotività a mantenere un austerità distaccata che costringe l’ascoltatore all’attenzione. Non siamo davanti a quel tipo di musica ambient che avvolge accomodante ma distratta. Calarsi tra i drone e i strumenti a corda che affiancano il certosino lavoro al laptop di ”By The Throat” è come immergere le mani in un ruscello gelido, contemplando nel turbinio opalescente, dove la mano inizia misteriosamente a scomparire o trasfigurare sotto le screziature dell’acqua.
Affascina quel qualcosa di preternaturale e incontaminato forse perchè manca del tutto la componente uomo essendo le uniche voci in ”By The Throat” degli ululati di lupi o quelle voci campionate come lamenti banshee persi nel vento. La musica di Ben Frost sembra nascere da un esperienza interiore talmente totalizzante e sentita da portare il musicista a lasciare la nativa Australia per stabilirsi in Islanda, un luogo dalle suggestioni fisiche e mentali sicuramente più vicine alla sua musica. Il risultato finale è questa collezione di brani strumentali capace di raggiungere dei picchi di autentica potenza evocativa. Un album livido e in qualche misura doloroso ma che in fondo racconterà, semmai ci sarà qualcuno ancora ad ascoltare, molto dei nostri giorni. Per qualcuno probabilmente anche troppo.
”By The Throat” è il canto dell’ultima balena spiaggiata, un corpo lucido disegnato nei nei fluidi intrappolato su un manto di ruvida sabbia nera. E’ in quell’ occhio buio e antico come la notte, fisso per la prima volta su un cielo plumbeo di composti chimici. Sola, intorno un muto corteo funebre di buste di plastica e flaconi con facce di bambini sorridenti. Noi siamo il pianeta che sta morendo.
2. The Carpathians
3. O God Protect Me
4. Híbakúsja
5. Untitled Transient
6. Peter Venkman Pt I
7. Peter Venkman Pt II
8. Leo Needs A New Pair Of Shoes
9. Through The Glass Of The Roof
10. Through The Roof Of Your Mouth
11. Through The Mouth Of Your Eye
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22 gennaio 2010 @ 12:52
Bellissimo pezzo.
‘The Carpathians’ è puro distillato di angoscia e terrore!! Comunque tutto l’album merita…
22 gennaio 2010 @ 14:49
PORCOC….5 stelle da Marco sono un evento, cerco subito di rimediare questo disco.
22 gennaio 2010 @ 16:13
Embè, Chi è il recensore?
Marco Just Vecchi, uno che ne capisce per davvero.
E’ un disco della Madonna.
23 gennaio 2010 @ 10:35
Ringrazio per gli apprezzamenti
Ho dato 5 stelle due volte da quanto scrivo per IFB. L’altra è stata per l’ultimo dei Mono.
Ma non voglio alimentare le disquisizioni stellari che già imperversano nei commenti degli OK Go.
Diciamo solo che By The Throat non è un disco commestibile per tutti e credo stelle a parte dalla recensione si capisce. Ma senza dubbio vale almeno un ascolto anche per i semplici curiosi.
24 gennaio 2010 @ 13:41
Vai Marco.
Ma insomma poi le classifiche dei lettori che fine hanno fatto?
24 gennaio 2010 @ 22:39
ma come si fa’ ad ascoltare un disco del genere? musica da ospedale psichiatrico altro che 5 stelle !!!!!!
25 gennaio 2010 @ 02:31
appunto JO65, non è un disco per tutti:).
e comunque è chiaro che nessuno ascolta un disco così in macchina mentre bacia la ragazz eh.
la popular music galleggia sul confine tra arte e semplice intrattenimento, qui ci spostiamo più sul versante dell’arte.
25 gennaio 2010 @ 11:54
Beh.. JO65 cosa hai contro gli ospedali psichiatrici?
Scherzi a parte la musica come tutte le arti creative sono così…c’è chi viaggia su strade consolidate e chi si allontana in cerca delle frontiere.
Spero solo che la recensione non ti abbia portato a pensare che questo disco fosse una ‘passeggiata di salute’…perchè in tal caso devo aver sbagliato qualcosa io nel linguaggio…
25 gennaio 2010 @ 12:06
conoscendo Just sapevo a cosa sarei andato incontro. Disco che devo riascoltare bene, magari la sera che è meglio, per giudicarlo. Di solito preferisco un approccio meno oscuro per certi tipi di dischi, ma la recensione è piuttosto chiara sui contenuti.
26 gennaio 2010 @ 12:49
bè sachiel io non apprezzo troppo il tono oscuro, te lo garantisco, però questo disco lo trovo boh, non so, è unico, ti rimane in testa, almeno nella mia, che forse è da ospedale psichiatrico:).