ØYA ‘10
DAY THREE @ Oslo (Norvegia, 12/08/2010)

 
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LINE UP – 12/08/2010:
GSF SKATEPARK: CASIOKIDS, PHIL HAUSSMANN AND THE MULE, SURFERS LINGO, VINNIE WHO
ENGA: KRÅKESØLV, CASIOKIDS, BROKEN BELLS, LCD SOUNDSYSTEM, PAVEMENT
VIKA: OSLO ESS, FOOL’S GOLD, MIIKE SNOW, THE BLACK ANGELS, THE CUMSHOTS
SJØSIDEN: LARS VAULAR, AGAINST ME!, SURFER BLOOD, YEASAYER, JONSI
CAMP INDIE: SOCIAL SUICIDE, GOONFIGHT, TEAM ME, FRIENDS OF THE DUDE
KLUBBEN: PANDA BEAR, WARDRUNA, NACHTMYSTIUM, LINDSTRØM & CHRISTABELLE
GUL: VINNY VILLBASS, HENRI LECOQ & LE CAPITAN, G-HA & OLANSKII
SUKKERBITEN: PATSKI LOVE & CHRIS STALLION, BIG ICE, FASHAWN, EXILE
JOHN DEE: BASIA BULAT, OWEN PALETT
THE VILLA: ICONOCLASTIC, HORSE MEAT DISCO
GARAGE: THE LIONHEART BROTHERS
LIVING ROOM: FULL EFFEKT (DJ GIRSON)
GLORIA FLAMES: BLACKROOM
GAMLA: COLD MAILMAN, HYPERTEXT
BLÅ: GUILLAUME & THE COUTU DUMONTS, RADIO SLAVE
DATTERA TIL HAGEN: DARKSTAR, PUNANI SS SOUNDSYSTEM, KYLE HALL
PARKTEATRET: KITCHIE KITCHIE KI ME O
REVOLVER: VINNIE WHO
STRATOS: GRANDMASTER FLASH

Il secondo giorno del festival pare l’antitesi del primo. La pioggia non è che un vago ricordo, le cui uniche reminiscenze tangibili sono le pozzanghere rimaste nelle zone d’ombra. La temperatura si è alzata drasticamente e la luce bianchissima del sole fa di noi dei ciechi che si muovono a tentoni. Raggiungiamo il Middelalderparken di corsa, escoriandoci la schiena e controllando in modo ossessivo l’orologio. Una volta giunti a destinazione, sfruttiamo il nostro pass per fare una scorciatoia. Scopriamo così che in Norvegia tutti sono in buona fede e che, con un espressione sicura stampata in faccia, si può fare più o meno qualsiasi cosa.

Sempre correndo come dei pazzi, riusciamo ad arrivare al Klubben quando Panda Bear ha cominciato la sua performance solo da cinque minuti. Il pubblico è composto dal solito mix di persone bellissime, altissime e vestite con ricercata scompostezza. Panda sta immobile sul palco a spostare le sue manopole. Immagini psichedeliche che potrebbero essere vintage o create ad hoc per sembrarlo scorrono su un pannello situato alla destra del palco. La scaletta pare composta da pezzi che non conosciamo, forse anticipazioni del nuovo album, “Tomboy”, che dovrebbe uscire prossimamente. Il tono generale del concerto è abbastanza deprimente. Nessuno balla e il pubblico si sfoltisce dopo una quindicina di minuti. Evidentemente non eravamo gli unici ad aspettarsi qualche pezzo da Person Pitch o per lo meno delle sonorità che non facessero venire voglia di buttarsi a terra e dormire. Panda, dal canto suo, non fa niente per farsi amare del pubblico. Non parla, non saluta, non ringrazia. A conti fatti, il suo si rivelerà uno dei concerti più deludenti dell’intero festival.

Uscendo dal Klubben sentiamo gli ultimi due minuti del concerto dei Fucked Up e ci pentiamo di aver scelto le sonorità pro-consumo di allucinogeni di Panda anziché andare a farci spaccare la schiena da qualche norvegese nerboruto. La voglia di valutare la resa dal vivo dei Fucked Up c’era e ce la terremo fino al loro prossimo tour. Nel frattempo sul palco chiamato Sjøsiden salgono gli Against Me!, di cui conosciamo solo il nome e la copertina di “New Wave”, il loro quarto album, nonché il primo su Sire Records. Ci fermiamo ad ascoltarli per qualche minuto sotto il sole cocente. I primi due pezzi sembrano concepiti dalla mente del tizio psicopatico dei Flogging Molly, il che non sarebbe necessariamente un difetto, se solo la band fosse munita di strumentazione tipica irlandese. Senza simpatici tamburelli e tin whistles, il risultato risulta lacunoso. Ciononostante il pubblico è in visibilio e gli Against Me! tengono molto bene il palco. Il loro punk rock non sarà originalissimo, ma ha un suo perché, soprattutto quando vengono meno le anime dei bevitori di Guinness che evidentemente abitano negli amplificatori. Ce ne andiamo verso ‘la zona dei ricchi’ consapevoli dell’incompatibilità tra i nostri gusti e ciò che sta accadendo sul palco. L’esplorazione si rivela fruttuosa. Sulla collinetta della gente ben vestita e munita di pass più graziosi del nostro osserviamo la distesa di tavolini riservati, gli uomini di mezza età che fanno affari ignorando i concerti e i piatti di salmone e patate che costano venti euro.

Un altro aspetto molto interessante dell’Øya è la scelta degli organizzatori di mettere a disposizione del pubblico una vasta gamma di prodotti alimentari biologici, dal gelato allo stinco di maiale. Il festival è inoltre certificato come sostenibile, grazie alla fornitura di elettricità proveniente da fonti energetiche rinnovabili. C’è persino un piccolo stand munito di cyclette, i cui cartelli invitano gli avventori a pedalare per generare corrente elettrica. L’atmosfera sarebbe di per sé idilliaca, se solo la nostra stabilità mentale non fosse costantemente minacciata dalla vista dei brick da venti centilitri di vino che tutti consumano. Il vino in questione esiste in tre versioni: rosé (il preferito dai norvegesi, a quanto pare), bianco e rosso. Il rosso ha delle scritte in italiano e non sembra la bevanda ideale per stare sotto il sole a picco tutto il pomeriggio. Vorremmo assaggiarlo, ma costa dieci euro. Mentre siamo immersi nell’osservazione etnologica dei nativi, salgono sul palco i Broken Bells.

I Broken Bells sono un progetto collaterale di James Mercer, altrimenti noto come il cantante degli Shins, e del produttore Danger Mouse. Facciamo il possibile per ascoltarli con attenzione, ma nella nostra testa c’è una sola frase che rimbalza, impedendoci di ragionare: Sono meglio gli Shins; questi sono la brutta copia degli Shins. E in effetti c’è poco da dire: i Broken Bells sembrano una versione molto più triste degli Shins. I pezzi sono tutto sommato simili, anche se manca l’allegrezza dolceamara dei primi due album della band di Portland. C’è invece affinità con “Wincing the Night Away”, che però, come ricorderete, non aveva entusiasmato particolarmente i fan della band, se eccettuato il pregevole singolo Australia. La cover in chiusura di “Crimson and Clover” riesce, se possibile, a deprimerci ulteriormente.
A quel punto non ci resta che attendere sulla nostra sedia di plastica dell’Ikea la comparsa degli LCD Soundsystem. James Murphy e i quattro soci arrivano puntuali sul palco e di lì a poco una folla enorme si raduna ai loro piedi. Enga, pur essendo il palco più grande del festival, è stipato di amplificatori, strumenti e gente danzante. Il pubblico risponde con entusiasmo fin dai primi minuti del set. Dalla nostra collinetta riusciamo a vedere buona parte delle migliaia di persone che stanno danzando e che sembrano apprezzare l’oramai ben noto mix di elementi rock e dance che Murphy ci ha fatto amare nei suoi tre album. La scaletta è punteggiata con una certa regolarità dai singoli che hanno fatto degli LCD Soundsystem una delle band preferite sulle dancefloor della nostra vita, siano esse camerette, club pieni di hipster o i posti improponibili dove mettiamo i dischi di tanto in tanto, per lo più cercando di convertire il nostro prossimo all’ascolto di musica indie. Il concerto è coinvolgente, sia in ragione dell’innegabile valenza danzereccia dei pezzi, sia grazie alla simpatia di James Muphy, che si dimostra amabile e pieno di vita. Ci racconta che è un po’ stordito dal cambio di clima e dai postumi di un’influenza. Fa battute sul fatto che ormai è vecchio e che fare tutti quei concerti è stancante. Eppure a giudicare dal modo in cui si dimena sul palco e dall’energia che mette nel suo cantato, non si direbbe. L’apoteosi del concerto è il singolo Drunk Girls, dall’ultimo pregevole album, “This is Happening”.

A questo punto facciamo una capatina al palco intermedio, Sjøsiden, dove hanno da poco cominciato a suonare gli Yeasayer. Li avevamo segnati sul nostro programma tra le band in forse. A farci dubitare era il ricordo degli ascolti del primo album, di quel promo rigirato tra le mani decine di volte, alla ricerca di quel quid che sembrava esaltare molti giornalisti e blogger. Forse era l’eccesso di cembali, ma d’altronde il titolo stesso (“All Hour Cymbals”) ci aveva avvisati. Il secondo album, uscito quest’anno, ci è ignoto. Ascoltiamo dunque per la prima volta alcuni dei pezzi che lo compongono, ed è amore improvviso, nonostante le folle di adolescenti semiubriache che ci buttano birra addosso ed il sole che ci ustiona neanche fossimo una coppia di pallide natiche su di una spiaggia affollata a ferragosto. Gli Yeasayer si rivelano eccezionali dal vivo. Sono giocosi, totalmente coinvolti dalla performance e adorabili con il pubblico. Quindi forse è per questo che le adolescenti semiubriache buttano la birra in giro. Tra l’altro, che senso ha lamentarsi di una cosa del genere? Magari in Italia ci fossero migliaia di adolescenti semiubriache che amano gli Yeasayer e vanno in visibilio quando sentono le prime note di “Madder Red”! Di certo saremmo tutti più sereni e sorridenti se fosse la band di Brooklyn a fare da colonna sonora ai nostri minorenni, anziché qualche schifoso tizio senza talento, magari con i capelli incollati in faccia, finito chissà come su TRL. Ad ogni modo, il pop danzereccio degli Yeasayer ci delizia fino a farci sentire idioti per non aver ascoltato prima “Odd Blood”, l’ultimo album, il che si può tradurre in un invito da parte nostra a procurarvi la loro discografia o per lo meno ad andarli a vedere dal vivo, se dovessero capitare dalle vostre parti. Una cosa molto carina che fa poi la band, è invitare i presenti a proseguire la serata andando a sentire i Pavement, che suoneranno poi all’Enga. Dicono di essere molto molto emozionati, perché i dischi di Malkmus e soci sono il motivo per cui hanno deciso di formare una band. Ciononostante, dopo averne discusso per giorni, facciamo una scelta che per molti potrebbe suonare incomprensibile.

Anziché recarci in pellegrinaggio dai Pavement, restiamo al Sjøsiden per porgere i nostri omaggi a Jónsi. Per motivare quest’atto, ci limitiamo a dire che non avevamo mai avuto il piacere di sentire l’islandese dal vivo, mentre i Pavement li avevamo già visti a Bologna. Per i norvegesi, invece, era la prima visita della band di Stockton dopo la reunion. A malincuore aspettiamo dunque che Jónsi salga sul palco. Nel frattempo, quest’ultimo viene allestito con un grande telo bianco, sul quale verranno proiettate delle animazioni che accompagneranno il concerto. Verso le dieci lo spettacolo comincia e Jónsi si presenta con i suoi capi d’abbigliamento piumati e il copricapo da volatile. Dice qualcosa in quello che ci pare essere un norvegese approssimativo. Il pubblico apprezza e manda bacini verso il palco. Anche in questo caso notiamo il gran numero di adolescenti semiubriache, che forse non hanno ascoltato il consiglio degli Yeasayer. Il set è composto prevalentemente da canzoni tratte da “Go”, l’ultimo album. Le animazioni proiettate alle spalle dei musicisti ritraggono insetti, mammiferi e fenomeni atmosferici. Accompagnano il concerto amplificando l’impatto emotivo dei pezzi, ma senza rubare la scena a ciò che sta accadendo sul palco. Come nel caso del concerto dei National del giorno precedente, la sensazione è quella di essere al cospetto di qualcosa di sacro, non tanto nell’accezione che noi italici di formazione cattolica associamo a questa parola, quanto piuttosto al sacro che risiede nel caos di un rituale che Ratzinger chiamerebbe probabilmente ‘pagano’.

Sarà forse la vista di orsi, lepri, cerbiatti in fuga da lupi ed uccelli dal piumaggio variopinto a generare quest’analogia nella nostra mente. Eppure c’è qualcos’altro. Forse è semplicemente il forte coinvolgimento del pubblico, che si lascia trasportare in uno stato di apparente abbandono dai pezzi più quieti, come Tornado e Sinking Friendships, per poi esplodere in una danza collettiva sulle note dei brani più caotici, come “Go Do” e “Animal Arithmetic”. Quest’ultimi, che già su disco ci avevano fatto pensare ad una festa di animaletti pelosi, dal vivo sembrano ricordarci che con un minimo di iniziativa potremmo diventare a nostra volta dei roditori dal battito cardiaco frenetico. Basterebbe mangiare un sacco di noccioline e trasferirsi nella foresta. A parte gli scherzi, il concerto è molto bello. Ne apprezziamo soprattutto la chiusura con una versione allungata di “Grow Till Tall”, che ci culla nella quiete e infine ci scuote con le bordate distorte che lasciano trasparire di più le radici post-rock del suono di Jónsi e dei Sigur Rós.

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