IndieForBunnies Presents: THE 50 BEST ALBUMS OF 2010 [Part. 2, #25 ---> #1]
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La seconda parte della classifica:

Più che la conferma “Lisbon” rappresenta la consacrazione per una formazione che dimostra finalmente di essere molto di più di una semplice one-hit(“The Rat”)-band, un’irresistibile dichiarazione di intenti per gli amanti del guitar-rock dalle traiettorie musicali oblique. I Walkmen sono tornati per deliziarci nuovamente. Lunga vita ai Walkmen! (Alessandro “AleBon” Bonetti)
Ascolta Blue As Your Blood

Ci voleva Mike Patton per dare una giusta gratificazione a livello internazionale anche a livello critico della tradizione musicale italiana più classica, quella che accontenta e piace a tutti, dalla famosa massaia di Voghera in giù. E con Asso Stefana alla chitarra ed altri ospiti d’eccezione è uscito fuori un lavoro davvero convincente. (Emanuele “kingatnight” Chiti)
Ascolta 20 km Al Giorno

Miglior debutto dell’anno, almeno in ambito psych-rock. Idoli in patria (Australia) dove sono arrivati in quarta posizione nelle classifiche di vendita. Autori di un rock dreamy, tra i primi Flaming Lips, gli Spacemen 3 più circolari e gli Yes, assolutamente da seguire in futuro e magari gustare dal vivo. (Emanuele “kingatnight” Chiti)
Ascolta Alter Ego

Qui la cosa è facile: anni sessanta, un sacco di riverbero, tanto fumo (sotto cui si nasconde anche un pezzo, neanche troppo grande, d’arrosto) e psichedelia stratificata. Un ritmo lento e i fan dei Brian Jonestown Massacre o dei Black Rebel Motorcycle Club che si rilassano credendo che questo sia il gruppo perfetto con cui dondolare la testa. (Giovanni “giov” Venditti)
Ascolta Sunday Afternoon

”The Fool” è crudele nei vertici (“Set Your Arms Down”, “Shadows”) e dignitoso nelle sfere inferiori (“Majesty”), ma è sempre attraversato da una richiesta di attenzione e di urgenza. E’ un disco di una bellezza comprensibile ed è contemporaneamente la storia delle nostre contrazioni oscure.
La condizione propria di certe canzoni è l’autismo. Niente di questo può farci sentire meglio. In definitiva, l’esordio dell’anno. (Claudia Durastanti)
Ascolta Majesty

La regina canta, Madlib produce: non c’è altro da dire. Anzi si: l’etichetta è la Motown…Roba raffinatissima, calda, ballate. soul, funk, jazz, songwriting. Album perfetto, forse irripetibile. Anche per la regina. (Davide “Helmut” Campione)

La streghetta americana sta diventando sempre più popolare, mentre rimane immutato il suo talento artistico. “Stridulum” e la sua versione espansa sono gemme di accecante oscurità per gente nerovestita e non… (Luca “Dustman” Morello)
Ascolta Night

Le possibilità che il nuovo, attesissimo lavoro del musicista di Detroit fosse un salto nel vuoto erano parecchie. Al contrario, nonostante le evidenti evoluzioni stilistiche, “The Age Of Adz” prosegue il percorso di Stevens basato su un unico fondamento: la qualità. Passando dal suo consolidato folk alternativo a questo riuscitissimo miscuglio di alt rock, elettronica e [inserire generi musicali random], si continua a respirare lo spirito che pervadeva le sue precedenti pubblicazioni. I 25 minuti di “Impossible Soul”, godibili dal primo all’ultimo, sono semplicemente epici.. (Marco D’Alessandro)
Ascolta Too Much

Gli Ok Go sono il fiore all’occhiello di una scena mainstream che miete molte vittime, spingendo alla commercializzazione molte band che cedono così a meccanismi che le portano tendenzialmente alla rovina. Un disco così ben fatto, orecchiabile ma composto e arrangiato benissimo, prodotto perfettamente e costituito da tracce che sono splendidi gioielli da apprezzare sia considerandole singolarmente che nell’ottica di un’opera d’arte ‘unificata’, senza perdere la componente radiofonica (che poi è il motivo per cui suonano così “a passo coi tempi” senza seguire nessuna moda). ( Emanuele “Brizz” Brizzante )

Paul Weller è come il vino D.O.C.: più invecchia, più diventa buono. Questa nuova, meravigliosa uscita lo conferma a chiare lettere. E’ assolutamente terapeutico lasciarsi cullare in questo mare di Glockenspiel, fiati celestiali, wah-wah, chitarre sature, organi caldi e la voce suadente del Modfather. Che Dio ce lo conservi. (Paolo “Barocciga” Nuzzi)
Ascolta Fast Car / Slow Traffic

E ti ritrovi a sudare, come se fosse l’America degli anni ’50, come se fosse l’Apollo nel mezzo dei ’60, come se fossi un americano di colore mentre la tua anima si incendia sotto il vento caldo di una voce prepotente, grossa come una tramonto arancione che cola sull’orizzonte. Questo ragazzo strapperebbe un sorriso a Sam Cooke e a mezza Motown mentre s’inerpica sul pianoforte cercando la via. Qui dentro c’è la storia del soul e del rythm’n’blues, del bel tempo che è andato, quello che è stato e quello che sarà. Aloe, i bless you in the name of Soul. (Giuseppe “Joses” Ferraro)
Ascolta I Need Dollar

Parlo di pop perché è di pop che si tratta. Non rielaborato. Senza venature punk.
Qui c’è la comunicatività del concettuale più diretta possibile. Non in funzione del mezzo ma con lavoro sul suono, appunto come i Japandroids. Qui c’è la catena di eventi parola-emozione-esemplificazone-comunicazione che nel pop è mediata da un implasticamento. Nei No Age dall’essenzialità degli strumenti che piange le proprie corde e pelli scoperte, emotive e fragili ma convinte e accattivanti, tipico di chi sa di fare spettacolo. (Roberto Strino)
Ascolta Glitter

Senza altri giri di parole c’è da dire che questo disco è un capolavoro. Perché riesce a staccarsi dal solito arrangiamento rincoglionito rubato agli anni ’60, perché parla col linguaggio diluito e diafano del post-rock, riuscendo altresì ad essere decisivo nella descrizione delle cose, perché la voce di Raina commuove ed avvolge sicura come una nebbia improvvisa, quasi quanto l’eleganza della chitarra di Giuliano Dottori, capace di stordirti pennellando acquarelli. Questo disco è un capolavoro perché scuote le anime pur non cadendo nell’ infantile gioco della militanza, racconta storie, è vecchio nel passo, ma futuristico nella capacità di calibrare il suono su corde contemporanee. (Giuseppe “Joses” Ferraro)
Ascolta Le Promesse

“The Treshingfloor” è un disco sospeso, pastorale e magnetico, che disvela tutta la sua sconcertante bellezza in punta di piedi, tra corde acustiche, violoncelli, Oud greci, saz turchi e flauti ungheresi, riconducendo tutto ai primordi, ad un’idea ancestrale di purezza, di poesia, di innocenza, che il genere umano sembra aver totalmente dimenticato. La migliore opera musicale a nome Wovenhand, senza ombra di dubbio, di una magniloquenza sconcertante, da restarne scossi ed attoniti a lungo, almeno sino al prossimo ritorno del vecchio menestrello Edwards. (Paolo “Barocciga” Nuzzi)
Ascolta Truth

Questo è un album pazzesco. Mischia David Bowie, i Midlake, Elton John, T. Rex, rock, pop, malinconia, anni ’70, praterie, cieli brumosi, le ballate dei tuoi gruppi preferiti, country, ribellione, melodie irresistibili. L’ex leader dei Czars tira fuori dal cilindro un disco stratosferico, morbido, sfaccettato, di quelli che crescono dentro per una vita intera per sbocciare improvvisi e colorati. Miracolosamente in equilibrio per 50 minuti e rotti, John Grant commuove e inchioda l’ascoltatore all’estasi della scoperta. Scacco matto. (Giuseppe “Joses” Ferraro)
Ascolta I Wanna Go To Marz

Gil Scott-Heron è tornato, risorgendo dalle sue ceneri come un’araba fenice, con i solchi nell’anima e il fuoco nel cuore. Il poeta ha conosciuto l’inferno, ma poi è tornato per raccontarcelo. Dub poetry affilata come una lama, jive fantascientifici e magma ribollente di elettronica il substrato, testi che sono il resoconto di una seduta psicanalitica, l’umbratile corollario. Infine la sua voce: roca, martoriata, ma così incredibilmente viva. Non si tratta di un semplice disco, ma di un’esperienza o meglio di una somma di esperienze. E’ il suono dell’anima che si stacca dal corpo e si libra in alto a contemplare le miserie dell’uomo e del suo operato, con un filo di speranza in un mondo migliore riposto tra i suoi anfratti. Un capolavoro assoluto senza se e senza ma.(Paolo “Barocciga” Nuzzi)
Ascolta Me And The Devil

E’ un tristissimo Dovunque in cui i cittadini si ritrovano continuamente licenziati dai loro posti come commessi di 7-Eleven vs Non riesco neanche a ricordarmi quante persone mi hanno detto di aver avuto la crisi di mezz’età durante la gioventù
(Andy – “Generazione X”)
(Claudia Durastanti)
Ascolta Heaven’s On Fire

I Vampire Weekend sono tornati un po’ meno cazzoni di prima, sono tornati dimostrando ancora di saper gestire e amalgamare saggiamente elementi musicali provenienti da diversi generi, sono tornati per rendere più gioiosa, colorata e solare l’atmosfera in un mondo coperto per gran parte da pioggia e neve. E come si fa a non volergli bene? (Cristina Bernasconi)
Ascolta Holiday

“Halcyon Digest” sono i Deerhunter fuori dal grigiore dei toni cupi, in un caleidoscopio di emozioni. …un disco perfettamente compiuto perché ci ricorda, senza bisogno di critica musicale, sofisticazioni e censure che il potere della musica è tutto in questi brevi istanti di irrefrenabile, magnifica, semplice euforia. Ci ricorda, senza giri di parole, perché continuiamo ad ascoltare musica. E questo detto da qualcuno che non è fan incallito dei Deerhunter. Almeno non lo era. Esiste motivo più valido per apprezzare un disco? (Laura Lavorato)
Ascolta Helicopter

Tornano finalmente i Massimo Volume con un album che continua il discorso cominciato con “Stanze”, il loro esordio discografico. Fortemente intimo, “Cattive Abitudini” conquista non solo per i testi di Clementi, come sempre laceranti, dolci e violenti ma anche per le chitarre dirompenti, sferzanti, gestite da Sommacal e Pilia. Il ritmo è sempre teso e sospeso, non c’è spazio per la luce e l’album tocca vertici di bellezza inaudita. (Francesco “Lazzaroblu” Bove)
Ascolta Litio

Pensavo di conoscerlo bene Micah. Invece mi ha fregato inaspettatamente. “And The Pioneeer Saboteurs” è un disco in cui gioca a nascondino, dove le sfuriate della voce spariscono e lui appare più sommesso rispetto ad arrangiamenti eleganti ed inclini ad una sofisticata sovrabbondanza quasi orchestrale. Un album diverso e coerente col percorso artistico del Nostro, capace di ammaliare con le atmosfere e di guidare attraverso una struttura vocale più pacata e rassicurante. Il disco di una rinnovata maturità per un artista nato classico e già ‘grande’. (Enrico “Sachiel” Amendola)
Ascolta Watchers, Tell Us Of The Night

La chiave di lettura dell’album è la più semplice possibile: l’ascolto. Lo si assimila lasciandolo scorrere, lo si apprezza nel suo fluire e solo ed esclusivamente se ci si pone con la mente pronta al varco per una dimensione di confusione democratica in cui non esiste un solo stile che possa dirsi più presente di un altro.
Four Tet continua il suo viaggio tenendo per mano il testimone che, da Orbital ad Aphex Twin, il tempo gli ha consegnato. Kieran Hebden non ha inventato la musica e il suo unico merito è quello di lasciarla libera di essere se stessa. Un difetto per i puristi, un dono per tutti gli altri. (Alex Franquelli)
Ascolta Angel Echoes
3. ARCADE FIRE
The Suburbs [Merge]

Great Expectations. Grandi aspettative per il gruppo canadese e conseguentemente una folla di delusi. Che li si voglia detronizzati o meno, come negare a “The Suburbs” il potente lirismo dai toni epici che caratterizza ancora una volta la band? Come negare anche a questo disco l’indiscussa capacità di regalarci musica ‘corale’, che sa trascinare nell’esaltazione grazie ad un semplice ritornello? Temo non si possa farlo, a prescindere dalle aspettative. Gli Arcade Fire semplicemente continuano a scrivere e suonare buona musica. Sicuramente musica che vale la pena ascoltare.
(Laura Lavorato)
“The Suburbs” ha un concept ben preciso: descrivere in musica le atmosfere dei sobborghi delle grandi città. Obiettivo centrato in pieno dalla band di Butler e soci. Meno orchestrazioni e una maggiore concretezza pop, un suono altrettanto stratificato, forse meno fantasioso, ma più diretto. Non so se hanno scritto più di mente o più di cuore, poco importa.
(Enrico “Sachiel” Amendola)
Se sei fortunato, a un certo punto arriva qualcuno o qualcosa a farti alzare la testa e guardare un po’ più in là. A dirti senza troppi giri di parole che è ora di saltare fuori dal tuo mondo sempre più piccolo e impegnarti, se vuoi riuscire a combinare qualcosa. Non è facile, ci vogliono pazienza e attenzione, ma alla fine non ci saranno rimpianti. “The Suburbs” è quel qualcuno o qualcosa.
(Matteo “matteb83″ Benni)
Ascolta The Suburbs
2. BEACH HOUSE
Teen Dreams [Sub Pop]

Tra la solfa di lavori sospesi tra l’etereo ed il revival (How To Dress Well, “Helicon Digest”, ecc.), questo lavoro è il più equilibrato, sobrio ed efficace di quest’anno. I Beach House sanno cogliere lo spirito dei loro pezzi e utilizzarli spogliandoli da tutti i fronzoli che comporterebbe un’errata concezione di se stessi.
(Roberto Strino)
Sognante languore, timida carne, curiosa immaginazione, stupore giovanile…è una giovinezza ideale eppure realissima, è trascendenza e incanto onirico ma anche gioco quotidiano…è uno sguardo vero, radioso, ancora un po’ umido prima di divenire raggiante. “Teen Dream”, ovvero la potenza della dolcezza.
(Luca “Dustman” Morello)
Nico s’impossessa della Legrand, e le detta le sue memorie adolescenziali a base d’organo. Le punte dream-pop “Walk In The Park” e “Zebra” senza dubbio tra i migliori brani dell’anno.
(Marco D’Alessandro)
Dieci pezzi di straordinario oppio dream pop. Disco dell’anno, senza nessun dubbio.
(Davide “Helmut” Campione)
Equilibri onirici e guizzi di puro genio. Frutto evocativo di un immaginario musicale pluriforme cristallizzato in melodie che sembrano essere fatte dello stesso materiale dei sogni. Malinconia leggiadra ed entusiasmo estatico. “Teen Dream” è la catarsi musicale dell’anno.
(Laura Lavorato)
Ascolta Zebra
1. THE NATIONAL
High Violet [4AD]

- RECENSIONE
- BUY HERE
Matt Berninger sa scrivere gran belle canzoni. Quelle di “High Violet” magari meno d’impatto rispetto a quelle di “Boxer” ma abbinate alle chitarre sporche, i controtempi continui della batteria, le tastiere, le orchestrazioni varie danno una resa notevole. La migliore band pop rock dai tempi dei primi Interpol?
(Emanuele “kingatnight” Chiti)
Sontuoso, più stratificato rispetto ai suoi predecessori e apparentemente dimesso, High Violet è l’ennesima grande prova in studio di Berninger & soci. Per dirla à la Antony Fantano di Needledrop.com: National…”High Violet”…FOREVER!.
Un disco che lascia senza parole, senza fiato, con le lacrime agli occhi, che colpisce dritto al cuore, lo spacca in più pezzi e poi li rimette insieme, l’abbraccio che aspettavi, le parole giuste. Le Canzoni con la c maiuscola, quelle che senti tue, quelle che emozionano davvero.
(Cristina Bernasconi)
Lui le aveva svelato il suo modo di parlare, ciò in cui credeva e le sue abitudini, i nomi di sua padre e sua madre. Avendo fatto ciò, non c’era più alcun bisogno di metterle le mani addosso. Ora erano parte l’uno dell’altra. (Lyle e Pammy – “Giocatori”)
(Claudia Durastanti)
“High Violet” è la sensazione umbratile più profonda del 2010, che piega il rock al volere della malinconia ed al richiamo delle tonalità grigie. E’ l’autunno perenne che gira intorno alle malinconie quotidiane che affannano i nostri giorni.
(Enrico “Sachiel” Amendola)
Ascolta Conversation 16
La seconda parte della classifica:
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13 commenti »
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23 dicembre 2010 @ 11:07
Vi ringrazio per non aver incluso Kanye West nella top 50. Almeno voi non siete vittime di Pitchfork come molte webzine hanno dimostrato di essere quest’anno.
Senza voler fare polemiche, non capisco come non sia stato incluso “Total Life Forever” dei Foals, a mio parere disco dell’anno 2010.
Se vi interessa queste sono un altro po’ di classifiche che abbiamo raccolto in questi giorni. Potete aggiungere la vostra. Ciao!
http://www.facebook.com/event.php?eid=144342382281575&ref=ts
23 dicembre 2010 @ 15:13
bah, invece secondo me Kayne è una discreta mancanza, come Ikonika o i Mounti Kimbie: delle due promesse dubstep almeno una sarebbe dovuta entrare in classifica.
23 dicembre 2010 @ 17:19
ma Owen Pallett? Flying Lotus? e soprattutto, insisto: la Newsom al 47esimo posto?!
23 dicembre 2010 @ 18:37
Premetto: la classifica é abbastanza decente ma:
intanto kanye nonostante sia un rottinculo ci stava lo stesso tra i primi 50…poi..DOVE CAZZO SONO GLI LCD SOUNDYSTEM??? cioé dico x me quelli sono merce almeno da top ten..non capisco…
E poi nonostante non siano indie nel genere e nell’aspetto ascoltatevi un po gli OFF! e scriveteci una recensione se vi viene in mente perché quelli sono veramente dinamite
24 dicembre 2010 @ 01:09
I Mount Kimbie cazzo, i Mount Kimbie.
24 dicembre 2010 @ 10:12
Cazzo,sembra la mia classifica!
24 dicembre 2010 @ 10:55
Secondo me i National al primo posto vanno molto bene. Beach house al secondo pure. Anche contra ha il suo posto giusto. forse kanye è arrivato solo un pò troppo tardi, per questo è fuori, no?
24 dicembre 2010 @ 12:17
Mi rendo conto delle difficoltà che può incontrare chi redige una classifica di questo genere ; è un po’ come essere commissari tecnici, impossibile mettere d’accordo tutti ! Perciò direi che nella sua impostazione generale la classifica mi trova d’accordo; personalmente alzo timidamente la mano per dire che avrei trovato un posto ai Baustelle e che il disco dei National, pur ottimo, non merita a mio parere un primo posto che invece avrei assegnato agli Arcade Fire…ma sono quisquilie. Buon Natale a tutti !
24 dicembre 2010 @ 13:48
anch’io avrei dato un posto ai baustelle,in una classifica dove ci sono i tre allegri ragazzi morti,che nonostante il cambio di rotta,non hanno fatto un album superiore a i mistici dell’occidente.Che mi ha sempre deluso.Gli a toys orchestra?Dimenticanza o scelta voluta?…
ma questi son gusti personali…
24 dicembre 2010 @ 18:57
buon Natale a tutti…
(minchioni!)
24 dicembre 2010 @ 19:05
no, vabbè.
lo dico da amante dei Baustelle: Primitivi Del Futuro è molto meglio dei Mistici.
buon Natale ragazzi!!!
25 dicembre 2010 @ 22:10
Non riesco a farmi conquistare dalla musica dei National e i Beach House non mi dicono niente.
A parte questo, buona classifica!
Auguri
27 dicembre 2010 @ 21:30
Ho provato ad ascoltare i Beach House e non mi capacito di come possa piacere un album cosi’ piatto e senza spunti interessanti. Per il resto…conosco solo Four Tet (discone) e poco altro, quindi non esprimo giudizi.
Bel lavoro !