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JOSH T. PEARSON – Live @ Locomotiv (Bologna, 16/11/11)

19 novembre 2011

Genere:

A volte non pensi sempre che i cantanti siano persone. Nel senso. Tu e i tuoi amici e la tua famiglia siete persone. La vita è la vostra vita e ha un tempo tangibile. Poi ci sono le cose di cui tutti fruiamo: musica, libri, film, etc. che godono di una vita propria, che vengono ad interagire con la nostra solo se noi per primi ce ne interessiamo. Per cui non si è soliti pensare cosa fa nella vita reale un regista, uno scrittore, un musicista, quando non fa quello per cui lo conosciamo, intendo.

Nel mio immaginario un musicista o è sempre in tour o è lì a scrivere canzoni. Ma ovviamente non può essere così, avrà anche altro da fare. Per questo mi chiedevo, cosa avrà mai fatto Josh T. Pearson dal 2001 (quando usciva il disco con i Life To Experience) a oggi (che esce il suo disco da solista, “The Last of the Country Gentlemen”), a parte una manciata di singoli e qualche collaborazione coi Dirty Three? Dev’essere un tipo strano, lui, mi vien da pensare. E mi sa che è proprio così. E vederlo dal vivo, non può che darmene la conferma.
Si vede che Josh è texano, ma con eleganza. È alto e dinoccolato, catena al collo, capelli e barba lunghi ed apparentemente incolti. Da qualche pare leggo che è figlio di un predicatore, ed effettivamente l’immagine che mi balza subito agli occhi è quella di un nuovo messia che si denuda dei suoi pensieri trasformandoli in canzoni e raccontandoli davanti ad un pubblico che lo ascolta in religioso silenzio.

Al Locomotiv c’è un atmosfera quasi surreale, calda e pacifica, chi è seduto per terra, chi in piedi, ma tutti con gli occhi e le orecchie calamitate sulla figura snella di Josh che imbraccia la sua chitarra. All’inizio pare timido. Comincia subito col primo pezzo, non c’è tempo di applaudire che un brano sfuma direttamente nell’altro, poi una pausa.

What is the difference between a big pizza and a musician? A pizza can feed a family

Ne segue una specie di soliloquio indirizzato al pubblico, battute ironiche che fanno un effetto strano in quell’atmosfera quasi sacrale. Quasi a dire che si, lui scrive canzoni tristone, ma può anche essere un tipo divertente, se lo vuole. O forse è quell’ironia tipica di un’eccessiva lucidità sulla visione del mondo per mascherare una costante malinconia. Comunque, non è poi così tanto timido, o per lo meno, è un buon intrattenitore di pubblici.

How do you call a musician when he is left by his girlfriend? A homless

Mentre abbiamo ancora il sorriso sulle labbra (anche se consci che non siano proprio battute originalissime…), noto che quelle che su disco potevano sembrarci canzoni country/folk interminabili, dal vivo acquisiscono un valore aggiunto in più e il tempo vola via.
La cosa più bella di vederlo dal vivo è restare incantati a guardargli le mani, dalle dita strette e lunghe, che si muovono su e giù accarezzando le corde della chitarra, con un’estrema naturalezza e raffinatezza.
One more

E il concerto si chiude con la cover di “Rivers of Babylon”. Josh ha proprio l’indole da predicatore.

(ah già, ad aprire il live del texano, c’era Egle Sommecal, esperto chitarrista dei Massimo Volume, sicuramente un ottimo musicista, ma i suoi virtuosismi alle sei corde non hanno mai fatto breccia nel mio cuore…)

 

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