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Intervista con THE SHADOW LINE

3 novembre 2011

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Quattro chiacchiere con i romani The Shadow Line, all’indomani dell’uscita del loro secondo album “I Giorni dell’Idrogeno”.

”I Giorni dell’Idrogeno”: volete raccontarci qualcosa del titolo dell’album? L’idrogeno è l’elemento più comune sulla terra, è l’elemento chimico più leggero, è estremamente infiammabile e in natura lo si incontra spesso come la coppia perfetta un singolo protone e un singolo elettrone. Come dobbiamo leggere questi giorni?
Alessia: Li leggerei come giorni sospesi: siamo in un’epoca in cui molte cose stanno cambiando, gli equilibri stanno mutando, sia nella vita di tutti i giorni che a livello internazionale, è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo non si vedono ancora i lineamenti di quello che verrà. Certi giorni si ha l’impressione che questa sia l’epoca più interessante in cui vivere, certi altri che invece stia tutto andando a rotoli. Ed è tipico dei periodi di rivolgimento. Nel 1789, in Francia, non credo che i cittadini percepissero il loro periodo come un periodo esaltante, ma come un’epoca di povertà, di sofferenza, di perdita delle certezze, e poi c’è stata la Rivoluzione Francese. Ed in effetti è così anche per i nostri giorni, quello che diventeranno dipende solo da noi e dalle scelte di ciascuno di noi. Così è l’idrogeno, che può diventare la bomba H, ma può essere anche il futuro dell’energia pulita e sostenibile, o ancora il simbolo della generazione beatnik con Jukebox all’idrogeno. Dipende quello che ne vogliamo fare di questi giorni. Per questo motivo anche la copertina del disco è divisa a metà, e aspetta che qualcuno le dia un’interpretazione.

E’ il vostro secondo album in studio. Come siete maturati dal vostro inizio nel 2002 a oggi? Avrete già affrontato un lungo percorso tra i vari Ep e “Fast Century” passando per gli innumerevoli live che vi hanno dato l’etichetta di band energica e sanguigna…
Daniele: Come altre band della scena indipendente, anche noi abbiamo lottato, ci siamo incazzati e abbiamo sempre lavorato a testa alta portando in giro la nostra musica, nonostante le difficoltà, tenendo sempre presente la nostra voglia di suonare quello che più ci piaceva. Siamo nella situazione adatta per farlo. Non capisco le band che, anche appartenendo alla scena cosiddetta “alternative”, si pongono tuttavia dei limiti o ragionano in vista di assomigliare a questo o a quell’altro. Per noi l’evoluzione del sound raggiunta in questo album è frutto di una necessità: la necessità di abbandonare certi cliché che sentivamo come logori, e di guardare verso una musica che ci sarebbe piaciuto ascoltare in italia, recuperando le nostre influenze primarie (principalmente la musica degli anni ‘90 e la wave inglese) e generando un suono che potessimo sentire attuale, contemporaneo, e che ci permettesse di parlare dei nostri tempi. Non è stata una scelta studiata a tavolino, ma è venuta fuori naturalmente nella nostra sala prove mentre lavoravamo sui nuovi pezzi: lì ci siamo promessi, quasi dieci anni fa, di fare sempre e solo quello che ci piace, questo abbiamo fatto in quest’album, e cosi continueremo.

Vorrei soffermarvi sui testi. Ho notato che c’è una sorta di melanconia e disillusione di base ma riuscite a non far trasparire un’idea di autocommiserazione, bensì quella di una lucida consapevolezza. Come nascono le parole delle vostre canzoni?
Alessia: Hai detto bene. I testi non sono affatto ripiegati su se stessi. C’è nelle canzoni, in ognuna di esse, un senso, uno spunto che permette di alzarsi in piedi, di superare la malinconia e stringere i denti. Che sia la necessità, anzi, il diritto di avere dei sogni, oppure la voglia di non dirci sopraffatti, morti e spenti. C’è il bisogno di mantenere la critica alta e di non abbandonarsi a seguire ciecamente le vecchie nomenclature ideologiche, c’è la voglia di ribadire la propria unicità e il proprio diritto ad esistere: sono tutti sentimenti che proviamo quotidianamente e che abbiamo voluto riversare qui dentro, in quest’album. Indubbiamente avere trent’anni in questo periodo in Italia non è semplice, ma non ci hanno ancora preso tutto, ancora non ci si può dare per vinti, faremmo solo un piacere a chi ci vorrebbe già morti dentro.

In “Regole di Ingaggio”, partite da un’America che ha finito d’essere la nostra terra promessa, per poi invece dare uno sguardo disincantato sul nostro mondo, sulla nostra Italia: citate la crisi e c’è un senso di rabbia per il prezzo che dobbiamo pagare per colpe non nostre…
Alessia: Esatto. “Regole di Ingaggio”, che non a caso è il singolo del disco di cui abbiamo appena realizzato anche un video di cui siamo molto soddisfatti, è una canzone che parla, a un livello di interpretazione più ampio, del diverso sguardo che hanno sul mondo due diverse generazioni: quella dei nostri padri, e la nostra, dei figli. Noi siamo figli della grande ubriacatura, del grande sogno americano degli anni ’80, ma poi abbiamo avuto la fortuna, o la sfortuna, dipende dai punti di vista, di osservare il mutare degli equilibri, il declino di questi sogni, e di poterli mettere sotto processo, di poterli criticare. E certo, in qualche modo siamo stati chiamati alla fine della festa, quando ormai sul tavolo del buffet rimane poco, e i drink sono quelli che rimangono sul fondo delle bottiglie. Eppure noi in qualche modo dovremmo pagare il conto che ci viene presentato. E in questo senso siamo simili a quei popoli che sono stati colonizzati nel corso del secolo scorso. Sfruttati, colonizzati e costretti a pagare un conto non proprio. E anche sbeffeggiati. Così non si producono alleati, ma veri e propri nemici, vere e proprie serpi in seno che prima o poi te la faranno pagare. Di questo parla Regole di Ingaggio.

Questa attitudine, forse un po’ decadente, di espiare le brutture del mondo cantandone fa molto Ian Curtis. E anche nelle vostre sonorità c’è molto dei Joy Division. Nel vostro background si ritrovano le origini dello shoegaze.
Daniele: Ahah quanti bei riferimenti. Siamo onorati che tu senta dei riferimenti ad un personaggio così affascinante e oscuro come Ian Curtis nei nostri brani. Sicuramente quello che diciamo lo sentiamo, e se c’era qualcosa che contraddistingueva lo stile di Ian Curtis era proprio la sua dote di essere diretto e senza filtri, quasi senza protezioni. Nel bene e nel male. Sicuramente abbiamo la musica inglese nel sangue, cha siano Joy Division, New Order, Manic Street Preachers, The Smiths o Radiohead, ed il fatto che questo si senta è inevitabile e non può che farci piacere. Per quanto riguarda lo shoegaze indubbiamente il nostro chitarrista, Francesco “Vampy” Sciarrone, è davvero interessato ai suoi pedali, smanetta molto sugli effetti sia a livello di arrangiamenti sul disco, che in sede live, tenendo spesso gli occhi puntati sui pedali degli effetti, appunto “guardandosi le scarpe”, atteggiamento tipico di quei chitarristi che venivano detti “shoegaze”. Per cui la risposta è sì: è probabilmente colpa di Francesco.

Io sono innamorato, e non mi vergogno a dirlo, di Alessia. Ho un evidentissimo debole per tutte le bassiste che incontro, forse dovuto alla sindrome da adolescenza con Kim Deal nelle orecchie. Non ha più senso parlare nel 2011 di maschio o femmina, ma che equilibrio, che sintonia si raggiunge con un contributo “rosa” nel gruppo?
Daniele: ahahah, dunque, per noi che siamo cresciuti a pane e musica negli anni ’90 la figura della bassista femminile è un po’ un motivo di orgoglio, oltre ai Pixies ricordo gli Smashing Pumpkins con D’arcy, ma anche prima, i Talking Heads, con Tina Weimouth. E’ un’innegabile figura calamitante e intrigante nella lineup di una band. Ma Alessia non è solo questo, è una presenza indispensabile per noi, sia dal punto di vista del sound, con il suo stile asciutto e wave, sia perché ha molto femminilmente preso in mano le redini dell’organizzazione e della cura della band e da quel punto di vista organizza un po’ tutti noi con il rigore e l’affidabilità che la contraddistingue, quasi come fosse un manager interno alla band (ma col quale possiamo litigare senza rischiare un contratto!). Noi maschietti della band siamo molto più svagati e con la testa fra le nuvole, e penso che concordiamo nel dire che non saremo qui senza di lei. Indubbiamente un contributo rosa di cui andare fieri.

Roma: ovunque le giovani band devono sgomitare, scendere a compromessi ed elemosinare spazi per riuscire a mettersi in mostra, nella capitale invece sembra che qualcosa stia cambiando. Si sta creando un circuito, un pubblico e un’audience che vuole buona musica slegata dal conformismo delle grandi radio o è un’impressione, un’illusione passeggera e basta?
Daniele: spesso ci siamo trovati a fare discorsi del genere, ci è sembrato come se la musica indipendente andasse di moda a seconda del momento “geografico”. Roma aveva una buona visibilità anni fa, anche se quasi solo per il cantautorato, altre città che hanno avuto grande visibilità in questi anni sono state Bologna, Torino e l’onnipresente Milano. Roma non ha mai smesso di tirare fuori ottimi artisti, e trovo molto positivo che in questo momento si registri di nuovo un certo clamore intorno alla capitale, ed in particolare intorno alla scena indie-rock e alternativa a causa di alcuni fenomeni musicali e non che fanno capo a realtà romane. Roma è una città molto viva sia come musica, che come tutto quello che le gravita attorno (webzine, organizzazione di serate, locali, webtv), forse il suo problema è che è molto calamitata dal cinema, e che è lontana rispetto a Milano dalle leve del potere discografico. Tuttavia una scena musicale forte e radicata esiste, e siamo felici che finalmente sia salita alla ribalta nazionale anche per il rock e la musica indie e alternativa, perché è una città che da anni ha molto da offrire in questo senso. Ma al di là dei discorsi geografici l’importante è non mollare e continuare a suonare sperando che da qualunque angolo della penisola prenda corpo una voce che raccolga tutte le persone stanche di una certa dittatura musicale, il momento è propizio. Alcune radio soprattutto locali, molte webzine, molti promoter coraggiosi, e molti talentuosi organizzatori di serate ci stanno provando con grande fatica ma con ottimi risultati, siamo fiduciosi, c’è del movimento, nonostante tutto.

In questi giorni siete oggetto di numorose (ottime) recensioni, interviste, passaggi radiofonici ed è uscito anche il video di “Regole di Ingaggio”, ma provate a fare un salto in avanti, a immaginarvi su un palco futuro con una paltea immensa che pende dalle vostre labbra: che cosa gli vorreste gridare? Che messaggio volete portare al vostro pubblico?
Alessia: Di non aver paura di esprimere la propria particolarità, il proprio parere anche se è in contrasto con il pensiero di chi decide dove debba tirare il vento. Di non aver paura di dire e capire quello che si è e di farne un punto di forza, un’arma. Ma non ci piace emettere proclami o dire alle persone quello che devono fare o non devono fare, parliamo di noi: il nostro disco vuole essere sincero, non ci interessa essere hipster, non ci interessa accodarci a questa o a quella tendenza, ci interessa parlare di noi con sincerità, e saremo felici se i sentimenti e le sensazioni che descriviamo nella nostra musica vengano condivisi da tantissimi altri ragazzi come noi. Questo siamo e questo abbiamo da offrire.

Settembre non è stato un mese semplice, ma il 30 è finalmente uscito il disco: come sembra stia procedendo Ottobre?
Daniele: Settembre non è un mese semplice in generale, si fanno i conti con tante cose, per quanto ci riguarda è stato il mese dell’attesa, di attendere i primi riscontri del disco. Dobbiamo dire che ci riteniamo molto soddisfatti: abbiamo notato un solido interesse intorno a “I giorni dell’Idrogeno”, e soprattutto abbiamo avuto a conferma che tutto quello che ci proponevamo all’inizio della lavorazione del disco è stato compreso in pieno, per noi significa che abbiamo fatto un buon lavoro. Ora stiamo lavorando alla resa dal vivo dei brani, e intanto continuiamo con alcune apparizioni in radio. Abbiamo inoltre avuto l’occasione di presentare il nostro disco alla Fnac di Roma in chiave acustica e ci siamo resi conto che i pezzi funzionano anche molto bene in questa veste, assumendo un’atmosfera molto più intima, portando in rilievo la melodia e i testi. Non escludiamo la possibilità di portare in giro anche una serie di date col set acustico prima o poi, tuttavia il nostro spirito resta elettrico. Finita poi la parte relativa alle interviste, promozione e mini-live ci dedicheremo all’organizzazione del tour che partirà probabilmente in inverno. “Settembre non è un mese semplice”, Ottobre speriamo sia un mese elettrico!

 

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