LOW
C’Mon
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Ho ascoltato per la prima volta i Low in un incandescente pomeriggio di luglio, era il 2003 a Ferrara e il trio del Minnesota, che aveva pubblicato da qualche mese “Trust”, era stato chiamato ad aprire (con lungimiranza che capii solo dopo) il concerto dei Radiohead. Nella splendida cornice di Piazza Castello fui stravolto da quello stile, dal suono marziale e lentissimo di Alan Sparhawk e soci; ascoltai un concerto meraviglioso e terribile che straziò il mio cuore post-adolescenziale ben prima che i cinque di Oxford mi dessero il colpo di grazia chiudendo la loro performance con “Street Spirit”.
Otto anni dopo, mentre “The King of Limbs” staziona nel cestino del desktop, “C’mon” non smette di risuonare nelle cuffie e lo farà per parecchio tempo ancora, ben oltre il dovere di recensore. Con il nono album i Low sono tornati al passato, a quel sound che li aveva fatti conoscere ed apprezzare tra la fine dei Novanta e l’inizio del nuovo millennio, facendo guadagnare loro un posto nella storia della musica americana. Abbandonati gli slanci indie-rock di “Great Destroyer” e quelli vagamente elettronici e antimilitaristi di “Drums And Guns”, Alan Sparhawk, Mimi Parker e Steve Garrigton hanno varcato di nuovo la soglia del “Sacred Heart Studio” nella loro Duluth (chiesa sconsacrata dove fu registrato “Trust”) e hanno rispolverato la vecchia ispirazione fatta di incroci di voci, ripetizioni, silenzi saturi e distorsioni improvvise che si adagiano su ritmi rallentati.
Sul piano strumentale il solito nucleo fatto di chitarra – basso – batteria si fa accompagnare da banjo, archi e tastiere a donare all’insieme un gusto folk laddove prima era metallo. In questo “Witches” è molto chiara e non pare un azzardo accostarla allo stile del mostro sacro Neil Young. Se l’iniziale “Try To Sleep” sembra fornire la cifra di una band maggiormente ‘pacificata’ grazie al canto di Alan che si fa aperto e al suono di uno xilofono quasi primaverile, non mancano passaggi di maggior impatto emotivo come la corale “Done” e “$20” dal sapore gospel, che pare emanazione della meravigliosa “A Lamb” che fu.
Non manca la voce di Mimi che ci regala almeno un paio di perle molto diverse tra loro ma comunque ispiratissime: l’incalzante e solare “You See Everyting” e la ballata scarnificata “Especially Me” da collocare in un qualche luogo tra Thom Yorke e Micah P. Hinson (ma questa è pura farneticazione). C’è spazio anche per richiami jazz e swing in “Nightingale” dove le voci dei nostri due eroi si rincorrono e si abbracciano regalando attimi di grande dolcezza che vengono dati alle fiamme nella seguente, fragorosa e mozzafiato “Nothing But Heart”, la quale riesce a stupire proponendo lo stesso genere che ha fatto dei Low una band fondamentale.
Insomma nulla di nuovo sotto i cieli del Minnesota ma il ritorno a casa di un gruppo di maestri dotati ancora, dopo vent’anni, di ispirazione superiore e che propongono un disco intenso e godibile e dalla copertina molto bella, che non guasta.
2. You See Everything
3. Witches
4. Done
5. Especially Me
6. $20
7. MajestyMagic
8. Nightingale
9. Nothing But Heart
10. Something’s Turning Over
Ascolta “Especially Me”
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11 aprile 2011 @ 11:36
Ho deciso che lo ascolterò direttamente dal disco. Tutti ne parlano molto bene. Ho l’acquolina
11 aprile 2011 @ 15:08
molto bello. con impasti vocali abbastanza flower. che ti cullano.
il loro disco più positivo e ottimista, ma pregno della consueta profondità.
già un classico della loro discografia. lo si ama sempre più ascolto dopo ascolto.
uno dei migliori ascoltati quest’anno, assieme a Benvegnù, Callahan e Acid House Kings.
17 aprile 2011 @ 14:45
Ascoltarlo tutto di fila è un’impresa non da poco però…
17 aprile 2011 @ 15:29
è un disco dei Low d’altro canto. ci vuole predisposizione
17 aprile 2011 @ 17:55
Molto bello si; l’ho ascoltato tutto di fila abbastanza tranquillamente tra l’altro.
25 maggio 2011 @ 12:20
bello bello bello