LONDON LOVES #2

 
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di Alex Franquelli
11 febbraio 2010
 

La somma è un omicidio. Istituzionalizzata, socialmente accettata, l’addizione implica pur sempre la soppressione delle unità che la compongono. Esse infatti non vivono all’interno del totale in quanto il loro stesso individualismo perde la propria essenza peculiare nel momento in cui il suo confine non è più l’infinito matematico, bensì un suo simile. Questo per dire come a fine mese uno ci arriva sempre un pò a stento e la somma dei debiti fa di tutto per raggiungere quella dell’unico stipendio che l’uomo comune europeo porta a casa. E’ una strage istituzionalizzata di sterline che cadono nel grande imbroglio algebrico di un mondo perverso nelle sua dinamiche ma non nella sua essenza.
E il punto è proprio questo: cosa ci facevano i Rage Against The Machine in cima alle classifiche dei singoli più venduti nel Regno Unito a Natale? Cosa poteva mai farci una traccia come “Killing In The Name” vecchia di, vado a naso, 17 anni in cima alle classifiche nella settimana più importante (a livello di vendite e marketing) dell’anno?
Bisognerebbe chiederlo ai due ragazzini ai quali è venuta l’idea – ovviamente per scherzo – di sovvertire l’ordine logico che vorrebbe il vincitore di X-Factor guadagnare sempre e comunque il primo posto tra i singoli più venduti.
Gli spunti sociologici li lascio ai tassisti e i portieri d’albergo: la verità è che si è creato un piccolo precedente di portata epocale per una delle industrie discografiche più potenti del pianeta ed è un peccato che la stampa italiana sia rimasta in silenzio. Vuoi vedere che…..? No, dai.

La sottrazione è dunque il divino in musica o nella cultura underground in genere. Lo so io, lo sapete voi e lo sanno i Nedry da Londra. Il loro pop minimale racchiude in sè piccole aperture oniriche alla Elfin Saddle e quello spiffero elettrico che sa un pò di trip-hop, di convenzioni cicliche (che è più carino di “loop”) e folk mesto e cupo. A maggio a Londra con i 65 Days Of Static.
Non mi garbava invece Gold Panda. Intendiamoci: un curriculum di tutto rispetto con remix di Bloc Party e altri ma la sua elettronica quadrata non mi ha ancora convinto appieno. Troppo poco nervosa, pericolosamente vicina ai tratti più lounge del lounge spicciolo da sala d’attesa e, dunque, prossimo al successo underground. E’ una techno sottovoce, quasi discreta e sviluppata in territori cari al conterraneo Aphex Twin (“Quitter Raga” e “Back Home” sono delle variazioni sul tema dei “Selected Ambient Works”) in cui le armonie guidano le ritmiche creando legami atmosferici d’effetto ma dalla poca profondità. Però sono fiducioso e aspetto.

Chi invece ha colpito fin da subito queste stanche orecchie post-weekend sono i Grammatics. L’incontro non è stato indolore in quanto il loro album mi ha ricordato le movenze brit-pop più eleganti dei compianti Suede, la catarsi proletaria dei primissimi Blur e qualcosa di meno terreno (effetto dei delay, dei chorus, degli eco di “Murderer”, immagino) tipico dei My Bloody Valentine. Fatte le dovute proporzioni siamo forse dinanzi ad una delle novità del 2010. Un tour casalingo di successo a Dicembre 2009, un ottimo album come l’omonimo debutto che è un piccolo caso underground a Leeds e, di riflesso, a Londra, e un airplay selvaggio e notturno hanno fatto il resto. Predire per i Grammatics un salto di qualità è un ‘1’ fisso al derby.

Quando invece mi è arrivato il promo dei Delphic la mente è volata ai !!! senza un reale motivo. La componente dance c’è ed è lo scheletro portante di un sound tipicamente mancuniano ma non siamo di fronte ai vortici punkoidali della band di Sacramento; tutt’altro. C’è la linea di basso a guidare lo spasmo elettronico lungo le vie sinuose di una simil-trance all’acqua di rose e non potevano mancare le vocals impregnate di armonie di stampo mantrico e vagamente ipnotico. Lo spendido video di “This Momentary” (varie nominations e numerose premiazioni in giro per l’isola) vale da solo l’ascolto di questa band di Manchester che sono curioso di vedere dal vivo alla prima occasione (ad occhio e croce tra qualche giorno, poi di nuovo in primavera sempre a Londra). Il nuovissimo “Acolyte” è sorprendentemente all’ottavo posto della Top Chart britannica e non credo ci sia dietro un complotto.

Menzione speciale per i fantasticamente banali We Were Promised Jetpacks dalla Scozia. Banali perché le loro dinamiche non sono esattamente l’evoluzione del math rock e fantastici perché quello che fanno odora di Modest Mouse lontano un miglio sebbene loro citino i Frightened Rabbit e i Twilight Sad tra le loro influenze. Monumentali nella loro semplicità !
Sono contento di non poter dire molto sui Summer Camp in quanto il duo ‘from the UK’ ha scelto di restare nel semi-anonimato e forse è giusto che sia così. Geometrie puramente synth-pop/glo-fi per vocals femminili che sembrano uscire da una cassetta dimenticata nel solaio dal 1984. Non so dire esattamente cosa ci sia di smaccatamente bello in loro o forse è solo colpa del tempo che passa e che rende tutto più attutito, smorzato dalle memorie che si sovrappongono, ma se trovassi una musicassetta che non ho mai ascoltato nel mio solaio sarei l’uomo più felice del mondo. Il fatto che io non abbia un solaio rende la mia felicità una chimera e dunque ancora più vicina e possibile. Il singolo di debutto esce per l’attivissima Moshi Moshi a Marzo e non potrebbe essere altrimenti.

London Loves chiude in un climax di rumore con i Bo Ningen (quartetto giapponese trapiantatosi nella City) e la loro velocità vagamente fugaziana con una passione genuina per un caos preciso e soffocante; in altre parole è un punk di ottima fattura. Però più punk del punk. O meno punk del solito proprio perché puramente rumorosi. Insomma: suoni saturi a profusione per tutti e non se ne parli più !

THE SHOPPING LIST FROM LONDON LOVES

Foto Copertina Thanx to didscatterbrain

 

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