MATTHEW DEAR
Black City

 
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22 settembre 2010
 

Bisogna immediatamente capire, quando si parla di Matthew Dear, che rimpiangere il perfetto esordio del 2003 “Leave Luck to Heaven” , capolavoro che fonde minimal techno e pop, è assolutamente inutile. In 7 anni il dj si è evoluto e, come insegna una fondamentale regola di marketing, ha diversificato. Se ancora si rimpiange quel suono, basti provare a raccogliere i lavori prodotti sotto lo pseudonimo Audion, o Jabberjaw che un poco ci si avvicinano.

Ma ogni disco che d’ora in poi uscirà sotto il nome di battesimo dell’artista di Detroit segue una strada ben diversa. La strada imboccata con il precedente lavoro, “Asa Breed”, ma ancora notevolmente lunga e piena di sorprese. Se è vero che già aveva aggiunto ai suoi strumenti la sua voce, in “Black City” Dear, la utilizza in maniera diversa, muovendosi in luoghi più cupi, ma tenendo sempre a mente la lezione, evidente, di maestri del genere elettro-pop come il Bowie 80’s e i Talking Heads. Se la voce comunque può risultare un poco piatta e monocorde, la musica invece non pecca certo di orginalità con incastri mai scontati e ritmi costruiti su molteplici strati di suoni. Un pregio che salta all’orecchio immediatamente è che non sarà facile scovare tutto quello che c’è da scovare, e serviranno parecchi ascolti di ricerca.

L’inizio in punta di piedi di “Honey” serve a capire quanto detto finora, la melodia facile sbuca fuori da battiti sgocciolanti e cellos incelofanati. La prova più dancy di “Black City” è certamente il singolo “Little People (Black City)”, dove i synth spadroneggiano sui ritmi house che fanno venir fuori il dj che risiede in Dear. Il passo dopo, “Slowdance” è un viaggio musicale che parte con un campionamento che sembra un beatbox della S alla Silvio Muccino. In “More Surgery” si scopre un omaggio ai New Order, prima che l’album si chiuda con “Gem”.

Quest’ultima traccia, tanto osannata da critica come gioiello di verità in mezzo a tanta freddezza elettronica, è invece a parer mio, un’intenzione rimasta a metà. Una ballata introspettiva al piano, che vorrebbe probabilmente rifarsi a “New York, I Love You But You’re Bringing Me Down” degli Lcd Soundsystem, ma rimane incompiuta, e lontana anni luce da quel capolavoro. Tra tante ispirazioni, quella peggio ispirata insomma.

Cover Album

Black City
[ Ghostly – 2010 ]
Similar Artist: Bowie + Brian Eno, Talking Heads, Mount Kimbie
Rating:
1. Honey
2. I Can’t Feel
3. Little People (Black City)
4. Slowdance
5. Soil to Seed
6. You Put a Smell on Me
7. Shortwave
8. Monkey
9. More Sugery
10. Gem
Tracklist
 
 

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