Fino a qualche giorno fa, non avrei mai pensato di ritrovarmi a scrivere una cosa del genere. Certo, il loro scioglimento era forse nell’aria, c’erano stati dei segnali, come la scelta di non fare il tour dopo l’uscita di “Collapse Into Now”; ma credo che in pochi lo sentissero così vicino.

La sera del ventuno settembre, mi ritrovo a leggere la notizia sul web e penso subito ad uno scherzo. Ma il loro sito parla chiaro: i R.E.M. non esistono più. Gli ultimi dieci anni della mia vita, segnati dalla loro musica, mi passano davanti in un lampo. Dal momento in cui mio padre mi fece ascoltare “Out Of Time” per la prima volta, fino al giorno in cui li ho visti finalmente dal vivo assieme ad altre migliaia di persone. Ho risentito dentro di me la delusione per “Around The Sun”, il primo loro disco che ho vissuto del tutto in diretta, e ho ritrovato la gioia provata per “Accelerate”, che mi fece tornare a dire eccolo qua, il mio gruppo preferito. Mi sono ricomparsi davanti tutti i momenti in cui ho varcato la porta di un negozio alla ricerca di un loro disco, che mai e poi mai mi sarei sognato di farmi copiare”… figuriamoci di scaricare. Ho ritrovato le ore passate ad ascoltarli, a tentare di decifrare i testi di Michael Stipe e a provare con la chitarra i giri di Peter Buck.

Il mio unico rimpianto è quello di non aver avuto diciassette anni nel ’92, per fiondarmi a comprare “Automatic For The People”, disco col quale, da tempo, sono solito concludere l’anno che volge al termine; e con cui inauguro quello appena iniziato. Sì: la sola musica da ascoltare il primo giorno dell’anno, per partire col piede giusto, è quella dei R.E.M.. Quindi, per me, la migliore possibile. Un’usanza stupida, dirà  qualcuno, e forse lo capisco anche. Ma io penso che sia una delle tante dimostrazioni d’amore che si possano dare ad un gruppo che ci ha regalato trentuno anni di immensità , esordendo con grande stile e uscendo di scena con altrettanta magnificenza. E anche quello che state per leggere non è che una dimostrazione d’amore verso la band di Athens, un commento ad orecchie e cuori aperti alla loro discografia, scritto da chi li ha amati e li ama tuttora.

E qui mi sento di concludere, augurando una buona lettura a chi leggerà  e un buon ascolto a chi, per motivi più o meno giustificabili, non avesse mai sentito prima d’ora nulla di tutto “‘sto ben di Dio. Ma vorrei finire definitivamente con un ringraziamento: grazie, R.E.M. .
(Marco Renzi)

R.E.M.: discografia sentimentale atto 1 °: 1984 – 1987

MURMUR

I.R.S. – 1983

Ci saranno altre avventure in futuro, mostri, importanti riflessioni sul morte e decadenza; ma prima di tutto c’è stato “Murmur”: nervosismo, urgenza wave e malinconiche speranze college rock.

Perchè la parabola artistica di una delle più importanti compagini rock statunitensi prende quota quasi trent’anni fa: Inghilterra e USA vivono gli ultimi scoppi del suono post-punk, quatto liceali di Athens creano un primo impasto di quella che negli anni a venire sarà  la principale ricetta indie-rock. Reminiscenze folk dall’America rurale dei sessanta, l’immancabile jingle-jangle della chitarra, i ritmi ossessivi derivati dal punk e un cantato meravigliosamente sovrappensiero sono gli ingredienti di questo debutto.

Mi è sempre piaciuto immaginare “Murmur” come punto di arrivo e insieme lungimirante passo avanti: forse sbaglio, ma continuo a stupirmi della freschezza e della delicata potenza di queste dodici tracce.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

RECKONING

I.R.S. – 1984

“Reckoning” è stato l’ultimo che ho comprato ed ascoltato tra i dischi del periodo I.R.S. . Forse, perchè è quello di cui si parla meno. Ma ha il solo difetto di stare lì in mezzo tra “Murmur” e “Fables”, ossia altri due capolavori; per il resto, se la gioca ad armi pari.

Questo album rappresenta la riconferma di un esordio da brividi, ma soprattutto la profezia di un miracolo che durerà  per un altro quindicennio. Ti arriva alle orecchie un pezzo come “Harborcoat” e ti stende letteralmente; passi per “So Central Rain” e per “Pretty Persuasion” e già  sei invaso dalle lacrime. Arrivi a “(Don’t Go Back To) Rockville” e non puoi fare a meno di cantarla col sorriso sulle labbra. La perfezione: le chitarre di Peter, i cori e le ritmiche di Mike e Bill, la voce e gli incomprensibili versi di Michael. Tutte cose che già  ci mancano troppo.

Per fortuna, ci sono rimasti dischi come questo a ricordarci quanto erano meravigliosi i quattro ragazzi di Athens.
(Marco Renzi)

FABLES OF THE RECONSTRUCTION

I.R.S. – 1985

Un album per certi versi controverso, considerato ai tempi da qualcuno come un mezzo passo falso. La verità  è che il terzo disco della discografia dei R.E.M. è qualcosa a cui pochissime band attuali potrebbero mai aspirare.

Una transizione tra i primi due fulminanti “Murmur” e “Reckonig” e il capolavoro “Lifes Rich Pageant”, ma pur sempre una grandissima raccolta di canzoni che non riscono ad invecchiare nemmeno se riascoltate oggi. Folk.rock un po’ oscuro, meno devoto al pop, con qualche aperturà  più lieve come la conclusiva “Wendell Gee”, tipica ballata strappalacrime col marchio di fabbrica di Michael Stipe e soci. Un disco “minore”, il cui virgolettato è d’obbligo vista la qualità  proposta dalle undici tracce, di una discografia immensa.

Madornale errore di valutazione considerarlo come un mezzo passo falso.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

LIFE RICH PAGEANT

I.R.S. – 1986

Uno dei motivi per cui avrei voluto essere musicalmente autonomo nel 1986 è “Lifes Rich Pageant”, quello che considero il capolavoro dell’epoca IRS dei R.E.M. e che mi sarebbe piaciuto ascolare contestualmente alla pubblicazione.

Poco importa comunque, stiamo parlando di un disco senza tempo, paradossalmente nato nel pieno di un decennio in cui tanta musica era indissolubilmente legata ad un certo tipo di produzione plastificata. Una raccolta di canzoni destinate a durare in eterno, incarnazione perfetta di quel college rock americano nato negli anni ’80 e vissuto splendidamente sino alla soglia del nuovo millennio. E’ la prima prova di maturità  superata a pieni voti dalla band di Athens, dopo la cupezza di “Fables Of Reconstruction”, accennando anche a temi politici che poi saranno il perno del successivo “Document”.

Probabilmente superiore al ben più celebrato “Out Of Time”, una spanna sotto “Automatic For The People”, sicuramente degno di quella riedizione deluxe che ha visto la luce un paio di mesi fa. Un disco che, con tutta probabilità , mi porterò dietro per il resto della mia vita, come un amico fidato.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

DOCUMENT

I.R.S. – 1987

Parlare degli R.E.M. è parlare dell’impatto emotivo delle loro canzoni sulla coscienza politica e sociale collettiva.

Concetto più che mai alieno, oggi, che però ha segnato l’ingenuità  (sacrosanta) dei suoi fan in un preciso periodo storico e che colloca la dipartita nell’eremo, possibile, della consapevolezza. “Document” segnò il passaggio, pure concettuale, dalla new wave degli esordi al rock-arena degli anni 90.

Ed oggi assomiglia ai titoli di testa di un giornale ingiallito che dopo anni ti ricapita tra le mani e dà  quell’impatto emozionale di rivoluzioni mai riuscite. Datato 1987, è l’album dei primi capolavori da classifica: “Welcome to the Occupation”, “It’s the end of the world as we know it”, “The one I love”, ovvero tutto ciò che in un attimo scivola indelebilmente nella storia.
(Angelo Murtas)