CASS MCCOMBS
Wit’s End

 
Tags:
 
di Gianluca Ciucci
30 maggio 2011
 

Saranno almeno trenta volte che mi siedo per scrivere questa recensione e poi mi rialzo non trovando le parole esatte per comunicare cosa ho trovato nel quinto album di Cass McCombs, ex nomade dell’indie americana oramai di stanza a San Francisco.

Avrò ascoltato per lo meno venti volte “Wit’s End” e solo ora, mentre la data di uscita si allontana inesorabilmente vanificando lo sforzo di scrivere di un’opera che rischia di perdersi nel marasma delle uscite discografiche pre-estive, trovo il coraggio delle mie idee. Questo disco non mi piace, non mi piace perché è lento, con pezzi troppo lunghi, levigati fino all’esasperazione, inutile ma non abbastanza da potersi dire naif. Eppure ne ho letto un gran bene su Pitchfork, la bibbia praticamente, come mi permetto di scrivere o anche solo di pensare queste cose? Ma questa è l’unica via per portare a casa la recensione che ho voluto fare.

Le canzoni di Cass McCombs denunciano una palese mancanza di immediatezza, di necessità di comunicazione; certo son ben suonate, riccamente arrangiate, dal sapore notturno e ammiccante, perfette, perfettamente perfette. Noiose. Nelle vene di queste otto tracce non scorre il sangue nero della sofferenza, ma neppure quello rosso della vita vissuta e non bastano certo titoli come “Buried Alive”, “Hermit’s Cave” o “The Lonely Doll” per far cambiare il mio giudizio. “Wit’s End” è il correlativo oggettivo di un mojito sui Navigli, del sugo bolonnaise dei ristoranti “italiani” all’estero o del ketchup nel kebab: una colpevole finzione.

Ecco perché ne ho letto un gran bene su “Pitchfork”, perché su quelle pagine si privilegia la novità, spesso fine a sé stessa oppure il lavoro di facciata. Ma se il gioco può reggere quando parliamo dei “nuovi generi” (che poi nuovi non lo sono mai), qua non ce la fa perché i grandi autori del folk lo sono anche grazie alla capacità di “sporcarsi” con la vita, di sgualcirsi la camicia che Cass indossa perfettamente stirata.

Wit’s End
[ Domino – 2011 ]
Similar Artist: Bill Callahan e le sue incarnazioni, Jason Molina altrettanto, Bonnie “Prince” Billy.
Rating:
1. County Line
2. The Lonely Doll
3. Buried Alive
4. Saturday Song
5. Memory’s Stain
6. Hermit’s Cave
7. Pleasant Shadow Song
8. Knock Upon the Door

Ascolta “County Line”

Tracklist
 
 

Andy Stott – Faith In ...

In che direzione si muove Andy Stott? Dopo “Luxury Problems” era inutile cercare di…

Melvins – Hold It In

I Melvins sono il passato, il presente ed il futuro della musica. (Kurt Cobain).…

Dracula Lewis – Technical XTC

Anche se si è ormai perso quel gusto iniziale per il mistero e l’ambiguità…

Lamb – Backspace Unwind

Mi trovo un poco in soggezione a parlare degli inglesi Lamb: il duo mancuniano…

Omosumo – Surfin’ Gaza

È un disco ambizioso questo esordio dei siciliani Omosumo (Angelo Sicurella, Roberto Cammarata e…