LA ROUTE DU ROCK ‘10
DAY THREE @ Saint Malo (Francia, 15/08/2010)

 
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6 settembre 2010
 

LINE UP – 13/10/2010:
MAIN STAGE “LE FORT DE SAINT-PERE”: THUS:OWLS, SERENA MANEESH, ARCHIE BRONSON OUTFIT, THE RAPTURE, THE NATIONAL, THE FLAMING LIPS
STAGE “THE BEACH”: KARAOCAKE, ETHEL, CLAPPING MUSIC DJ SET

La domenica mattina il cielo è ancora grigio ma almeno la pioggia è assente. Temerari, decidiamo di spingerci ancora una volta sulla costa, pregustandoci un grazioso concerto in spiaggia. Purtroppo l’illusione dura appena qualche ora e, di nuovo, ci ritroviamo bagnati. Ma poco importa, dato che tutti i concerti e djset pomeridiani sono stati nuovamente spostati del Palais du Grand Large. Per un paio d’ore, a far da sottofondo a questo strano miscuglio di vestitini a pois eleganti e stivali infangati, si susseguono i djset di Ethel, dj parigina che offre una selezione assai pregevole, anche se non molto originale, e quello più interessante, tra electro, folk e jazz, a cura dell’etichetta francese Clapping Music, chiamata a introdurre il concerto di uno dei sui gruppi, i Karaocake, dolcissimo trio, anch’esso proveniente da Parigi, molto vicino all’indie-pop elettronico delle Au Revoir Simone.

Il palco principale ospita invece Archie Bronson Outfit, non molto interessanti e anche un po’ grotteschi, avvolti in questi saii dalle fantasie imbarazzanti. Non convince neanche Serena Maneesh. Nonostante dichiarino di ispirarsi a band come My Bloody Valentine e rock psichedelico anni ’60, sembra che cerchino di atteggiarsi più come un gruppo hard rock. Fortunatamente, nella seconda parte della serata, le cose cambiano completamente. Il concerto dei National è uno dei momenti più alti del festival, ed è un peccato che duri solamente un’ora. I brani dei tre album vengono perfettamente dosati, e quelli di “High Violet” risaltano particolarmente. Matt Berninger è elegantissimo sia nel modo di vestire, con il suo completo scuro, sia nel modo di cantare, con la sua voce profonda e l’asta del microfono tenuta in obliquo. E spesso sembra incerto, sempre sul punto di rovinare a terra stravolto dall’alcol (di bottiglie e bicchieri, durante il concerto, ne abbiamo visti parecchi) e da una tristezza non grande ma profonda, avvolgente e inevitabile. L’atmosfera che riescono a creare è davvero meravigliosa e l’unico problema è dover cambiare in fretta e furia atteggiamento in vista del concerto seguente.

Forse per alleviarci questo ‘trauma’ i Flaming Lips cominciano ben cinque minuti dopo il previsto, il che è una cosa abbastanza inusuale visto che gli orari, indicati sul programma con estrema precisione, vengono sempre rigorosamente rispettati. Ciò mi è sempre sembrato straordinario, abituata a concerti che cominciano abitualmente con almeno un’ora di ritardo rispetto all’orario indicato. Ma in questo caso il ritardo è scusato, anche perché palesemente attribuibile all’imponente strumentazione che viene montata sul palco. Non si tratta solamente di strumenti, ma anche di macchine spara-coriandoli e giganteschi schermi fatti ad arco. Tutto è rigorosamente arancione, compresi una serie di personaggi ai lati del palco il cui unico compito è ballare per tutta la durata del concerto. Ci sarebbe molto da raccontare sul concerto dei Flaming Lips, trattandosi di un vero e proprio show, ma probabilmente è qualcosa a cui vale solamente la pena assistere. L’unica perplessità è se, alla fine del concerto, abbia avuto più peso la scenografia dell’aspetto musicale. Ma probabilmente questa pomposa esplosione di gioia appartiene a tutta una loro visione della musica. E se pensiamo che all’inizio i componenti della band erano usciti da una vagina luminescente, con fare trionfante, sembra che loro stessi vogliano ingigantire questo aspetto all’eccesso, fino prenderne implicitamente le distanze.

Poco importa alla fine: quella che abbiamo vissuto è un’esperienza unica e unificante e, coperti di coriandoli decidiamo di tornacene alle nostre tende e di concludere il nostro festival con queste immagini festose e colorate.

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