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LES EUROCKEENNES – @ Belfort (Francia, 01-02-03/07/2011)

24 luglio 2011

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Crisi dei festival musicali in Italia? Parafrasando il Rag. Ugo Fantozzi, Ufficio Sinistri, numero di matricola 7829/bis: come? Chi ha parlato? Io all’Eurockéennes questa crisi proprio non l’ho vista, anche perché il festival si teneva a Belfort in Francia: 95.000 presenti nelle tre giornate del festival, quattro palchi, strutture adeguate alla portata degli eventi in cartello, bella gente, cornice fatta di un paesaggio che ti sembrava di essere dentro ad un puzzle da diecimila pezzi (uno di quelli con mucche, lago, altipiani e tanto verde, uno di quelli che non riesci mai a completare perché manca sempre un pezzo). I tre giorni son volati e noi siamo ancora qui a parlarne, pensando a cosa resta delle ore felici appena trascorse, contando di tornarci l’anno prossimo, garantendo a noi stessi che ci torneremo sicuro.

E cosa resta di un festival del genere? I Beady Eye capitanati da un sempre più tronfio Liam Gallagher, che in tutto e per tutto simile ad una statua di cera di Madame Tussauds si presenta sul palco vestito con lo stesso giaccone militare che indossava mio zio quando andava a fare le notturne di pesca ed inscena la parodia degli Oasis dei bei tempi che furono (parecchio divertente direi, visto che intorno a me tutti ridevano di lui e lo sfottevano senza pietà) con molta meno ispirazione e voglia di farcela. Che la prossima volta Liam Gallagher porti con sé esche e trekking light e vada sul lago a pescare, la sua dignità ne guadagnerebbe di certo. I , che sono roba già sentitissima ma che se solo si fossero esibiti venti minuti in meno avrebbero dato vita ad un concerto quasi memorabile – ed invece avevano troppo tempo a disposizione ed hanno finito per annoiare perché la loro è appunto roba già sentitissima. Gli Hit By Moscow, che sono roba sentitissima pure loro eppure si son rivelati una bella sorpresa, cover di “I Kissed a Girl” di Katy Perry in chiave Modest Mouse compresa.

I Motörhead e la loro musica sempre uguale a sé stessa ma sempre efficace, con un Lemmy che a sessantasei anni riesce ad essere ancora una autentica rockstar (quel pallone gonfiato di Vasco “rockstar in pensione” Rossi prenda appunti oppure canti “Non son degno di te”, magari attaccandosi alla tazza del cesso così come suggeriva senza mezzi termini il punching-ball degli autoscontri che ero solito frequentare da pischello). I Ting Tings, che non capisco perché i francesi impazziscano così tanto per loro da farli suonare sul palco principale di un festival. Katherine, peccato non sapere il francese perché era divertente e tutti cantavano a squarciagola le canzoni di questo autentico scherzo della natura. Gli House Of Pain che con chitarra, basso, batteria e diciotto anni in più finiscono per sembrare i Dog Eat Dog, e con tutto il rispetto parlando non è una bella fine per loro. I Kyuss riuniti senza Josh Homme, che cercano disperatamente di riportare le lancette del tempo a vent’anni fa ed in alcuni momenti ce la fanno pure. I Queens Of The Stone Age, che alcuni vorrebbero già catalogare alla voce “vecchie glorie” ma che gira e rigira dal vivo la zampata vincente riescono sempre a piazzarla. I Battles, che han suonato su una spiaggia in riva al lago e ad un certo punto la loro musica ti ha talmente rapito che ti sembrava di veder scendere i mattoncini del Tetris® dall’alto dei cieli.

Gli Arctic Monkeys, che non ti par vero che così giovani siano già al quarto album ma soprattutto che suonino così compatti, marziali, senza nulla fuori posto, senza una benché minima sbavatura o imprecisione. Attualmente il meglio sono loro, almeno in un certo ambito. Gli Arcade Fire, che ancora sto qui a chiedermi perché non abbiano fatto il botto a livello mainstream ma in fondo chi se ne importa – quando un gruppo suona così potente e riesce ad emozionarti così tanto quando lo senti dal vivo non vuoi chiedere altro dalla vita. La Burn Day, una sorta di versione alla aromatizzata carota dell’energy drink Burn che purtroppo non viene venduta in Italia – o forse è meglio così, perché altrimenti a furia di berne lattina su lattina ad un certo inizierei a fluttuare nell’aria come il Rag. Ugo Fantozzi dopo quattro casse di gasatissima acqua Bertier bevute al casinò mentre fungeva da talismano per le puntate alla roulette del Megadirettore. E si torna sempre lì, al Rag. Ugo Fantozzi e al suo essere una riuscitissima metafora dell’Italiano Medio. Se potessimo teletrasportarlo ai giorni nostri uno del genere se ne sbatterebbe altamente dei festival musicali in Italia o al limite criticherebbe in maniera sterile attaccandosi alla totale assenza di gruppi conosciuti da tutti, all’assenza di gruppi del livello dei grandi del rock, al Blasco che è l’unico che riempie gli stadi e allora chiamino lui e non altri, al costo eccessivo del biglietto, alla fatica di stare in piedi sotto al sole per giorni, al fatto che è meglio stare vicino al mixer invece di stare in mezzo al pogo, agli spazi inadeguati, alle istituzioni che potrebbero spendere meglio i soldi invece di finanziare festival per giovani drogati e ad altre cose varie ed eventuali ma sempre sterili, e forse suo malgrado ci illuminerebbe parecchio sul perché della crisi dei festival musicali in Italia. Peccato non avere a disposizione il teletrasporto, a questo punto ci tocca di aspettare un anno intero per poter tornare alla prossima edizione di Eurokéennes.

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