ØYA ‘10
DAY ONE & TWO @ Oslo (Norvegia, 10-11/08/2010)

 
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LINE UP – 10/08/2010:
DATTERA TIL HAGEN: RED APRIL, BROKEDOWN PALACE, GJERSTAD FUNK- OG FISKARLAG, YLIJALI, LEIF AND THE FUTURE, MUNN TIL MUNN METODEN, KOPPEN, KAKKMADDAFAKKA DJS
NASJONALMUSEET: PANTA RHEI, MED BRANDT BRAUER FRICK I KONSERT MED SLAGSVERKSTRIOEN PINQUINS,
INTERNASJONALEN: SHIT CITY, SKY BARSTOW, MARIA DUE, THE NEW WINE,
ELDORADO KINO: ÆTHENOR, GRESSHOLMEN SALONG OG NINJAORKESTER
SUKKERBITEN: CHITTY CHITTY BANG BANG, AMANDA JENSSEN
TRIKKEN: ILA AUTO
BLÅ: DJ BEINHARD & DJ KULTURIMPERIET TOFT, RØD STÆR, PELBO, IZAKAYA HEARTBEAT, TRE SMÅ TØSER, NILS BECH, CLEAN SHAVEN GRINS
ØSTKANTEN BLUESKLUBB PÅ HERR NILSEN: SISTER RAIN, URBAN BLUES BAND, TEDDY TRIGGER & THE GATLING GUNS, THE BLACKBIRDS
PALACE GRILL: MANDRAKE, MONGO NINJA, THE GOO MEN
GAMLA: CAROLINE & THE TREATS, THE SAP, THE CAPTAIN & ME, PHONE JOAN,
JUVENILE ROCK CLUB PÅ CAVEN: COLD MAILMAN, CASA MURILO, THE PHANTOMS,
SOUND OF MU: JÆ, HANNY, HANNE KOLSTØ
MIR: BURT ROCKET, BOURGEOIS STALLION, WE WERE LIGHTNING
SUBSCENE/SPIRIT: LLFINGER, BRIGATA, PROVIANT AUDIO, SOCIAL SUICIDE,
REVOLVER: KAM: LUX, DARK ON TUESDAYS, JONAS ALASKA, EGIL OLSEN
JOHN DEE: CHARLOTTE & THE CO-STARS, DAG FÖR DAG, KOLLWITZ
MONO: RAZIKA, TÔG, BLOODY BEACH, SEVEN
ELM STREET: ATONE, SØRGEKÅPE, HARD LUCK STREET, PEARLYCATZ,CRIME CLUB
GARAGE: SYNDROM, MURMANSK
ROCK & SPESIALREISER PÅ PIGALLE: DEATH BY UNGA BUNGA, THE FLIGHT REACTION
PARKTEATRET: TEAM ME, THERESE AUNE, YOUR HEADLIGHTS ARE ON
GLORIA FLAMES: 22, JACK DALTON, DUNDERBEIST
THE VILLA: KONG SVERRE, DJ MATHIAS KADEN
LAST TRAIN: BLOOD ON WHEELS,WOLVES LIKE US
TILT: MY LITTLE PONY VS THE LITTLE HANDS OF ASPHALT, ESKIMO

LINE UP – 11/08/2010:
GSF SKATEPARK: MADE IN CHINA, THE MEGAPHONIC THRIFT,TRASH TALK
DEN NORSKE OPERA & BALLETT: THE NATIONAL
ENGA: THOM HELL, INGRID OLAVA, THE GASLIGHT ANTHEM, IGGY & THE STOOGES, M.I.A.
VIKA: LIDOLIDO, IMPERIAL STATE ELECTRIC, SLEEPY SUN, RAEKWON, ARIEL PINK’S HAUNTED GRAFITTI
SJØSIDEN: KENNETH ISHAK & THE FREEDOM MACHINES, FUCKED UP, AIR, NAVIGATORS, SERENA MANEESH
KLUBBEN: THE MEGAPHONIC THRIFT, SLEIGH BELLS, TORGNY, SHINING
CAMP INDIE: KOLLWITZ, THERESE AUNE, HYPERTEXT
SUKKERBITEN: PATSKI LOVE & CHRIS STALLION,JODDSKI + JAN STEIGEN, DJ SYMPHONY
JOHN DEE: VILLAGERS, THE LOW ANTHEM
LIVING ROOM: BAOBINGA, KIDS LOVE BASS
GARAGE: JENS CARELIUS
GLORIA FLAMES: HUMAN HEAT
THE VILLA: DJS BOUNTY/BEAST, THE WHIP
GAMLA: HARLEM
BLÅ: BEAR IN HEAVEN, CARIBOU, TENOLOPHONES
REVOLVER: WILD NOTHING
STRATOS: MISS HARMONICA, RYE RYE
PARKTEATRET: YOYOYO ACAPULCO, FJORDEN BABY!

INTRO & INFO

Il festival musicale più imponente dell’intera Norvegia si chiama Øya e si svolge ogni anno presso svariate location del centro di Oslo. Quest’anno la programmazione ci ha incuriositi non poco, poiché rappresentava un mix tra artisti che da tempo popolano l’immaginario collettivo della musica rock, band dal cui album d’esordio siamo stati ammaliati di recente e il meglio che la Scandinavia ha da offrire. Visitando Oslo per la prima volta, ne abbiamo apprezzato la grande apertura nei confronti delle nuove tendenze musicali e il numero esponenziale di club, che fa della capitale norvegese uno dei luoghi ideali per testare la resa dal vivo delle giovani band indie che fanno battere i nostri cuori entro le mura delle nostre camerette.

Uno dei pregi dell’Øya è la sopraccitata scelta di situare i concerti in diverse location, in modo da dare il giusto spazio ad artisti molto diversi tra di loro. Quest’anno c’è stato in primo luogo il Middelalderparken, che si trova ad una decina di minuti a piedi dalla stazione dei treni, e che contava la bellezza di cinque palchi (Enga, Sjøsiden, Vika, Klubben e Camp Indie). I concerti che si svolgono in quest’area cominciano nel primo pomeriggio e finiscono rigorosamente alle undici. Successivamente la programmazione dell’Øya si dipana sui club del centro di Oslo, con almeno una decina di concerti tra cui scegliere ogni sera. L’accesso a questi club non è incluso nel prezzo del biglietto del festival, ma il possesso di quest’ultimo dà diritto ad uno sconto. Come se questo non fosse abbastanza, per l’edizione 2010, gli organizzatori hanno deciso di aprire il festival presso altri due luoghi imprevisti: un cinema multisala del centro, dove hanno suonato gli Æthenor e la splendida Opera House di Oslo, dove abbiamo assistito al concerto dei National.

I pregi dell’Øya sono dunque molteplici. L’unico problema, che dipende solo in parte dell’organizzazione, consiste nei prezzi astronomici del cibo e delle bevande entro l’area del festival. La nostra guida ci aveva avvisati: la Norvegia è il secondo paese più costoso del mondo. Era dunque prevedibile che una birra arrivasse a costare la bellezza di otto euro. Come tutti gli avventori stranieri, ci siamo limitati ad osservare l’ubriachezza altrui e tentare il perseguimento di uno stile di vita ascetico. A parte questo piccolo dettaglio, consigliamo caldamente una capatina all’Øya a chiunque voglia conciliare una vacanza al fresco con un’immersione repentina ed intensa in una delle città più cool d’Europa.

ØYA ’10 – DAY ONE & DAY TWO

Tempo di depositare le valigie in ostello e siamo già diretti verso il cinema multisala Eldorado Kino, per il primo concerto. Nella miglior tradizione dell’Amante dei Festival Estivi Senza Particolari Disponibilità Economiche, cominciamo già ad assumere l’aspetto raffazzonato che farà di noi gli sfigati dell’area stampa nei giorni successivi. Credevamo che, recandoci in un Paese che ospita più negozi di abbigliamento tecnico che panetterie, non avremmo fatto poi così schifo. Invece pare che i norvegesi siano non solo tutti bellissimi, ma anche che sembrino usciti in massa dalla homepage di lookbook. Dal momento in cui realizziamo di essere capitati nella Terra dell’Hipster, tutto diventa interessantissimo. Non ci limitiamo dunque a prendere appunti relativi ai concerti, ma ci lanciamo anche in riflessioni sullo stato sociale norvegese e sulla diffusione inquietante degli iPhone.

Entriamo al cinema Eldorado verso le nove di sera. Poco dopo realizziamo che tutte le informazioni sono scritte in norvegese. Ci limitiamo dunque a seguire la folla che si sta dirigendo al primo piano. Ci stupisce il fatto che nessuno controlli i biglietti o i badge del festival, come invece avviene normalmente nella nostra ridente penisola.
In realtà non sappiamo di preciso quello che stiamo facendo. Avevamo visto su un volantino che tali Æthenor avrebbero aperto il festival, così abbiamo deciso di fare un salto esplorativo, senza impegno. Gli Æthenor si rivelano essere un progetto dell’inglese Daniel O’Sullivan, che vede la partecipazione del norvegese Kristoffer Rygg, nonché di Stephen O’Malley e Steve Noble. Nella nostra ignoranza, speravamo ci avrebbero allietati con del sano death metal. In realtà scopriamo con sconcerto che le centinaia di persone sedute con noi hanno pagato per assistere all’orchestrazione di quattro cortometraggi degli anni ’40 ad opera di Maya Deren. Stare rinchiusi per un’ora e mezza in una stanza piena di metallari colti e bellissime persone assetate di birra che sanno chi è Daniel O’Sullivan e, anzi, paiono adorarlo, è molto strano. Ad ogni modo, gli Æthenor ci propongo una versione sensibilmente più rumorosa di ciò che i Massimo Volume hanno portato in tour negli ultimi tempi: musica strumentale molto angosciante accompagnata da pellicole in bianco e nero dove c’è gente che viene ammazzata o che ha strane visioni. I barbuti musicisti se ne stanno pressoché immobili nell’oscurità, lasciando che siano le immagini e ciò che esce dagli amplificatori a parlare. Noi apprezziamo più o meno fino al secondo corto compreso, che racconta l’allenamento di un karate kid che probabilmente ha assunto degli acidi. Poi il luppolo fa il suo effetto; ci addormentiamo.

Dopo una ventina di minuti una chitarra distorta sparata a volumi degni dei Mogwai ci ricorda che la notte passata sul pavimento dell’aeroporto non è un buon motivo per perderci lo spettacolo. Proprio in quel momento comincia l’ultimo corto, che racconta la storia di una tizia che non sa se ha ammazzato suo marito o se lui ha ammazzo lei o se si sono suicidati o se il Signore delle Tenebre vive in casa sua o se il Signore delle Tenebre è suo marito o se lei è in realtà un’altra che l’ha uccisa con un coltello da cucina e via dicendo. Il corto in questione raggiunge tali livelli d’assurdità da apparire effettivamente agghiacciante, anche grazie al commento musicale dei nostri amici barbuti, che si producono in una versione dilatata e rumoristica della punteggiatura orchestrale che c’è sempre nei film di Hitchcock quando qualcosa di brutto sta per accadere. Oltre al regalarci un susseguirsi inesorabile di campanelli assassini ed esplosioni di varia natura, gli Æthenor si rivelano dunque in grado di terrorizzare il proprio pubblico, o per lo meno gli unici due italiani che lo popolano. Decidiamo che ci piacciono più o meno per gli stessi per cui ci piace Alexander Tucker: il post-rock che incontra la cattiveria di certo metal, in una chiave che può allietare solo gente molto molto motivata.

La mattina dell’11 ci alziamo dal letto e diciamo: Pranzo prima o dopo il concerto dei National? La domanda in questione potrebbe apparire strana, poiché i cari amici di New York fanno quel genere di musica che a stento potremmo definire serale. Notturna è il termine più adeguato. Eppure i signori dell’Øya hanno deciso di affidar loro il compito di inaugurare ufficialmente il festival. Il teatro dell’Opera di Oslo ci accoglie un paio d’ore dopo, con il suo pullulare di turisti italiani di mezza età ed hipster scandinavi – sempre bellissimi – che bevono vino bianco. Mentre aspettiamo che sia ora di prendere posto, una signora identifica il nostro idioma e ci chiede se secondo noi il marmo del pavimento è italiano. Alla prima occasione fuggiamo altrove, notando che rispetto ai nativi siamo bassissimi e sempre più brutti. Inoltre non possiamo comprare il vinile di “High Violet”, come pare stiano facendo più o meno tutti, perché quei soldi ci servono per sopravvivere. Quando finalmente prendiamo posto in un punto lontanissimo dal palco, notiamo che gli avventori norvegesi sprizzano gioia da tutti i pori. Ci sono anche dei bambini trascinati lì dai loro genitori hipster.

I National si materializzano sul palco qualche minuto dopo ed aprono il concerto con Runaway, dall’ultimo album, e “Mistaken For Strangers”, il singolo stracciavesti di “Boxer”. Non riusciamo a decifrare i pensieri degli astanti, ma la sensazione è che tutti siano consapevoli di essere al cospetto di qualcosa di sacro. Anche se è ora di pranzo. Anche se “Mistaken for Strangers” ci ha fatto venire una voglia folle di ballare, o per lo meno di ancheggiare un pochino. Subito dopo aver articolato questo pensiero Matt Berninger intercetta il nostro flusso di coscienza e si dice d’accordo con noi. Stare seduti ad un concerto dei National è strano. A quel punto Bryce Dessner lo prende in giro dicendo: Can’t you see that it’s an Opera House? Berninger ci fa ridere con l’accondiscenza tipica dei fan in adorazione rispondendo: Yeah, but it’s freaking me out Comprendiamo così che non è strano solo per noi, è strano anche per l’uomo con la voce più bella del mondo. Così ci alziamo e qualcuno nelle prime file prova anche a ballare nello spazio angusto tra un posto a sedere e l’altro. Ed ascoltiamo come plebei veneranti, trovando traccia nelle onde sonore in cui siamo immersi di ciò che altri fan commossi ci avevano raccontato del concerto dei National tenutosi a Milano durante il tour di “Boxer”. Diciannove brani capaci di annichilirti su disco, riempiono il teatro senza lasciare possibilità di scampo all’avventore incerto. Persino le maschere si affacciano alla balconata per seguire il concerto. Gli unici a non apprezzare sono i bambini più piccoli, che si inalberano quando Berninger scende dal palco e ci fa dono di una versione straziante di “Squalor Victoria”, con tanto di urla disperate in chiusura. La sensazione di essere al cospetto del divino si sedimenta ulteriormente. Eppure i nostri amici ben vestiti si rivelano essere magnanimi; non sfruttano la loro magnificenza per farsi adorare ciecamente dal pubblico. Fanno battute, raccontano di parenti acquisiti norvegesi che ora vivono a Brooklyn, spezzano il flusso ipnotico da loro stessi generato per farci partecipi delle loro sensazioni. Poi tornano a farci fremere, proponendo “High Violet” quasi per intero e dando così prova di tutta la sua bellezza. Prima di attaccare con “Fake Empire”, che per poco non porta al collasso del teatro, Berninger dice: We’re Soundgarden. Thanks for coming… no, they’re very sweet sensitive guys. Very thoughtful… E noi ridiamo, come solo degli ex adolescenti cresciuti con la musica dei capelluti di Seattle possono fare. Ridiamo anche perché era nostra convinzione che i National fossero antipatici, in qualche modo. Perché il più delle volte gli autori dei dischi che ti rubano l’anima non si mettono a raccontarti sghignazzando che vorrebbero tenere dei seminari sul rock in qualche università in cui non metteremo mai piede. Gli autori dei dischi che ti rubano l’anima sono come gli Slint, che con la scusa della freddezza del math rock, non ti dicono neanche ciao o grazie se fai duecento chilometri per andare a sentirli.
Il bis è breve e carico della consapevolezza che tutto sta per finire. Solo tre pezzi: “Vanderlyle Crybaby Geeks”, “Mr. November”, “Terrible Love”.

Usciamo nell’atrio del teatro e per qualche istante ci sentiamo come se fosse notte. Desideriamo una bottiglia di vino rosso per coronare la serata. Invece sono le tre e fuori piove. Ragazzi della nostra età o poco più vecchi comprano magliette dei National ai loro bambini. Ci diciamo che è una cosa bellissima e ridicola al contempo. Poi usciamo all’aria aperta e ci mangiamo un panino assemblato alla meno peggio in ostello. I nostri k-way dicono che siamo ancora i più brutti di prima. Le nostre scarpe di tela dicono, invece, che siamo stupidi.
Costeggiamo per circa un chilometro il mare ed arriviamo infine al Middelalderparken. A quel punto sta piovendo così tanto che il parco è mezzo allagato e tutti se la ridono con i loro stivali di gomma e la birra che scorre a fiumi. Ci ripariamo al Klubben che è l’unico palco coperto. Lì stanno suonando da una decina di minuti i Megaphonic Thrift, una band norvegese di cui sappiamo ben poco. Sul libretto del festival contenente informazioni su tutti i gruppi c’è una bella spiegazione in norvegese, della quale capiamo solo le parole Sonic Youth, Guided By Voices, Built To Spill. Il problema è che i Megaphonic Thrift non hanno niente della geniale giocosità dei Guided by Voices o della bellezza radiante dei Built to Spill. Sono, invece, la miglior cover band di tutti i tempi dei Sonic Youth. L’assurdità che soggiace alla loro esistenza è incredibile. Non solo il leader del gruppo canta come Thurston Moore; egli ha proprio la stessa voce. Lo si sente quando dice qualcosa in norvegese tra un brano e l’altro. Mentre l’acqua scroscia fregandosene di noi, ci diciamo che forse dovremmo farlo notare. Dovremmo salire sul palco con il nostro pass della stampa e dire: Ma questi tizi sono uguali ai Sonic Youth! Non ve ne siete accorti? Cosa avete da applaudire così tanto? Solo che non lo facciamo. Sfogliamo invece un fumetto norvegese che qualcuno ha dimenticato per terra.

Dopo un po’ sul palco arrivano gli Sleigh Bells, che nel giro di dieci secondi diventano membri onorari della categoria ‘Uomo Oggetto, Donna Isterica’, i cui componenti ci eravamo divertiti ad elencare l’anno scorso alla Route du Rock insieme ai nostri colleghi veronesi (Anita – link:http://diariodallacameraoscura.splinder.com – e Michele link:http://miguelcappuccino.tumblr.com) dopo il concerto vomitevole dei Kills. Come ben sapete, gli Sleigh Bells sono composti da Derek Miller, già chitarrista dei Poison the Well, e Alexis Krauss, già componente di un gruppo teen pop di cui nessuno ha mai sentito parlare. Sul palco Miller c’è e non c’è, nel senso che durante i pezzi che si compongono solo di base e voce, egli se ne va nel backstage a fare chissà cosa. Quando c’è, invece, fa il suo lavoro con moderato entusiasmo e mostra al mondo quanto è figo. Alexis Krauss, invece, fa paura. Si getta sul pubblico più o meno ogni tre minuti, rotola a tutti gli angoli del palco, urla, ansima e miagola come un gatto senza voce. Nel complesso, riesce a sopperire alle mancanze di Miller, mostrandoci le sue carni e facendosi amare molto dai norvegesi che ballano sotto il palco indossando deliziosi impermeabili che sembrano fatti con i sacchi dell’immondizia. Il loro noise venato di pop, con cui siamo riusciti a far danzare persino la gente dai piedi di legno della nostra natia Vicenza, si rivela pregevole anche dal vivo, nonostante la chiara assenza di strumentazione con cui riempire il palco.

Nel tardo pomeriggio ci spostiamo all’estremo limite del parco, dove è situato il palco principale. Poco oltre, si erge trionfalmente quella che denomineremo poi come “La zona dei ricchi”. La zona dei ricchi è separata dall’area dei comuni mortali per mezzo di una lingua d’acqua. Per arrivarci bisogna attraversare un ponticello assai grazioso. La zona dei ricchi è quella cui hanno accesso gli artisti sconosciuti che non hanno paura di essere assaliti, la gente “del business” (come discografici, organizzatori di altri festival, giornalisti di Pitchfork e via dicendo) e, infine, l’ultimo gradino della scala sociale tra quelli che hanno il pass: quelli come noi. Noi siamo quelli che scrivono di musica, ma non per Pitchfork. Nella zona dei ricchi tutti bevono almeno quattro litri di birra a testa ogni sera. Tradotti in valuta nota, quei quattro litri costano 64 euro. Decidiamo dunque di adottare un approccio cinico e di denigrare tutti quelli che ci circondano. Questo ci permette di arrivare all’ultimo giorno del festival senza impazzire e morire di fame. Uno dei pregi della zona dei ricchi è che permette di avere un’ottima visuale dell’Enga. Da lì seguiamo infatti il concerto di Iggy and the Stooges e, successivamente, di M.I.A.

Iggy è rugoso e agile come al solito, mentre James Williamson sembra un rottame. Egli ha difatti una gamba ingessata e, quando comincia il concerto, due rodies lo trascinano di peso in mezzo al palco, dove resterà, pressoché immobile, fino alla fine del concerto. L’aspetto strano della faccenda è che il concerto in questione si rivela parte del tour di “Raw Power”. Come se “Raw Power” fosse uscito l’anno scorso. A parte questo seguiamo distrattamente la performance che, come sempre, è assai dinamica e molto apprezzata dal pubblico. Non manca poi l’usuale danza sul palco in compagnia di dei fan raccolti nei pressi delle transenne, che baciano e abbracciano Iggy, forse non accorgendosi della sua faccia schifata. Nel complesso il concerto ci fa un effetto strano. Ci domandiamo se Iggy sia la persona più coerente della storia o un genio del male che da trent’anni finge di averne venti.

I nostri dubbi si rivelano inutili e tracotanti di lì a poche ore, quando il sole è finalmente tramontato e le luci dell’Enga si accendono di nuovo, questa volta per il concerto di M.I.A..
Avendo visto la sua recente performance da Letterman, ci aspettiamo che la bella anglocingalese si riveli al pubblico in compagnia di venticinque sosia o roba del genere. In effetti il programma prevede qualcosa di simile. Durante i primi dieci minuti il palco è occupato da una tizia che indossa un burqa multicolore, che propone un dj set abbastanza noioso. Potrebbe essere Maya, ma non lo è. Poi entrano in scena altre tre presunte Maye, la cui presenza è relativamente inutile. Infine la vera Maya si fa viva, con i suoi graziosi vestiti colorati e gli occhiali da sole. Attacca con “Boyz”, riproposta in una versione riconducibile alle sonorità spiacevoli di “/\/\/\Y/\”, l’ultimo album, il ché, per certi versi, ci fa un po’ schifo. Segue poi “Steppin Up”, il pezzo che tutti voi ricorderete come ‘quello delle seghe elettriche’ o come ‘quello che non sarebbe neanche brutto, ma ci sono tutte quelle seghe elettriche’. Si rivelerà poi essere uno dei pochissimi dell’ultimo album proposti al pubblico norvegese. Il concerto ha poco o niente a che fare con quello cui avevamo assistito poco dopo l’uscita di “Kala”, nel 2007. Ora pare che la musica sia passata in secondo piano. Ciò che conta è mostrare al pubblico i laser sonori, fare discorsi insensati sul proprio manager, rendere irriconoscibili i pezzi dei primi due album e fare pause lunghissime tra una canzone e l’altra. La vuotezza di ciò che sta accadendo sul palco è terribile. Noi che abbiamo amato profondamente “Arular” e “Kala”, che ci siamo sforzati di capire il casino senza senso e le ‘cover dei Suicide’ di “/\/\/\Y/\”, non possiamo che attaccarci al presunto sostrato concettuale della performance. Una sottospecie di velleità destrutturatrice, il desiderio di scatenare il disprezzo dei fan di vecchia data o l’adorazione di chi non aveva e non ha visto niente di speciale in un pezzo come “Paper Planes”.

Il giorno dopo la troveremo sulla copertina di un numero di Interview, dove afferma che per lei la star meglio vestita è il colonnello Gheddafi. Ce ne andiamo una ventina di minuti prima della fine del concerto, moderatamente schifati, per raggiungere il club del centro dove sta per suonare Bear in Heaven. Quando arriviamo sul posto scopriamo che il concerto è sold out. Ascoltiamo un paio di pezzi da fuori, in un vicolo pieno di cassonetti dell’immondizia.

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