MIDLAKE
The Courage Of Others
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A sentire quelli che ripetono che ‘bisogna guardare avanti’ nonostante tutto, perderemmo di vista gran parte del bello che ci circonda. La mia visione orizzontale a prima mattina è fatta di oceani di lamiere e aria ingrigita dalla combustione petrolifera incalzante. Eppure la bellezza è lì, ad una torsione collo, lieve, una bolla rosata che s’acquatta placida tra l’ira sedata del cratere bavoso di neve e ghiaccio ed un mare argentato.
Incensare ciò che è avanti ad ogni costo è la droga di questi tempi, non c’è nulla da fare.
Poco male se poi alla fine si pubblicano ancora dischi come l’ultimo dei Midlake, impudentemente anacronistico, citazionista, fautore di un folk rock profumato con gli umori umidi delle campagne inglesi di inizio anni ’70.
Tim Smith, leader e voce mugghiante del quintetto texano, a questo giro tralascia d’affogare la sua malinconia nelle risacche soleggiate del primo Neil Young e s’immerge corpo ed anima nel recupero sonoro di atmosfere pastorali, grondanti chitarre, melodie corpose e Fairport Convention.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che “The Courage Of Others” aggiungerà ben poco alle nostre vite, né che si farà portatore di particolari istanze socio-sonore à la page: ma il bello sta proprio qui, nel volersi crogiolare al caldo sole di aperture melodiche volutamente non patinate, robuste divagazioni su praterie e nostalgici sguardi assediati da limpidi monti innevati, riuscendo nell’impresa di coniugare flauti e stratocaster con una semplicità disarmante. Non tutto è messo completamente a fuoco, mancano canzoni decisive e dirompenti, ma il risultato finale è un trattato su come si possa fare grande musica senza essere costretti ad indossare per forza un paio di Converse.
La solidità di una band come i Midlake, la granitica resistenza che offre a questi ventosi tempi votati alla vuota sensazione sbucata dal buco nero internettiano, è quindi confermata da questa nuova uscita, che come un panorama affrescato da cangianti giochi di luce, aspetta solamente la vostra attenzione.
2. Winter Dies
3. Small Mountain
4. Core Of Nature
5. Fortune
6. Rulers, Ruling All Things
7. Children Of The Grounds
8. Bring Down
9. The Horn
10. The Courage Of Others
11. In The Ground
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12 febbraio 2010 @ 10:00
Belle le melodie e gli arrangiamenti ma dopo quattro ascolti sopraggiunge la noia.
12 febbraio 2010 @ 11:03
A me non annoia neanche dopo 10 ascolti. Lo trovo un gran bel disco con l’unico difetto di non cambiare mai registro, di chiudersi un po’ troppo su se stesso. A parte ciò, davvero bella roba. Altro che quei mentecatti di Pitchfork.
13 febbraio 2010 @ 17:30
a me non è dispiaciuto affatto….di certo bisogna ascoltarlo con la mente proiettata al presente,senza i fantasmi di “The Trials Of Van Occupanther”….
14 febbraio 2010 @ 17:57
Io lo trovo molto diretto, anche se è vero non aggiunge niente all’ultimo album, forse fa un passo indietro. Sembra raccontare una storia maliconica tutta d’un fiato…speriamo di rivederli presto in Italia, magari tra i soliti pochi intimi.
27 febbraio 2010 @ 18:36
mai sentiti prima. bella roba, d’accordo con joses.
mi vado a cercare il precedente
thanks
1 marzo 2010 @ 00:27
Buono, ma decisamente inferiore al precedente…