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Intervista con DIRTY BEACHES

6 febbraio 2012

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Dirty Beaches

A pochi giorni dal suo nuovo tour italiano scambiamo quattro chiacchiere con Alex Zhang Hungtai musicista taiwanese trapiantato in Canada che si nasconde dietro il moniker di Dirty Beaches.

“Badlands”, suo acclamato debutto, è il disco che avrebbe composto Johnny Cash se fosse ancora vivo, o meglio il disco che avrebbe suonato se si fosse evoluto nel tempo. Una sorta di noir-rockabilly su basi vintage-elettroniche, tra Suicide ed Elvis, una soundtrack noir per un immaginario film di David Lynch.

”Badlands” ha molti padri. A volte non hai voglia di ucciderli?
Siamo tutti afflitti da uno spettro. Sta a noi decidere come rintracciarli, o cosa farne.

E’ ovvio che hai speso molto tempo a scegliere quale vestito avresti indossato per il tuo debutto in società. Sei pronto a indossarne uno nuovo? DirtyBeaches è qualcosa che cambierà di colpo, in direzione di un’estetica totalmente diversa?
Dirty Beaches continuerà a evolvere musicalmente perché tutti gli artisti o le band che sono onestelo fanno e si propongono di crescere. Per quanto riguarda i vestiti, ho sempre indossato le stesse cose, non ho un senso spiccato della moda.E poi dovreste saperlo meglio voi di me: gli italiani fanno le scarpe da uomo migliori al mondo, che diamine (nda: il senso della domanda non era esattamente questo).

Per alcuni musicisti il gioco si esaurisce nel “scrivi una canzone e la suoni”. E’ chiaro che a te non basta, le tue tracce sono piene di riferimenti incrociati, e questo potrebbe essere la loro forza. I pezzi sono rumorosi, sognanti, flirtano col subconscio, c’è tutto un jamais vu di sottofondo. Ma potrebbe essere anche la tua debolezza: a volte sembra che non stai da nessuna parte.
Credo sia un aspetto positivo. In genere l’idea di non poterti definire innervosisce la gente, che ha solo bisogno di affibbiarti un’etichetta. Ma io non ho problemi con la musica o con l’arte che non sono in grado di capire, ne faccio esperienza e apprezzo il suo tentativo di farmi pensare, o le emozioni che è in grado di procurare. Il vero giudice del mio operato è il tempo, non i ridicoli standard che il pubblico tende a mettere in piedi.

Questo aspetto sembra valere anche per la tua vita: da dove vieni esattamente? Ti consideri un apolide? Il talento è più una faccenda di sangue o di cultura?
Amo tutti i posti in cui ho vissuto, alcuni più di altri. E incarno i tratti di tutte le città in cui sono stato. Questo ovviamente condiziona l’atteggiamento delle persone nei miei confronti quando mi chiedono da dove vengo: se dico da Taiwan, allora parlano in inglese molto lentamente come se non li capissi per niente. Se dico dal Canada allora c’è tutt’altro tipo di reazione. Le doppie informazioni confondono gli interlocutori, quando nel mondo moderno ci sono molte persone senza patria la cui etnicità non coincide affatto con il modo in cui sono cresciute. Se non fossestato per questo background allora sarei sicuramente da un’altra parte, non qui a suonare.

Se potessi usare solo tre parole per descrivere cosa è Badlands per te e cosa vorresti che fosse per noi quali sarebbero?
LIVE LOVE DRIVE

Su Pitchfork è apparso un articolo fantastico in cui l’autore discute l’diea che artisti come te hanno visto centinaia di film e ascoltato centinaia di vecchi dischi e poi ci hanno detto “questo sono io”. E noi ci crediamo, che sei tu. Niente da dire su questo?
Torniamo al discorso delle etichette, perché nell’industria dell’intrattenimento NON va bene non essere descrivibile o prevedibile. Un buon esempio sono gli attori affermati che scelgono dei ruoli difficili, la gente comune non capisce quello che stai facendo, sfuggi alle loro categorizzazioni. Credo che sia davvero strano che per Lana Del Rey la stampa tiri in ballo la musica di Hollywood degli anni ‘50 quando per me lei rientra più nella categoria di una Amy Winehouse. Tutte le parole che usano per descriverla hanno a che fare con l’IMMAGINE con cui si presenta al pubblico, non la musica. Lana del Rey fa dell’onesto pop confezionato bene. Il giornalismo musicale sta prendendo una cantonata totale, non solo nel suo caso. Si spera che nei prossimi anni coloro che hanno passione per la musica e ne scrivono tornino a prevalere e il giornalismo torni a essere decente.

A proposito di immaginario, c’è qualcosa che ti viene in mente quando pensi all’Italia o a Roma?
Dipende da quale parte in Italia… Ravenna ha un immaginario fantastico, il cibo è ottimo e tutti sono carini e disponibili. Ho bei ricordi anche di Giovinazzo e del Mare Adriatico, da quelle parti sanno come trattare la gente. Roma invece è sempre cupa quando ci arrivo, suono e poi me ne vado la mattina dopo… Roma per me è una città oscura e impenetrabile.

Dicono che sarai al Primavera. Quante possibilità ci sono?
La mia booking agency sta cercando di piazzarmici dentro, speriamo. Amo la Spagna, vorrei tornarci. (nda: qualche ora dopo aver confezionato quest’intervista il PrimaveraSound annuncia anche Dirty Beaches tra gli artisti che si esibiranno quest’anno al festival di Barcellona)

A Roma suonerai pezzi nuovi, stai già lavorando al nuovo album?
Sì, abbiamo tanto materiale nuovo, non vedo l’ora.

Sei sempre andato in tour da solo, ma al Traffic sarai accompagnato da una band. Cosa dobbiamo aspettarci?
E’ probabile che in futuro avrò uno o due membri fissi per aiutarmi sul palco affinché non debba fare tutto da solo. Lavoro troppo. Un giorno mi ucciderà, davvero.

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