ØYA ‘10 – DAY FOUR @ OSLO (NORVEGIA, 13/08/2010)

 
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LINE UP – 13/08/2010:
GSF SKATEPARK: MEGATIVE, BLUE GEM, MANHEADS
ENGA: RUBIK, GIRLS, SUSANNE SUNDFØR, THE FLAMING LIPS, JOHN OLAV NILSEN OG GJENGEN, ROBYN
VIKA: OBLITERATION, NECESSARY, MARINA & THE DIAMONDS, TODD TERJE & DØLLE JØLLE, MAJOR LAZER
SJØSIDEN: YOUTH PICTURES OF FLORENCE HENDERSON,FIELD MUSIC, PURIFIED IN BLOOD, LA ROUX, THE SPECIALS
CAMP INDIE: I SEE HORSES, MINIØYA: OST & KJEX, HONNINGBARNA, WOLVES LIKE US
KLUBBEN: DIE ANTWOORD, TRASH TALK, TUNE-YARDS, 1349
BLÅ: VINNY VILLBASS, FROST
GUL: NICO COLTSFOOT
DATTERA TIL HAGEN: ØYVIND MORKEN, TELEPHONES & CHMMR
JOHN DEE: I WAS A KING, SHEARWATER
GARAGE: POLAR BEAR CLUB
STRATOS: TÔG
GAMLA: BASKERY, THE BEAT TORNADOS,
THE VILLA: OSLO EXPERIMENTAL PRES: DO IT!
LIVING ROOM: KIDS LOVE BASS
SUKKERBITEN: PATSKI LOVE & CHRIS STALLION, ROBYN DJ SET
GUL: TOBII, CHRISTIAN SOL, NILS NOA, ROBOMATIK & THE TRONIX
BLÅ: BUGGE WESSELTOFT VS. PÅL STRANGEFRUIT & KNUT SÆVIK, TODD TERJE, MENTAL OVERDRIVE
PARKTEATRET: KUMAR
STRATOS: ANNI DJ SET, SAVAGE SKULLS
REVOLVER: FAGERNES YACHT CLUB + DJS DJS GAUTE/HENNING/HÅVARD/SIMEN/ENDRE
ROCKEFELLER: DIPLO
DATTERA TIL HAGEN: OMAR-S, SOMMERSTAD

Venerdì è il giorno delle grandi sovrapposizioni. Per una serie di motivi di scarsa rilevanza per voi lettori, arriviamo al Middelalderparken troppo tardi per il concerto dei Girls e ci fiondiamo direttamente al Vika, il palco più piccolo tra quelli che ospitavano band a noi note. Ce n’era un altro dalle dimensioni ancor più ridotte, il Camp Indie, dove suonavano solo band norvegesi scarsamente note. Non siamo mai riusciti ad accedervi, perché era così piccolo che dentro non ci si muoveva. Al Vika attendiamo per qualche minuto l’arrivo di Marina and the Diamonds, riuscendo a procurarci senza problemi un posto in prima fila. Questo è uno dei concerti per i quali abbiamo deciso di prendere l’aereo e passare una settimana in Norvegia.

”The Family Jewels”, l’album d’esordio della venticinquenne inglese di origini greche, ci ha fatto sculettare ininterrottamente più o meno dal giorno in cui abbiamo letto per la prima volta il nome di Marina su un tweet amico. E Marina non delude le nostre aspettative. Sale sul palco irradiandoci con la sua bellezza straziante, le labbra rosa shocking, le forme sinuose. Nel giro di pochi minuti ci ha già dimostrato che non aveva senso dubitare di lei, della resa dal vivo delle sue canzoni. Il suo pop, sotto cui si celano le influenze più disparate (da Daniel Johnston a Kate Bush), si conferma come pronto a soppiantare quello di artiste ben più vacue che popolano le classifiche dei dischi più venduti. Questo almeno in una versione più intelligente del nostro pianeta. La scaletta comprende quasi tutti i pezzi di “Family Jewels” ma, sfortunamente, viene accorciata all’ultimo momento. Come avevamo intuito dal suo toccarsi di continuo la gola, Marina sta perdendo la voce. Ciononostante le sua performance è impeccabile. Apprezziamo in particolar modo “Oh No”, “The Outsider” e “Shampain”, ma qui si tratta di gusti personali. La nostra bella ringrazia infine i suoi diamanti (=i fans) scusandosi ancora una volta per la canzone che non è stata in grado di cantare. Poi se ne va con la stessa grazia con cui si era presentata sul palco.

Dopo aver consultato la nostra guida del festival, constatiamo che l’inconveniente ha una sua convenienza. Corriamo dunque attraverso tutto il parco, fino a raggiungere l’oramai nota “zona dei ricchi”, dalla quale possiamo assistere in tranquillità all’ultima parte del set dei Flaming Lips, al quale avevamo creduto di dover rinunciare pur di vedere Marina. Il palco dei Flaming Lips è incorniciato da un’ enorme impalcatura arancione e ricoperto da gente festante. Il bello è che arriviamo giusto in tempo per l’esplosione di coriandoli ed amplificatori di “Do You Realize??”. Persino i giornalisti più composti si alzano dai loro divanetti e cantano il ritornello insieme a Wayne Coyne e al resto del pubblico. È uno di quei momenti catartici di cui i fan dei Flaming Lips parlano con le lacrime agli occhi dopo anni. Ciononostante Coyne giudica il pubblico un po’ statico e cerca di alfabetizzare la gente delle terze file mostrando vari modi per ‘fare casino’. Poi il concerto finisce e noi siamo dispiaciuti per aver perso tutta la prima parte della scaletta. Ci diciamo che li vedremo di nuovo da qualche altra parte. Siamo seduti sulla collinetta che dà una buona visuale sul palco e la zona dove la gente piena di birra va a pisciare. Immaginerete il nostro stupore nel notare che Coyne ha deciso di estrarre il suo noto pallone gonfiabile mentre il palco dei Flaming Lips sta venendo smantellato. Lo vediamo attraversare una folla di fan divertiti che lo fotografano con il cellulare. Il suo intento diventa chiaro solo un paio di minuti dopo, quando raggiunge la lingua d’acqua che separa la zona per i comuni mortali (=quelli che hanno il pass normale) dalla zona dei nobili (=quelli che hanno il pass stampa, il pass artisti, il pass “music business”). Chi l’avrebbe mai detto?, pensiamo. Wayne Coyne sta tentando di guadare uno specchio d’acqua con il suo pallone gonfiabile. E sta venendo verso di noi. Ovviamente la gente va in visibilio, specialmente quando il brizzolato di Oklahoma City si schianta in acqua in modo imbarazzante. L’impressione è che sia la persona più egocentrica del pianeta, ma gli vogliamo bene comunque.

A questo punto ci ritiriamo sotto una delle tende riservate alla gente che detiene un pass nobile e ascoltiamo da lontano qualche frammento del concerto di John Olav Nilsen & Gjengen, una band norvegese che non ci dice granché, forse a causa dell’incomprensibilità dei testi delle canzoni. Ci perdiamo così anche La Roux, che comunque non ci ha mai esaltati, e sfogliamo riviste musicali in norvegese fingendo di capirci qualcosa. Verso le nove e mezza torniamo sulla collinetta e troviamo posto per assistere alla performance della svedese Robyn, che qui pare avere molto seguito, a giudicare dalle folle che si radunano nei pressi del palco e sul ponte pedonale della statale che costeggia il Middelalderparken. Noi di Robyn conosciamo solo una frazione infinitesimale della discografia, vale a dire i singoli dell’ultimo album, che poi sono quelli che l’hanno resa nota a livello internazionale, nonostante la sua carriera sia cominciata ben prima. Oltre a “Body Talk pt. 1”, Robyn ha difatti già pubblicato altri quattro dischi. A giudicare dal concerto cui abbiamo assistito, la trentenne svedese merita ogni grammo del successo che sta avendo in questo periodo. Il suo synth pop venato di r&b, pur non essendo esattamente una componente dei nostri ascolti, ci colpisce per la sua immediatezza.

Ma è soprattutto il modo in Robyn tiene il palco, ballando instancancabilmente per circa un’ora e mezza, che ci fa apprezzare lo spettacolo. Su uno dei nostri taccuini troneggia tutt’ora uno dei migliori complimenti che si possano fare ad un’ artista come lei: Farebbe ballare anche un cadavere. Non mancano poi i pezzi pop che ti si incollano in testa come ventose, la cui bellezza sta forse nell’amarezza che li pervade, quasi ci trovassimo di fronte ad un rovesciamento dello stereotipo del pezzo pop di successo; vacuo, stupido, insignificante. Basti pensare a “Dancing On My Own”, il cui testo è innegabilmente tristissimo, al punto da ricordare “How Soon is Now? “ degli Smiths, per lo meno nei riferimenti alla solitudine dell’ avventore di club dal cuore infranto, da una parte in ragione dell’assenza di persone disposte ad amarlo, dall’altra a causa della visione dell’oggetto del desiderio avvinghiato ad una sgallettata qualsiasi.

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