LOLLAPALOOZA ‘10
DAY THREE @ Grant Park, Chicago (USA, 08/08/2010)

 
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di Claudia Durastanti
12 settembre 2010
 

LINE UP – 08/08/2010:
SOUTH STAGE: NNEKA, THE CRIBS, X JAPAN, WOLFMOTHER, SOUNDGARDEN
BUDWEISER STAGE: THE ANTLERS, BLITZEN TRAPPER, YEASAYER, MGMT, ARCADE FIRE
PLAYSTATION STAGE: MINIATURE TIGERS, THE DODOS, MUMFORD & SONS, MUTEMATH, THE NATIONAL
ADIDAS STAGE: >HEALTH, SWITCHFOOT, MINUS THE BEAR, ERYKAH BADU, CYPRESS HILL
THE GROVE: FRANK TURNER, COMPANY OF THIEVES, THE IKE REILLY ASSASSINATION, HOCKEY, FRIGHTENED RABBIT, THE TEMPER TRAP
PERRY’S STAGE: DANI DEAHL, TEAM BAYSIDE HIGH, FELIX CARTAL, DID GUTMAN OF BRAZILIAN GIRLS, NERVO, CHIDDY BANG, MEXICAN INSTITUTE OF SOUND, DIRTY SOUTH, FLOSSTRADAMUS, FELIX DA HOUSECAT, DIGITALISM
BMI STAGE: SON OF A BAD MAN, NEON HITCH, THE BAND OF HEATHENS, FREELANCE WHALES, VIOLENT SOHO
KIDZAPALOOZA STAGE: SCHOOL OF ROCK, THE Q BROTHERS, RECESS MONKEY, DAN ZANES AND THE CHICAGO YOUTH SYMPHONY ORCHESTRA, PETER DI SETFANO & TOR, THENEWNO2, PERRY FARRELL, THE VERVE PIPE

Il terzo giorno del Lollapalooza è una lunga preparazione alla staffetta finale MGMTThe NationalArcade Fire a dimostrazione che forse qualcosa di miracoloso può ancora accadere. Malgrado sia davvero difficile seguire i concerti con quaranta gradi alle due di pomeriggio, senza un filo d’ombra e con un tasso di umidità che non si registra più neanche nella foresta tropicale, ce la si fa lo stesso. Anche davanti a band come i Mumford & Sons, ormai popolarissimi negli States (probabilmente grazie alle playlist proposte nei negozi stile Urban Outfitters), che piuttosto fa venire in mente fiumi di lana a scacchi e pinte di Guinness. A seguire i The Cribs, che attirano qualche fan più duro e puro rispetto agli efebici indie in circolazione, i prescindibili Minus the Bear a fungere da palliativo elettronico e i Temper Tramp di cui si sceglie di non intravedere neanche il palco e che rientrano nella categoria di band di cui si poteva fare tranquillamente a meno. Ottimi i Mutemath, mezza delusione gli Yeasayer, dalle parti dei Wolfmother si registra una sessione derivativa e poderosa (la cosa più bella sono le fan, sembrano tutte cloni di Marisa Tomei in “The Wrestler”, con la loro divisa shorts inguinali+stivali da biker). Dispiace perdersi Erykah Badu, ma altrove stanno succedendo cose altrettanto importanti. Gli MgMt riproducono un set più strumentale e concreto del previsto- probabilmente nel corso degli anni hanno imparato a suonare- e “Congratulations” sembra una cosa buona anche dal vivo, malgrado la distanza a tratti sconcertante dai pezzi di “Oracular Spectacular”, di cui fanno, come da copione, “Kids”, “Electric Feel” e soprattutto “Time to Pretend”, che forse è il testo più onesto e rappresentativo del motivo per cui certa gente sta sotto e sopra il palco: divertirsi, farsi d’eroina o di ore di ufficio e soprattutto fingere, prima di dissolversi.

Quello che accade nelle tre ore successive ha un grosso debito con l’epica e le retoriche di salvezza. A partire dalla presenza di un autore come Matt Beringer dei The National, che è il miglior performer live da decenni a questa parte. Malgrado i completi da gentiluomo di campagna e la sua disperata vocazione da crooner, dal vivo è brutale, sbandato e sempre, sempre ubriaco. Non si tutela, non teme le imperfezioni, stona come pochi e inietta un po’ di realismo in un circuito musicale indie-post-punk altrimenti levigato e austero (per dire, Paul Banks in tutti i suoi live non lo si è mai visto perdere polso e sangue, piace lo stesso, ma l’emozione che trasmette Beringer è imparagonabile). I The National aprono con “Mistaken for Strangers” e impiantano gran parte dei live, giustamente, su “High Violet”, anche se fanno un bel ripescaggio con “Available”. Segue l’ormai classico stage diving su “Mr. November” e l’esecuzione di “Fake Empire” in quattro minuti di tramonto, malgrado la definitiva liquidazione del sogno americano e l’incombente minaccia di grattacieli che potrebbero crollare in qualsiasi momento, pretende e merita la storia, oltre alle lacrime che vedi scorrere sui volti di persone insospettabili attorno. Si chiude con “Terrible Love”, e pochi minuti sul palco accanto fanno ingresso loro.

La band dei vicinati e dei sobborghi, la band fondamentale degli anni zero, quelli che meglio di altri coniugano eredità storica e innovazione. Gli Arcade Fire. Sono tantissimi e arrabbiati, pare. Win Butler ha una rasatura da chi si è convertito al totalitarismo di massa e una divisa working class che porta distintivi in omaggio di Haiti (a cui la band presta attenzione da tempi non sospetti). C’è un’attesa febbricitante per i “The Suburbs”- non a caso iniziano con la traccia omonima e con “Ready to Start”- che molti non hanno ancora ascoltato. I pezzi sembrano più composti che incendiari, ma sono contraddistinti da quell’aurea grave che circonda qualsiasi cosa gli Arcade Fire sembrano predestinati a fare. A tratti sono persino divertenti (la famigerata “Sprawl II”, per intenderci), mentre l’escapismo di “Suburban War” lascia francamente stupefatti. Il tutto in prospettiva della sequenza finale “Rebellion”, “We used to wait” e “Wake Up”, e in quel momento c’è tutto, la coscienza delle periferie, il fallimento della classe media, il potere delle masse, l’infelicità come forma di elevazione e l’unica epica possibile, dove la letteratura fallisce, forse sta proprio nelle canzoni che hai appena ascoltato. Vedi e senti ragazzini abbracciati attorno a te che sfilano fuori dai cancelli di Grant Park urlando a braccia tese quell’ ‘oh-oh-oh’ che è il coro di “Wake Up” e ti sembra abbastanza ovvio concludere che una cosa del genere, in questa forma e intensità, non la troverai più così facilmente.

In attesa della prossima edizione (su cui si azzarda un pronostico: da un lato M.I.A a inneggiare “Give war a chance” e dall’altro Bono che china il capo e mormora Perdonala, perché non sa quel che fa, a riprodurre le multiformi opposizioni e sovrapposizioni tra alternativi che non lo sono più e alternativi che non lo sono mai stati e alternativi che non avrebbero fatto la differenza), Lollapalloza 2010 finisce qui.
Sometimes I can’t believe it/I’m moving past the feeling.

Link:

  • LOLLAPALOOZA Website
 

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