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TOP 10 ALBUM 2010 di Andrea Marchetti

3 febbraio 2011

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EPs

#10) First Aid Kit – Ghost Town
#9) Jimmy Edgar – Hot, Raw, Sex
#8) Young Henry – U_N
#7) Autolux – The Bouncing Wall / Census
#6) Meishi Smile – Synthetic Girl
#5) Four Tet – Sing
#4) David Lynch – Good Day Today / I Know
#3) Massive Attack – Atlas Air
#2) Oneohtrix Point Never – Antony | Fennesz – Returnal
#1) oOoOO – No Summr4U

Indie Top Ten, decima posizione

#10) Darkstar

North [Hyperdub]

Nell’album dubstep più atteso dell’anno non si trova quasi alcuna traccia di dubstep. Un dettaglio così ha spiazzato l’intero folto di fan, hypster e curiosi che lo attendeva. Ma fin da subito le dieci bellissime tracce hanno messo d’accordo praticamente tutti, forti di un spleen sonoro irresistibile, acquistato anche grazie alla sofferta voce di James Buttery. La vellutata introduzione di “In the Wings”, il lento, bellissimo crescendo di “Two Chords”, e l’emozionato finale di “When It’s Gone”, fanno di questo disco, per chi scrive, il miglior esordio dell’anno.

Indie Top Ten, nona posizione
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#9) Recoil

Selected [Mute]

Praticamente ignorato da buona parte della critica nazionale e mondiale, il best of dell’ex Depeche Mode, Alan Wilder, non è semplicemente una raccolta del miglior materiale di più di vent’anni di carriera solista, ma anche l’occasione di dare allo stesso una nuova vita.
Ci riferiamo soprattutto al terzo disco di questo imponente box, portato per la prima volta sui palchi di mezzo mondo, e affidato al compare Paul Kendall, che ha scelto, ricostruito, e mixato 15 brani, in un imperdibile flusso sonoro tra seducente techno ed ipnotica ambient music.

Indie Top Ten, ottava posizione
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#8) Oneohtrix Point Never

Returnal [Editions Mego]

L’hypnagogic-pop è stato il trend di maggior richiamo di quest’annata, e se per caso eravate impegnati a fare altro, questo non è solo un buon riassunto o un ottimo punto di partenza, ma anche uno degli album che sopravviverà quando l’hype volgerà altrove il suo sguardo volubile.
Malinconia, ipnotismo analogico, anacronia sonora: se pure uno stregato Antony Hegarty ha coverizzato la title track, un motivo ci sarà.

Indie Top Ten, settima posizione

#7) Hurts

Happiness [RCA]

Li hanno definiti glamour, patinati, addirittura un prodotto di marketing costruito a tavolino. Ma il successo che hanno riscontrato lo devono soprattutto ad un altro “particolare”: le canzoni.
Gli Hurts hanno canzoni in grado di colpire al cuore, e grazie a importanti nomi hanno dato loro la produzione necessaria a creare uno dei casi discografici del 2010. Passeranno neanche cinque anni che saranno probabilmente scomparsi dalla circolazione, meteore dimenticate per la next big thing di turno; ma basta la musica e il testo di un brano da brividi come “Illuminated” per far in modo che noi sì, noi ci ricorderemo di loro.

Indie Top Ten, decima posizione

#6) Blonde Redhead

Penny Sparkle [4AD]

Il regalo più elegante che abbiamo potuto fare alle nostre orecchie durante l’autunno appena trascorso, a maggior ragione se i nostri gusti sono affetti da metereopatismo.
Brani come “My Plants Are Dead”, “Black Guitar” e “Spain” sono sufficienti per cogliere tutta la classe di un disco che fa della totale assenza di voglia di stupire ad ogni costo il proprio dogma, preferendo affidarsi invece ad un malinconico tepore, e conquistando così, ascolto dopo ascolto, cuore e mente dei suoi fruitori. Pura magia.

Indie Top Ten, quinta posizione

#5) Matthew Herbert

One [Accidental]

Un disco senza tempo. E’ la prima cosa che si arriva a pensare durante l’ascolto di una qualsiasi delle dieci tracce di questo “One One”. Non so quanti altri album si possano fregiare quest’anno di tale minuziosa ricerca sonora e raffinatezza vocale (non a caso parliamo dell’autore del manifesto PCCOM) ma sarebbe un vero peccato se, come scrive nella sua recensione il nostro Federico “Accento Svedese”, tale gioiello andasse perduto. Stavolta è un ordine: ascoltatelo!

Indie Top Ten, quarta posizione

#4) Bachi Da Pietra

Quarzo [Wallace]

Italia. Anno 2010. Blues. Coordinate come queste si leggono davvero di rado, per non parlare dei contenuti cui si riferiscono. Parole rabbiosamente sussurrate e sputate all’interno di ritmiche granitiche e graffianti, in grado di spaziare dal blues disilluso di “Dragamine”, a quello morboso di “Niente Come la Pelle”, fino ad arrivare all’ipnotico bellissimo jazz di “Orologeria”.
Un album che richiede forse un unico ascolto per entrare sottopelle e farsi amare, ma che ne pretende molti, molti di più per poter far assaporare a pieno l’intensa e ruvida poetica dei testi di Giovanni Succi, paroliere dotato di una classe e di un carisma quasi unici nel nostro panorama.

Indie Top Ten, ottava posizione

#3) Uochi Toki

Cuore, Amore, Errore, Disintegrazione [La Tempesta]

Quello che abbiamo detto sui Bachi da Pietra vale forse a maggior ragione per i Uochi Toki. Impiegheremo infatti mesi e mesi ad ascoltare veramente questo album, ad assaporare e comprendere a pieno le cervellotiche scorribande di parole che il geniale Napo affida ad ogni solco/bit di un disco enorme, denso come non mai di tutti gli aneddoti, i ricordi, i sogni e i folli pensieri cui la testa di un singolo uomo può dare vita. Se la musica italiana ha band da farsi invidiare all’estero, i Uochi Toki sono una di queste.

Indie Top Ten, seconda posizione

#2) Four Tet

There Is Love In You [Domino]

Kieran Hebden mette i puntini sulle i, e ci regala finalmente il suo disco più compiuto, maturo e personale. Nove tracce in cui la gioia per la musica e per la vita si fondono in un’intima dichiarazione di felicità a stento trattenuta dall’esplodere, in un disco dove niente appare fuori posto, tutto suona come dovrebbe suonare, e all’ascoltatore non rimane altro che lasciarsi andare a voci evanescenti, beat vellutati e onirici riverberi digitali.
L’elettronica più calda e umana possibile di un mondo che purtroppo non esiste davvero.

Indie Top Ten, prima posizione

#1) Vex’d

Cloud Seed [Planet Mu]

Il 2010 è stato senza alcun dubbio l’anno dell’hypnagogic-pop, della witch house e, di nuovo, del dubstep. Ma anche l’anno in cui quest’ultimo è morto e subito rinato sotto mille vesti, nuove mescolanze e mutazioni di ogni tipo.
I Vex’d non sono stati certo a guardare, e hanno sfigurato il suddetto genere fino a renderlo irriconoscibile, affogandolo in un solido magma di detriti e desolazione che già è possibile assaporare da una copertina epica; la più allarmistica, ansiogena ed apocalittica che ci sia recentemente capitato di vedere: anch’essa, a mio parere, la migliore di questo anno inquieto.

ASCOLTA ALCUNE TRACCE ESTRATTE DALLA NOSTRA CLASSIFICA:

Darkstar – “North”

Blonde Redhead – “Here Sometimes”

Uochi Toki – “Permettendomi Artifici Spontanei”

Four Tet – “Angel Echoes”

Vex’d – “Heart Space” [Clip]

 

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