EDWOOD
Godspeed

 
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22 Ottobre 2010
 

Il nuovo album degli Edwood da Brescia, e sottolineo Brescia, è di una delicatezza commovente.
Il cantato in inglese non toglie nulla ai brividi sulla pelle e alla raffinata musicalità, un’onda quieta che ti avvolge come il legno temprato di uno chalet di montagna durante la bufera.

“Godspeed”, terzo intenso e bellissimo lavoro del gruppo, si dipana veloce e strutturato non come il solito disco che si adagia alle pareti senza eco, ma che al contrario ti stuzzica con il suo andamento ondivago, obbligandoti ad un ascolto attento per ognuna delle 10 tracks (più la ghost in coda) di durata media intorno ai 3 minuti e qualcosa e comunque mai fuori dai margini.
Cosa che non infastidisce assolutamente e che riconferma, ascolto dopo ascolto, una compattezza invidiabile tra testi e composizione, tra vocals uggiosi e risultato d’insieme.

La costruzione delle atmosfere rimane la cifra più autentica degli Edwood: quella malinconia ben orchestrata che non cade mai nella banalità del parossismo o nell’autoreferenzialità trendista, mantenendosi invece fugace pennellata di grigio all’anima, una sorta di lente un pò appannata attraverso cui filtrare quotidianità e sogni, disillusioni e magie.
I rimandi musicali che si percepiscono, via via che le note sedimentano, restano quelli di sempre: dalla New Wave al Dream Pop, dal Post Rock all’Indie Folk intimista, privi qua di una qualsiasi ostentazione autoritaria.
Dunque nessuna sgomitata o sorpassi a destra, ma un mélange in equilibrio perfetto, come in quei quadretti a pastello che si vedono nelle belle case che vorresti abitare.
No, gli Edwood non hanno sganciato nulla per tutte queste belle parole.

Si sono solo rimboccati le maniche guardandosi allo specchio, partorendo piccole gemme che mi auguro li proiettino seduta stante al di là di ogni italica miseria.
E non fate il solito gioco al massacro, come chiedermi i pezzi favoriti di questo “Godspeed”, quelli migliori di altri, perché qua non me la sento proprio di esprimere preferenze.
Indice di difficoltà?
Fattore di paraculismo?
Semplicemente, per una volta, fila via tutto liscio senza intralci.

Ma se dovessi consolarmi dopo una giornata pesante in cui ogni cosa volge al suo peggio, ecco, sceglierei proprio “Milions” come colonna sonora: perché mi fa sferragliare l’anima, perché il duetto tra Michele Campetti e Sara Mazo (sì sì proprio lei, l’ex Scisma da ‘chapeau’) è la coperta di Linus ripiegata troppo frettolosamente nell’armadio, perché una lacrima di distensione navigando tutti sulla stessa barca può disegnare la catarsi perfetta.
Ora, però, corri in terrazza e butta il naso all’insù!
La pioggia sottile nasconde raggi di mille colori se sai aspettare paziente.

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Godspeed
[ A Cup In The Garden – 2010 ]
Similar Artist: Lali Puna, Broken Social Scene, Notwist

Rating:

1. Meet Someone Else
2. Caravan #1
3. Happy Together
4. Millions
5. Loveless
6. Galaxies
7. The Pianist
8. Crocodiles
9. Miss Sunshine
10. Godspeed

Tracklist
 

1 Comment

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prendono il nome da un film e un regista che adoro.
il problema è sempre la voce:
un italiano che canta in inglese, 95 per cento delle band “alternative”, ha questo impianto. Why?

 

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