ØYA ‘10 – DAY FIVE @ OSLO (NORVEGIA, 14/08/2010)

 
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LINE UP – 14/08/2010:
ENGA: LILLEBJØRN NILSEN, DISKJOKKE & SAMBASUNDA PRES. SAGARA, OST & KJEX, PAUL WELLER, KARPE DIEM, MOTORPSYCHO PERF. TIMOTHY’S MONSTER,
GSF SKATEPARK: BLACK RHINO, HONNINGBARNA, DEATH BY UNGA BUNGA
VIKA: CCTV, CYMBALS EAT GUITARS, MHOO, DJERV, CONVERGE, LUCY SWANN
SJØSIDEN: POW POW, INGEBORG SELNES, TONY ALLEN, LOCAL NATIVES, BIG BOI, THE XX
CAMP INDIE: PHILCO FICTION, INIØYA – DJ OLLE & ELIAS ABSTRACT + SOULSTARS, CAMP SOUNDS, MARY ME YOUNG, THE CAPTAIN & ME
KLUBBEN: ALTAAR, INVASION, KING MIDAS SOUND, BLOOD COMMAND
JOHN DEE: SHADOWLOVE
BLÅ: G-HA & OLANSKII
GUL: DJ GAUTE, RONNY RABALDER, NICO COLTSFOOT,
PARKTEATRET: GET DANCY! + ESKIMO
SUKKERBITEN: PATSKI LOVE & CHRIS STALLION, ROSKA
DATTERA TIL HAGEN: MURIAZZ & GAUTE, FOUR TET, JAMIE XX
THE VILLA: MUNGOLIAN JET SET, ROOM 101 / DJS SUBWAY, SHAVING RONALDS CAR & FLUROTATOR, DJ TODD TERJE
LIVING ROOM: THE OFFICIAL BIG BOI AFTERPARTY
GAMLA: LUDELLA BLACK & THE MASONICS, HIGH TENSION GIRLS
GARAGE: THE BLOW
REVOLVER: THE SONNETS
STRATOS: HEADMAN

All’interno delle guide dell’Øya c’è un disegno di un certo Sindre W. Goksøyr. L’opera in questione sembra uno di quei giochini della Settimana Enigmistica, ma molto più divertente. Nel disegno c’è una città sovrastata da decine di personaggi più o meno criptici. C’è Iggy Pop, ad esempio. E Big Boi. Passiamo l’intera settimana cercando di decifrarne il contenuto, di individuare il maggior numero possibile di nomi di band che sono in cartellone al festival. Panda Bear, The Flaming Lips, Sleepy Sun, Girls, The Black Angels sono solo alcuni dei più evidenti. Poi ci sono tratti infinitesimali che riconosciamo solo alla fine del festival, come due cavalli disegnati sulle lenti degli occhiali da sole di Big Boi (che stanno ad indicare I See Horses).

Tra tutte queste ingegnose rappresentazioni, la più divertente è forse quella dei Cymbals Eat Guitars. L’effetto comico deriva dalla traduzione letterale del nome della band newyorkese: dei cembali che mangiano una chitarra. E i Cymbals sono la band che apre la nostra ultima giornata all’Øya. Li raggiungiamo sotto il palco del Vika mentre il concerto sta iniziando. Siamo in prima fila, mentre il pubblico si fa sempre più folto mano a mano che passano i minuti. Joseph D’Agostino è palesemente sconvolto ed emozionato dai sorrisi amorevoli dei norvegesi che stanno ad ascoltarlo. Ma la domanda che rimbalza nelle nostre teste è: Come non amarlo? Forse sarà un pensiero un po’ scemo, ma quando la tua terra di provenienza non produce una band esaltante più o meno da venticinque anni e a dominare la scena ‘alternativa’ è ancora il verbo metallaro, ci si ritrova a provare stupore di fronte a persone come Joseph. In che senso? Nel senso che la convivenza forzata con il nulla eterno rende i tuoi coetanei talentuosi incredibilmente affascinanti e avvicinabili al contempo. Joseph D’Agostino è coetaneo di chi scrive; questo ce l’ha stampato in faccia fin dal momento in cui compare sul palco. Nel sopraccitato stupore, nelle linee del viso. Forse non sarà poi così rilevante per il lettore che è capitato qui cercando un sintetico ma informativo report dell’Øya, ma a noi pare importante documentare ogni singola cazzata che ha scosso la nostra anima. E a colpirci è soprattutto il modo in cui Joseph suda; sembra sia stato preso a secchiate d’acqua in faccia. Ci ha colpito l’energia che mette in ogni singolo accordo, quasi si trattasse di una questione di vita o di morte. Ma di una morte divertente, in ogni caso. Ci ha colpito la resa dal vivo di “Why The Mountains”, il disco d’esordio dei Cymbals Eat Guitars, nel quale troviamo l’influenza di Built to Spill, Pavement, Modest Mouse e molti altri. Il modo in cui esso si ridesta assumendo le forme di uno show magnetico. Senza dubbio uno dei migliori di tutto il festival.

Ci spostiamo poi saltellando verso la zona dei ricchi, dove Paul Weller ha cominciato a suonare. Il pubblico è composto quasi esclusivamente da persone stempiate, il che non è bello. Con tutto l’affetto del mondo per il vecchio Paul, trascorriamo la mezz’ora successiva giocando a carte ed ignorando i lamenti del suddetto. Torniamo poi sui nostri passi e ci fermiamo al Sjøsiden, dove centinaia di adolescenti semiubriache (forse quelle del concerto degli Yeasayer) stanno segnalando ai Local Natives che li amano molto. Gli affascinanti californiani rispondono intavolando una breve discussione, dalla quale emerge la loro sensazione di essere capitati nella terra più cool del pianeta, dove tutti sono splendidi e indossano occhiali da sole all’ultima moda. Il che non è poco, detto da gente di Los Angeles. Ad ogni modo, anche i Local Natives si fanno apprezzare non poco. Il loro pop intarsiato di elementi tribali, che ha qualche elemento in comune con “All Hour Cymbals” dei sopraccitati Yeasayer, conquista l’intero pubblico, che è scosso da una continua danza. Sono soprattutto i pezzi più movimentati, come “Camera Talk” e il singolo “World News” a ricevere l’accoglienza più calorosa. Li approviamo ad occhi chiusi.

Al termine del concerto la folla si divide. Da un lato i vecchi sentimentali, dall’altro gli avventori giunti ad ammirare la sensation del momento, o di due momenti fa. Lasciamo che siano quest’ultimi ad apprezzare gli amati The XX e ci spostiamo, a malincuore, all’Enga, dove i Motorpsycho stanno per suonare per intero il loro album più celebre, “Timothy’s Monster”. Il pubblico, che con ogni probabilità è composto da persone che hanno già visto la band norvegese svariate decine di volte, si rivela più carico del previsto. Si alza un boato quando l’ex membro Håkon “Geb” Gebhardt esce per accordare uno strumento. La sua presenza dipende dal fatto che il concerto è stato costruito come un grande evento, con tanto di mini-reunion dei componenti che registrarono il disco 16 anni fa (fra gli altri, il costante collaboratore Deathprod). Ci sono addirittura magliette a tiratura limitata per l’occasione, su cui troneggia la scritta “I Was There”.
Alle nove in punto esce sul palco una signora ignota che sembra consegnare un premio. Non capiamo nulla di ciò che dice. Poi, da un angolo nascosto del palco, compaiono due capelloni vestiti in jeans e maglietta. Pensiamo: Ah, stanno premiando un gruppo di metallari locale, dev’esserci stato un concorso. A conferma della nostra teoria i due ringraziano rapidamente ed escono di scena. Due minuti dopo realizziamo l’infondatezza del nostro pensiero: i due capelloni erano Bent Sæther e Snah Ryan, che ora si ergono al centro del palco con due chitarre acustiche in mano. Lo spettacolo può avere inizio: in un’apparizione visivamente straordinaria uno stormo di uccelli in formazione passa sopra le nostre teste; per il gruppo di Trondheim la strada è senza dubbio in discesa, il pubblico è incantato.

Bent accenna l’inizio di “Waiting For The One”, dando vita ad una gag con le prime file sul Feil album, dopodiché inizia davvero. Realizziamo che qui i Motorpsycho sono percepiti come vere e proprie leggende viventi. E come tali si comportano, spiazzandoci quando lasciano il microfono al pubblico già alla prima canzone, “Feel”. L’ordine dei pezzi suonati non rispetta quello dell’album: i Motorpsycho non amano le retrospettive di questo genere, inoltre hanno pianificato tutto per realizzare un crescendo dalle canzoni più folk e lo-fi verso le cavalcate psichedeliche e heavy, il tutto accompagnato dall’uso collaudato delle luci.
La gente si commuove gradualmente, colta da sussulti di emozione all’inizio di ogni pezzo. Bent fa il burlone e tutti lo amano. Fino ai tre quarti d’ora l’atmosfera rimane leggera, rilassata, adorante. Poi, con la definitiva discesa della sera, il clima si intride di misticismo e maestosità.” Trapdoor” e “Kill Some Day” preparano il lungo finale di gravità psichedelica, il cui culmine viene raggiunto dai suoni liquidi di “The Wheel”: nei suoi 22 minuti ci perdiamo, fluttuiamo insieme ai diecimila spettatori all’interno del parco e agli esterni che assistono da una posizione privilegiata, su una strada che passa pochi metri oltre il canale. Mentre le chitarre si fanno sempre più pesanti, il ritmo incessante sembra rallentare la percezione del tempo; alla chiusura del pezzo Bent al basso e Snah alla chitarra conteranno una corda in meno ciascuno.

A pochi minuti dal termine, un evento inatteso: per 5 minuti decine di fuochi d’artificio esplodono nel cielo terso sopra il mare. E’ un caso, proveniendo gli stessi dal teatro dell’Opera, ma diventa parte integrante della cerimonia e contribuisce a farci tornare verso casa pienamente appagati.

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