|
Siamo giunti, così, anche alla fine del 2010, anche se quello musicale non è ancora del tutto finito. Il pensiero va subito a ciò che ci siamo lasciati indietro; a quei dischi che per mancanza di tempo, voglia, ispirazione o denaro ( rivolto a chi ancora acquista dischi!) non siamo riusciti ad ascoltare, assimilare, giudicare. E, infatti, spesso e volentieri la vera classifica dei dischi dell’anno la si fa nei primi mesi dell’anno successivo. Ma lasciamo da parte questo tipo di nerdismi e dedichiamoci ad altre analisi …
Per stilare la mia classifica dei dischi dell’anno, partirei, per comodità da quelli usciti in casa nostra. Ossia, comincerei col prendere in considerazione le uscite italiane, che sono solite dividere critica e pubblico tra pareri alle volte fin troppo entusiasti ed altri eccessivamente lapidari. Diciamo che piazzarsi nel mezzo è, in certi casi, un’ottima soluzione, perché non è poca, anche in quest’annata, la musica italiana degna di nota, e il ritorno dei Massimo Volume sta lì a rappresentare quanto appena scritto. Nonché anche il mio disco dell’anno.
“Cattive Abitudini”, il ritorno di Mimì e soci è qualcosa che solo una band gigantesca può partorire: un lavoro intenso, poetico, con momenti esplosivi intervallati da altri più dilatati; una fucina di emozioni vere che trascendono anche il valore strettamente musicale. Non nego poi che il legame con tale gruppo abbia determinato la sua posizione in testa alla top10.
Entra in classifica anche “Il Primo Lunedì Del Mondo”, disco a firma Virginiana Miller. L’ensemble livornese si conferma come una delle realtà più felici del panorama italiano, con il loro pop raffinato, curatissimo negli arrangiamenti e nella scrittura dei testi.
Un lavoro tanto riuscito tanto da farmi escludere gli ottimi Amor Fou e l’ambizioso “Del Nostro Tempo Rubato” ad opera dei Perturbazione, su cui c’è, quantomeno per chi scrive, ancora molto da scavare. Riescono solo a metà nell’impresa i Baustelle, con un buon album, ma non da classifica. Sorprende la prova solista di Alessandro Fiori, che dà un’ottima prova di cantautorato con “Attento A Me Stesso”.

E l’estero? Terre straniere che si riducono, per tale lista, al solo mondo anglosassone e anglofono. È proprio dall’Inghilterra che voglio partire, con la seconda posizione: “Wake Up The Nation”, sorprendente disco siglato dall’ultracinquantenne Paul Weller, mette a segno una serie di tiratissimi pezzi dal sapori funky, rock, soul; roba assai sanguigna, segnata da potenti trame sonore e dalla grande voce del Nostro.
Non ce n’è per nessuno quando spunta il nome di David Eugene Edwards: esce, sempre a nome Woven Hand, il polveroso e primordiale “The Threshingfloor”, in cui l’ex – 16 Horsepower non smentisce la sua fama di meraviglioso autore e cantore, con il suo personale rock intriso di tradizione e di oscurità.
Direttamente dal Canada, il quarto dei Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Records”, caratterizzato da una positiva frammentarietà: i brani sono infatti tutti molto differenti tra loro, tutti ottimamente riusciti. Viene confermato e messo in luce il talento di una delle migliori band del decennio, una capacità di scrittura eccezionale capace di cristallizzare in sé stessa i generi più disparati. Non si può affermare la medesima cosa parlando dei loro conterranei Arcade Fire, che con “The Suburbs” scrivono la loro produzione più british ma anche quella meno riuscita: un disco con troppa carne al fuoco che si perde in davvero troppe lungaggini. Peccato.

Ma parliamo ora di Gonjasufi, artista assai eclettico che ha quasi del geniale. In bilico tra un Tom Waits contaminato e un Captain Beefheart ancor più allucinato, il californiano esordisce con un agglomerato di brani e frammenti in cui il blues viene alternato o unito all’hip – hop o all’elettronica, in cui il Waits più sperimentale duetta col matto Beefheart dei primi lavori.
Quando entra in gioco John Grant, invece, entra in gioco anche il pop d’altri tempi. In un recente passato leader dei non troppo noti Czars, il songwriter di Denver torna qualche decennio addietro e in “Queen Of Denmark”, per mezzo della sua intensa e profonda vocalità e di un ottimo gusto melodico, mette in fila una serie di brani dal sapore anni Settanta. In breve: l’Elton John migliore che incontra sonorità progressive e suggestioni a tratti pinkfloydiane.
Ottavo posto in classifica per “Halcyon Digest”, ultima registrazione in studio dei Deerhunter che di nuovo colpiscono per la loro freschezza ed abilità compositiva, per la loro sapienza nel costruire architetture sonore che mai risultano banali e che al contempo lasciano spazio ad un piglio pure orecchiabile. Non ai livelli del suo predecessore “Microcastle”, ma di altissima levatura.
Torna tra noi anche l’amico Micah P. Hinson che, come di consueto, intitola il disco col nome della band che lo accompagna. A questo giro si tratta di una serie di episodi non del tutto accessibili ai primi ascolti, poiché intrisi di arrangiamenti molto elaborati, caratterizzati dalla presenza di fiati e archi (presenti, infatti, anche degli strumentali). Vi sono anche momenti più scarni, che se la giocano bene insieme alle composizioni un po’ più complesse. Ne fuoriesce enorme maturità artistica e un disco che col tempo si rivela in tutta la sua bellezza.

Siamo dunque arrivati alla fine dell’elenco dei fantastici dieci, dove troviamo “Lights From Paradise” dei Quest For Fire, che alla loro seconda uscita mettono in mostra una grande capacità dei loro mezzi, soprattutto nell’impiego di scenari musicali lisergici, puramente psichedelici. In pratica, un Barrett che per incanto mangia stoner a colazione e si nutre di allucinazioni sonore più rumorose.
Che dire… neanche quest’anno è stato semplice stilare questa classifica di album. Alla faccia di chi dice che la buona musica non è più tra noi. Dispiace molto per i dischi e gli artisti non menzionati: mi vengono in mente, così al primo colpo, i Black Angels o i bellissimi ritorni dei Vaselines e dei Superchunk. O dell’ultimo Deftones! Per non parlare di Erykah Badu o di Aloe Blacc, a portare alto il già onorevole nome della musica Black.
Insomma: moltissimo ci sarebbe da aggiungere e approfondire, e tanto ancora da ascoltare e riascoltare. Tant’è che, come già detto nelle prime righe, la vera classifica la si deciderà tra qualche mese. O, ancor meglio, tra qualche anno.
TOP TEN 2010 by Marco Renzi:
#1) Massimo Volume – Cattive Abitudini
#2) Paul Weller – Wake up the Nation
#3) Woven Hand – The Threshingfloor
#4) Virginiana Miller – Il primo lunedì del mondo
#5) Broken Social Scene – Forgiveness Rock Records
#6) Goniasufi – A Sufi and a Killer
#7) John Grant – Queen of Denmark
#8) Deerhunter – Halcyon Digest
#9) Micah P. Hinson – And The Pionneer Saboteurs
#10) Quest For Fire – Lights From Paradise
|
11 gennaio 2011 @ 10:54
Bravo, Barvo, Bravo!
John Grant e BSS non fanno proprio per me. Curiosità per i Quest for Fire (mamma mia quante cose da recuperare).
Bella per te, Marchì!
11 gennaio 2011 @ 17:30
Bella classifica e bel riassuntone. Se mi permetti aggiungo che sono stato testimone oculare (e …uditivo) nel momento in cui la potenza espressiva dei BSS deflagrava nel tuo cervello otto mesi or sono durante il concerto di Barcellona.
11 gennaio 2011 @ 19:35
Grazie ragazzi!
Luca…e pensare che prima di quel concerto mi piacevano con molte riserve. Poi, riascoltando bene i dischi, l’ultimo compreso, è scattato l’amore.