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R.E.M.: discografia sentimentale in tre atti. Atto 2°.

4 ottobre 2011
di ifb

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Cover Album

GREEN

Warner – 1988

Stavo ascoltando “Daydream Nation” dei Sonic Youth quando ho letto la mail in cui veniva chiesto a noi ’scrittori’ di IfB di prenderci un album dalla discografia dei R.E.M e di buttare giù quattro righe. Allora mi son detto “vediamo nel 1988 (data di uscita del sopracitato “Daydream Nation”) come se la passavano i nostri amici”.

Così mi son ‘preso’ “Green”, album in uscita proprio quell’anno. “Green” segnava il passaggio dall’indipendente I.R.S al colosso Warner, e per questo risultava essere un album estremamente coraggioso: non è da tutti al primo album con una major affrontare temi quali la ‘politica reganiana’ (“World Leader Pretend”) o ‘guerre chimiche’ (“Orange Crush”). Curiosità: in “Green” faceva il suo debutto il mandolino, che poi avrebbe regalato ai quattro “Losing My Religion”.

Non uno degli album più memorabili dei tre/quattro di Athens, ma sicuramente lo spartiacque della loro carriera.
(Marco “Fratta” Frattaruolo)

Cover Album

OUT OF TIME

Warner – 1991

E’ la prima immagine che ho di Michael Stipe: braccia e gambe in convulsione in una bolla arancione, tra ali mutilate e versioni erotizzate di San Sebastiano. Quel suo modo di ballare in “Losing my Religion” che è, “Losing My Religion”. Singolo che fa da traino all’album e a un’intera carriera, fa del suo meglio per trasformare i Rem in una band da telefilm generazionale (“Shiny Happy People” gli presta il fianco) ma non ci riesce, quantomeno non è perfettamente: è pop da classifica adesso, ma resta pop indecifrabile.

Ancora country, ancora pellegrinaggi a sud: qualche organo, molte armonie vocali, l’autoindulgenza in tono minore (“Belong”). E una scaletta non perfetta, perché il disco doveva essere chiuso solo da “Country Feedback”: la canzone di cui si parla con gloria e imbarazzo, nel suo essere così intima ed esposta. Nessuno ha idea di cosa voglia dire, Michael Stipe forse ancora meno degli altri, perché può averla scritta solo in trance: se se ne parla, se ne parla al passato. O “Out Of Time”, per l’appunto.

E’ un disco che ha venduto tanto, è vero. Ma questa è una ragione davvero stupida per non amarlo.
(Claudia Durastanti)

Cover Album

AUTOMATIC FOR THE PEOPLE

Warner – 1992

Hey kids, rock and roll. Nobody tells you where to go, baby. Così esordisce “Automatic for the People”, così esordiva “Drive” ed uno splendido Stipe.

Correva l’anno 1992, quello di “Dry” (Pj Harvey), di Rage Against the Machine, Blind Melon, di “Dirty” (Sonic Youth) e “Dirt” (Alice in Chains); l’anno in cui la band di Athens riaggiustava il tiro dopo l’incontenibile successo di Out of Time evitando derive eccessivamente commerciali e riuscendo per l’ennesima volta a trovare un punto d’equilibrio con un disco dagli accenti più marcatamente densi e cupi (“Sweetness Follows”, “Monty Got A Raw Deal”).

Uno sguardo più obliquo al mondo, in particolare nei testi, veicolato però come sempre attraverso quella loro intrinseca qualità musicale, ovvero la capacità di saper comunicare creando un linguaggio di incredibile immediatezza e godibilità. A differenza del magnifico incipit siamo portati a ritenere che i R.E.M. abbiano saputo indicarci la rotta per anni, guadando le paludi del pop scadente grazie alla loro capacità di rinnovarsi, di adattarsi agli anni che passavano senza mai deludere. Automatic for the People contiene ancora alcuni tra i brani migliori e/o più apprezzati dei R.E.M. (“Try Not To Breathe”, “Man on the Moon”, “Nightswimming”, “The Sidewinder sleeps Tonight” e la stessa “Drive”). E’ un album che ha fermato il tempo in uno spazio intimo. Per chi ama la semplificazione: un grande classico. Ero un’adolescente devota al grunge’negli anni ’90 eppure ne ascoltavo in loop ogni pezzo ed in questo 2011, dopo tanta musica passata sotto i ponti, l’ascolto con lo stesso entusiasmante trasporto. Oggi che di anni ne ho 32 riascolto “Try not to Breathe” e riesco a leggere un messaggio nuovo tra le righe di quasi 20 anni fa. I will try not to breathe/This decision is mine/I have lived a full life/I want you to remember (you will never see).

Oggi che sono adulta ringrazio Michael Stipe e i R.E.M. di avermi dato la libertà di continuare ad ascoltare dischi come Automatic for the People senza dover sopportare il peso di veder avvizzire musica e parole. Li ringrazio perché non li vedrò mai scimmiottare come vecchi rugosi glorie del passato frammiste ad uscite demenziali prive di sensibilità ed idee. Li ringrazio perché continuerò sempre a cantare forsennatamente quel refrain I want you to remember/Voglio che ricordi. Mi ricorderò. E saranno bei ricordi.
(Laura Lavorato)

Cover Album

MONSTER

Warner – 1994

Recentemente ho letto da qualche parte: Gli anni Novanta sono stati il posto migliore dove abbiamo potuto vivere. È decisamente così e “Monster “e qui per dimostrarlo. Un mare di chitarre distorte che ci avvolgono e ci riportano indietro nel tempo, e no, non sono i R.E.M. che provavano a cavalcare la moda (che comunque stava per morire con il ricordo appassito di Kurt Cobain): questa è una botta al cuore.

“Star69″, “I Don’t Sleep I Dream”, “Tongue”, il finale clamoroso di “You” e uno dei punti più alti della carriera dei quattro: “Let Me In”. Nell’ascoltare questo album si capisce quanto fossero di un altro pianeta, passare con grazia dagli arrangiamenti acustici di “Automatic For The People” a questo rock di classe, con tanto di feedback sparati alla Sonic Youth, non è da tutti. Ed aggiungo: ci mancherete
(Emanuele “kingatnight” Chiti)

Cover Album

NEW ADVENTURES IN HI-FI

Warner – 1996

Palchi trasformati in sale d’incisione, storiche collaborazioni, l’ultimo tassello R.E.M. prima formazione… un anno dopo Bill Berry lascerà la band.

Si passa da sonorità grunge – con echi di Kurt Cobain – in “Bittersweet Me”, “Wake Up Bomb”, “So Fast So Numb”, al piano, al violino e all’effetto chitarra e-bow in E-bow the letter – autentico e genuino abbraccio alla musica – a Patti Smith. Splendida.

La dolcezza di “Be Mine” con la sua lunga e chiusa introduzione, che si scopre solo nell’ascolto mostrando le sue qualità più celate, lascia spazio alle strade di Hollywood contaminate dalle stelle artificiali di “Electrolite”, una ballata pianistica languida e incalzante.

“New Adventures in Hi-Fi” è il viaggio – in perenne lotta con il disincanto e la disillusione – di chi non ha nessuna voglia di diventare grande. “And who’d have thought tomorrow could be so strange?”.
(Antonella Iacobellis)

 

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