LONDON LOVES #7
Genere: drone, indie rock, shoegaze
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Che notte buia che c’è… povero me, povero me…
che acqua gelida qua, nessuno più mi salverà…
son caduto dalla nave son caduto mentre a bordo c’era il ballo…
Mi siedo e penso. Guardo la strada e la immagino disseminata di penombre, di vuoti di luce che ne riflettono altre, d’insegne al neon che schiudono brevi spazi di chiarore nel mezzo del formicolare di persone senza volto. Mentre sono seduto ho la sensazione di scivolare indietro e di fermarmi solo una volta raggiunto un apparente oblio. Interessante o no, non importa. Londra brucia: da vittima e da carnefice. Brucia tra le vie di Brixton e Tottenham e brucia le sue case e una manciata di vite a Ealing come a Finsbury Park.
È stato tutto splendidamente veloce: le vetrine rotte, le urla, le mani piene e poi ancora le strade vuote. Poi di nuovo: vetrine rotte, le urla, le mani piene e le strade che si svuotano.
Le colonne di fumo dal deposito della Sony a Enfield si stagliano gloriose nel cielo ma non c’è niente di memorabile; la realtà è grottesca, idiota, quasi risibile.
L’hanno capito persino gli Scumbag Philosopher (ex-Fuck Dress) da Norwich che, con un video dal sapore vagamente demenziale, sentenziano che dio è morto. Il problema non sarebbe di per sé importante, se non fosse che al suo posto ripongono la loro fede nei Radiohead. Il singolo “God Is Dead So I Listen To Radiohead” sta lì a dimostrare che il post-punk, quando usato per fini vagamente idioti, è sempre il benvenuto.
D’idiota hanno invece ben poco gli Ex-Easter Island Head, in quanto picchiare dolcemente su delle chitarre elettriche con dei martelletti battenti presuppone un pomeriggio piovoso, la noia, una chitarra che nessuno sa suonare, due bacchette buttate sul tavolo e un risultato che può cambiare un destino. Visti di recente di supporto a Rhys Chatham, i nostri si dilettano a giocare con i drone, ad aggiungere e togliere melodia, a sfidare Steve Reich sul suo stesso terreno mentre fluidi armonici pervadono composizioni che fanno di ripetizioni, accordi sospesi e feeling il loro punto di forza. Non serve un genio per definirli geniali.
Rumer, per carita. Rumer. La smettesse di creare disordini con quella voce. La finisse di sciogliere Bacharach in soluzioni vocali che molti, incluso il sottoscritto, accostano ad una Karen Carpenter più introspettiva e naturale di quella nota un pò a tutti. Rumer è a suo agio su un vinile e se aggiungesse un poco d’inventiva a un ottimo lavoro come “Season of my Soul”, sarebbe uno degli migliori export londinesi.
Chi conosce Daniel O’Sullivan e l’ha apprezzato negli anni per i suoi innumerevoli progetti musicali (ne cito qualcuno a memoria: Guapo, Sunn O))), Miasma and the Carousel of Headless Horses, Æthenor, Mohlite e ora gli Ulver), immagina a cosa può andare incontro col nuovo approdo musicale dello stesso. Invece no. I Miracle (messi su con Steve Moore gia’ negli Earth, Titan, Zombi e Gianni Rossi) fanno del synth-pop di ottima fattura. Recidono il cordone ombelicale che li lega al recente passato e sfoggiano influenze che vanno dai Depeche Mode a David Sylvian per un album, “Fluid Windows” di spessore e qualità. La stessa che ci aspetteremmo dal pop cerebrale e magnetico che il mainstream sembra aver momentaneamente dimenticato. E allora i sensi affondano in piccole gemme underground come “The Visitor” o “Wild Nights” perché, alla fine, si tratta di pop. Ma di quello di cui ci si può fidare.
Qualche mese fa sono stato invitato a una festa organizzata dalla Mute Records e più che Moby o i Nitzer Ebb trovai interessanti gli S.C.U.M.
Non perché mi facessero impazzire e neanche a causa di una malcelata somiglianza coi Killers che vidi, bimbetto, aprire il concerto di una band locale in un piccolo locale di Camden. No, nulla di tutto questo. Gli S.C.U.M. dovevano essere ascoltati perché a fare rumore era innanzitutto la loro presenza grigia e silenziosa. Vintage nei modi oltre che nelle apparenze, la band di Londra aveva lo sguardo rock ‘n’ roll e io, annoiato dalla musica nelle sale più grandi, rimasi nel piccolo stanzino in cui li avevano stipati coi loro strumenti. Il cantante Thomas Cohen è la nuova fiamma di Peaches Geldof? Forse.
Quel che è certo è che la loro non è musica che lascia indifferenti ma fa battere il tempo col piede con un certo trasporto, verrebbe da dire.
Londra brucia? Sì, dicevamo: le rivolte nascono e muoiono e con loro se ne va la gioventù. Poi ne viene un’altra ma resta per poco. Il tempo di far vedere che è passata di qua.
Onda su onda il mar mi ha portato qui: ritmi, canzoni, donne di sogno, banane, lamponi…
onda su onda, mi sono ambientato ormai…
il naufragio mi ha dato la felicità che tu non mi sai dar…
Io, disilluso, mi alzo e spingo via le immagini di questa strada su cui è tornato il giorno. Non fa ancora freddo ma stringo a me la giacca più per proteggermi dalla luce che altro. Le serrande di un cafe si alzano e m’infilo nel locale. Un caffè americano ma me lo faccia con passione. La cameriera italiana mi guarda, scrolla le spalle, e capisce che sarà l’ennesima, lunga giornata.
THE SHOPPING LIST FROM LONDON LOVES
- Scumbag Philosopher MySpace
- Ex-Easter Island Head Website
- Rumer MySpace
- The Miracle MySpace
- S.C.U.M. MySpace
ASCOLTA ALCUNE TRACCE ESTRATTE DA LONDON LOVES #7:
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Scumbag Philosopher – “God Is Dead So I Listen To Radiohead” Ex-Easter Island Head – “Mallet Guitars One” Rumer - “Some Lovers”
S.C.U.M. – “Singles + Remixes”
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