INTERVISTA CON SERGIO GILLES LACAVALLA

 
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16 Giugno 2011
 

E’ un Pirate Love alla Johnny Thunders. Un uomo tra il sole e l’acciaio . Lungo la strada di Mishima. Corre come il Jean Paul Belmondo trafitto dai proiettili della polizia dentro un film di Jean-Luc Godard. Sergio Gilles Lacavalla: giornalista, scrittore, drammaturgo e videoartista. Critico di musica rock, danza, cinema, teatro e letteratura. Cintura nera e istruttore di kickboxing e muay thai. E’ ora nelle librerie con Rockriminal. Murder Ballads. Storie di Rock Balordo E Maledetto.

Rockriminal è una camera da presa puntata sull’atrocità del rock. Cos’è il rock per Sergio Gilles Lacavalla?
Il rock è un’attitudine fisica e mentale, un modo di vedere e di essere. E’ sempre e comunque ribellione al luogo comune, a comportamenti preordinati. E’ voglia di guardare alle cose e al mondo con occhi propri e liberi. Ed è musica in senso vario. In “Rockriminal” si passa dal jazz al country. Nel titolo uso la parola rock per identificare il paesaggio dove si muovono le storie degli uomini e delle donne che racconto. Persone macchiate da crimini legali ed esistenziali, perché il rock è legato alla cronaca nera e alla distruzione di sé e di chi è vicino. Quasi sempre c’è una maledizione su chi cerca di essere come vuole. La maledizione consiste nella perdita del controllo: deriva dell’esistenza.

Come nasce e si sviluppa Rockriminal?
Mi sono sempre interessato di crimine e di male per i giornali, e un editore mi ha proposto di fare un libro partendo da quegli articoli. Un lavoro durato cinque anni attraverso indagini in archivi, studi, incontri con alcuni dei protagonisti. Molta scrittura e riscrittura per cercare di rendere ogni racconto un romanzo condensato, in senso ballardiano. Novelle anche molto vicine al blues, ogni storia ha un suono dolente perché Rockriminal è la tragedia greca del rock. Si parla di rapporti contro se stessi e gli altri, come nella vicenda che vede protagonisti Sid e Nancy dove la cronaca nera si mescola all’autodistruzione attraverso un linguaggio punk.

Sid Vicious, Kurt Cobain: il valore iconologico della figura del martire supera la musica?
Il valore iconologico in quasi tutti i casi supera la musica, ma nei casi più veri l’espressione artistica e l’espressione dell’individuo coincidono. Perché il martire diventa testimone, martire vuol dire proprio questo: testimone. Basta pensare alla musica e alla vita di Nick Cave.

Ch’io abbia da raffigurare un forzato – o un criminale, – sempre lo coprirò di tanti e tanti fiori ch’esso, scomparendovi sotto, ne diventerà un altro gigantesco, nuovo . Mi sembra di essere in questa frase di Jean Genet leggendoti.
Il fiore prende le sembianze dall’orrore attorno, ma ciò che sboccia è pur sempre un fiore. Io non ho una posizione morale in “Rockriminal”. Celebro fiori malati molto simili agli ergastolani di Genet. La sua estetica del male mi ha molto influenzato in questa balorda santificazione. Molta ispirazione è venuta anche da Dostoevskij, dai film di Fassbinder e Zulawski.

Al contrario di quanto hai scritto nella prefazione trovo questa balorda santificazione molto romantica.
Dichiarandomi privo di romanticismo punto l’accento su questo aspetto. Raccontando alcuni personaggi racconto me stesso. Parlando di se stessi non si può non essere Romantici. Mi sento molto vicino alle vite di Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Ian Curtis, Willy DeVille, Rozz Williams, Lou Reed, Johnny Thunders, David Bowie, Trent Reznor, Johnny Cash. Nei momenti più scapestrati anche alla vita di Iggy Pop. E sono anche molto legato all’ironia di Johnny Lydon Rotten. Il Romanticismo, quello vero, è una riflessione sul male.

Hai una fascinazione -da Miracolo Della Rosa- per l’assassinio esistenziale e carnale?
Sono molto attratto dal male. Tutti siamo votati al male perché viviamo nel male. C’ è un impulso e trasporto a guardare il male. Il fine ultimo della vita è la morte. Siamo tutti vittime di un omicidio. Io scrivendo voglio cercare di dare un senso a questo non senso. Voglio cercare di capire l’inferno della vita, come Mishima rifletteva sulla violenza. Ma se ne sei consapevole, o no , le cose non cambiano. E’ sempre guerra. Conflitto continuo. L’inferno è l’altro scriveva Sartre.

Rimaniamo lungo le tracce lasciate da Gean Jenet. E percorse pure da Ballard. Quale gioco si instaura tra crudeltà e istinto sessuale?
L’atto sessuale è violazione dell’altro. Il sesso è la messa in scena del rapporto d’amore che è solamente crudeltà. Abbiamo provato a rendere accettabile l’amore, sia come sentimento che come atto carnale, ma è un rapporto sadomasochistico.

In uno scritto che accompagna i lavori della fotografa Sara Meliti scrivi: La vita è legame. Legati al nostro respiro, viviamo soffocando in ogni legame. Qualcuno li chiama rapporti. Il rapporto di Sergio Gilles Lacavalla con la scrittura?
La scrittura svela, ed è quindi violenza. La scrittura vera fa male, scava dove c’è inquietudine. Io vorrei, con le mie parole, far abbandonare uno stato di quiete. Sconvolgere.

In questo momento, insieme alla danzatrice Mia Molinari, sei anche in teatro con uno spettacolo di apocalyptic murder dance: De Par Le Roi Du Ciel (che diventerà pure un reading concert con Elisabetta Fadini). Ancora crudeltà e istinto sessuale. Santità e violenza. Mi parli del tuo personale percorso coreografico: dal corpo alla parola. O dalla parola al corpo. Fino alla regia.
Ho iniziato con le discipline da combattimento, quindi con l’azione che è anche al centro della drammaturgia, e di tutta la scrittura. La parola è corpo, movimento e musica. La scena, la danza, la recitazione danno vita a tutto questo.

”Rockriminal”. “De Par Le Roi Du Ciel”. “Under The Sky” ( Sergio Gilles Lacavalla è lo sceneggiatore di questo film insieme al regista Michele Salimbeni. Ora i due hanno righe per nuovi progetti). Drammaturgia teatrale e cinematografica. Giornalismo. Poesia. La scrittura, come la sessualità, è una questione di situazione ?
Se sei un bravo scrittore, come Camus , Hemingway o Pasolini, puoi fare tutto. E la cronaca si può incontrare con il romanzo. Basta solo qualche trucco per adeguare le parole alla situazione. Tutta la scrittura è una messa in scena.

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