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Intervista con BRUNORI SAS

15 maggio 2010

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Spesso ci si chiede se tutte le cose che si vivono abbiano un senso. Il dito fratturato in un cancello, la prima sbandata (in bici o per una ragazza), una bocciatura. Dario Brunori, da vero narratore di storie, sa guardare gli eventi da un angolo di prestigio, quello della sensibilità, che gli dona la chiave per riuscire a capire la concatenazione di eventi che portano le persone a compiere i gesti e ad assumere i comportamenti che hanno. Cantando di una generazione che è finita nel burrone di un gap storico-sociale, forma il quadro generazionale leggendo letteralmente le persone che lo compongono.

“Vol.1” è una delle migliori uscite made in Italy a memoria d’uomo. E io ho migrato verso il fautore di questa opera per testimoniare la sua parola dal vivo.
Dopo una chiacchierata con lui, che mi ha sincerato dello spessore umano oltre che artistico di quest’uomo, ho assistito alla performance delle sua ditta musicale, che mi ha aperto il cuore e mi ha fatto tornare un bambino che tira calci a un supersantos.

Quando hai capito di voler fare musica, e qual’è stato il momento preciso in cui hai deciso di voler mandare all’aria la tua carriera da imprenditore per quella appunto artistica?
Diciamo che è tutto cominciato perché io vivo in un paesino molto piccolo, che d’estate fa migliaia di abitanti, e d’inverno è una noia mortale, quindi mi sono avvicinato alla musica proprio per necessità, per fare qualcosa. Era un passatempo e anche un modo per relazionarsi, poiché non sono mai stato un grande a livello di rapporti sociali, anche con l’altro sesso, quindi onde evitare l’autoerotismo a vita mi sono innamorato della chitarra, volevo fare gli assoli, soprattutto col wah-wah.

Essendo abbastanza pigro non sperimentavo più di tanto, quindi ho sbattuto per un po’ il muso su musica ipertecnica, poi dopo un po’ di anni ho capito che non era cosa per me quindi mi sono buttato da tutt’altra parte, ho cominciato ad usare il computer, mi sono appassionato alla produzione, facendo cose agli antipodi rispetto a quello che facevo prima. Poi parallelamente mi sono iscritto ad economia e commercio ed ho completato gli studi. Poi mi sono ritrovato a lavorare nella ditta di mio padre, ed è lì che è venuta un po’ fuori l’idea di Brunori Sas, perché la ditta si chiama proprio così, e questa è stata un’esperienza importantissima, poiché uno pensa di avere tutto il tempo a disposizione, poi si ritrova a fare altro. La mia è una ditta che fa cemento, quindi un contesto totalmente diverso, e il passaggio è stato abbastanza uno shock. Questa cosa mi ha sicuramente permesso di scrivere questi brani che altrimenti non avrebbero mai avuto vita.

I lavori precedenti con i Blume e i Minuta ti hanno influenzato oppure è stato il tuo gusto ad influenzare i lavori? Questa tua predisposizione per l’immaginario retro è sempre stata una tua velleità oppure è venuta fuori con il tempo?
Assolutamente è venuta fuori con il tempo, grazie alle persone che mi circondano e alle esperienze che ho fatto. Molto di quello che mi ha influenzato è stato frutto di incontri e di conoscenze. Non so se hai idea di un piccolo centro calabrese, ma è davvero isolato, e andare all’università mi ha aperto molto la strada. Poi per parlare di Brunori Sas, è stato come fare il ‘secondo giro’, è Dario che inizia a suonare di nuovo con ingenuità e genuinità, ma con la consapevolezza del lavoro fatto precedentemente.

Ti hanno paragonato ad un possibile erede di Rino Gaetano. Come ti senti in questi panni, e quanto era tua intenzione finirci dentro?
Non l’ho fatto di proposito. Non ho mai avuto dei veri e propri miti. Non sono mai stato uno di quelli col posterone in camera, ma ci sono artisti e non che stimo e che ammiro e Rino Gaetano e uno di questi, e quell’accostamento magari deriva dalla vicinanza alle stesse tematiche e alla stessa ironia nell’affrontarle. Lo sguardo disilluso è un po’ il marchio di fabbrica di chi ha vissuto in un paese del sud, un approccio legato alla vita contadina, quindi poche smancerie e poca pratica.
Comunque non ci tengo particolarmente ad essere messo nei panni di qualcun’altra, anche se Rino Gaetano ha fatto cose grandiose, io ho fatto un disco solo.

Il bambino sulla copertina del disco sei tu?
Sì, sono io.(risate ndr)

Hai pretese particolari per quanto riguarda il suono dei pezzi? Fai riferimento a degli autori specifici che ti piacciono oppure costruisci il suono d’istinto con le persone che ti circondano?
Adesso ho uno studio a Cosenza, siccome ho sempre amato l’aspetto della produzione prima ancora di scrivere canzoni, infatti adesso sto facendo anche quello di mestiere, quindi ho una tendenza purtroppo al controllo, e spesso mi forzo a delegare la cura di certi aspetti agli altri. Per i suono di questo disco abbiamo cercato di creare atmosfere. Per esempio a me piacciono molto i dischi di Sufjan Stevens, anche se sono lontani dai nostri, per l’abbondanza di arrangiamenti. Però quel tipo di atmosfera mi piace, cioè qualcosa di molto diretto, pochi artifizi a livello di produzione, che però fosse il vestito migliore per le canzoni che parlano un linguaggio semplice. Questo per far sì che l’ascoltatore non fosse distratto da riverberazioni artificiali. Questo è stato sicuramente un bene perché queste scelte hanno velocizzato le registrazioni, abbiamo catturato il momento. Per esempio “Il Pugile” era un provino. Però allo stesso tempo non volevo fare un disco lo-fi, evitando il fruscio della chitarra e cose di questo genere. Quindi una via di mezzo. Ne Hi-Fi ne Lo-Fi. solo Fi. (ridiamo ndr)

I tuoi riferimenti si fermano a musicisti o c’è qualcos’altro di altri ambiti di competenza che ti ha influenzato?
Non saprei. Devo dire che non sono un intellettuale, e neanche uno che cerca l’ispirazione quando scrive. Anzi. Sono più attratto dalle relazioni, mi interessano più le persone, al di la del contesto. Però mi ritaglio dei tempi per i film e le letture. Nei tempi in cui ho scritto i brani del disco ho letto “L’Ultima Stagione Da Esordienti” di Cavina. Comunque ripeto, non scrivo volendo inspirarmi a qualcosa, anzi, quando scrivo qualcosa con l’intenzione di farlo è un disastro. Cioè veramente scrivo per “miracolo”, se succede succede. Infatti ho un po’ paura per il prossimo disco. (risate ndr)

La vita di provincia di fine millennio, che può affossare le personalità di chi la vive, sembra essere invece il carburante ‘magico’ delle tue canzoni. Nei tuoi testi lasci intendere che non tutti i mali vengono per nuocere, spesso le cose migliori nascono da situazioni pessime. Ti reputi o no, privilegiato ad aver potuto vivere quella vita?
Non so. Alla fine quello che ho cercato di esprimere con il disco è la tranquillità, i pezzi hanno in un certo senso avuto un concepimento blues, cioè esorcizzare un periodo che per me non è stato facilissimo. Io sono convinto che le cose buone nascano dall’attrito, e quella noia, quel tipo di esperienza fuori dal tempo, il vivere in provincia, mi ha dato una visione della vita di approfondimento, se per me c’era un disco quel disco era ‘tutto’ poiché fisicamente c’era solo quello. Alla fine se fossi vissuto a Milano, per la varietà di possibilità che mi avrebbe offerto, forse non avrei avuto lo stesso approccio. Ma non che questo sia un male.

Hai un’idea più o meno precisa del tuo futuro musicale?
Ho in mente di prendermi un tempo congruo per distaccarmi dalle cose, perché in questo momento non sarei in grado di scrivere, perché sono totalmente calato in questa cosa. Penso di aver bisogno di un tempo per prendere le distanze. Scrivo sulla base dell’esperienza.

Cosa pensi del panorama musicale italiano attuale?
Se parliamo della dicotomia mainstream/indipendente, alla fine credo che in Italia non ci sono i numeri adatti per supportare magari delle realtà di nicchia. Poi il discorso dell’indipendenza ha un valore fino a quando non diventa castrante per me. Non dico che il contenitore possa inquinare il contenuto, ma secondo me il concetto di indipendenza può diventare un alibi.

 

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