DELPHIC
Acolyte
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Se vi capiterà tra le mani, nelle orecchie, davanti gli occhi questa ‘next big mancunian thing’ sarà probabilmente non un caso, ma il frutto dell’esagerato hype che spinge i Delphic in questo periodo. Una spinta che va data tempestiva, per non perdere il treno di quest’indie-dance che tanto fa ballare intelligentemente, come se a chi piace sudare nei dancefloor il bisogno di tenere acceso il cervello mentre saltella intorno a qualche ragazza/o si manifesti con un impeto irrefrenabile. Francamente, questa vicenda dell’indie misto alla dance non è che abbia mai avuto molto senso visto che le mescolanze migliori sono sempre e solo state nel senso opposto, quando la ballabilità elettronica cita o rubacchia dal rock, e non viceversa. Se non in casi straordinari, ovviamente.
Tuttavia questi 3, o 4 (dipende se il live lo richiede) ragazzi di Manchester hanno delle notevoli capacità di scrittura. Sapientemente toccando l’indie, l’elettronica (molta), il synth pop, gli ‘80, la new wave, la minimal tedesca vecchia scuola, e altra ancora, traendone sempre la massima orecchiabilità possibile, hanno creato un disco ricco di potenziali singoli. E molto probabilmente, in questa costante lucidità, questo calcolato e preciso perseguimento d’intenti, gran merito va anche alla produzione di Ewan Pearson, dj e già produttore di cose dei The Rapture o dei Ladytron. Questo studio programmatico a tavolino si rispecchia perfettamente nel singolo “Doubt” dove il ritmo iniziale è dato da sovrapposizioni di campionamenti vocali, e la scopiazzatura della formula melodica usata dai Klaxons è lampante. I Delphic si dimostrano secchioni dall’occhio lungo, capaci di carpire quanto di buono c’è sul tavolo dei vicini di banco. In molte tracce, da “Counterpoint” a “This Momentary” gli echi dei concittadini più famosi, i pionieri di fusioni rock-elettroniche New Order, suonano forti e chiari, come la somiglianza con un altra band inglese, i più giovani Friendly Fires. Ma a mio parere, non sono né questi singoli né la sofisticata e delicata house di “Remain” i momenti migliori dell’album, seppure godibili, ma le tracce esclusivamente strumentali. Di fatto il lungo trip simil-trance della traccia che dà il titolo a questo disco, ovvero “Acolyte”, è una cavalcata in crescendo di pregevolissima fattura , così come le fredde e ovattate atmosfere del breve intermezzo“Ephemera”.
I Delphic dunque si rivelano degli studenti modello, diligentemente precisi e ragionati, che tentano di trascrivere clinicamente delle emozioni che è difficile afferrare, dimenticandosi di metterci un po’ più di carattere e personalità. Tuttavia il prodotto finale, ben confezionato e strutturato, è sostanzialmente piacevole. Che sia solo piacevole o molto piacevole, a voi sta il giudizio. Io la mia idea ce l’ho già.
2. Doubt
3. This Momentary
4. Red Lights
5. Acolyte
6. Halcyon
7. Submission
8. Counterpoint
9. Ephemera
10. Remain
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22 febbraio 2010 @ 13:12
Gran bel disco, derivativo ma bello fresco e danzereccio…
22 febbraio 2010 @ 15:41
io invece sono d’accordo con la recensione. Trovo questi Delphic incomprensibilmente vantati. Non vanno oltre un paio di singoli ‘ascoltabili’, mi sembrano una versione ancora più pop di Klaxons e Friendly Fires, li trovo noiosi da morire…. e poi da qualche parte ho sentito tirare in ballo stone roses e madchster, facciamo i seri per favore….