TOP 10 ALBUM 2011 di Marco Renzi
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Tutti gli anni, in questo periodo, mi sembra di essere un disco rotto. Niente, non posso fare a meno di ripetere che le classifiche vere siano quelle ponderate, che si fanno sulla lunga distanza. Mesi e, perché no, anni dopo rispetto all’annata presa in considerazione, quando si hanno ben fissati in testa i dischi ascoltati e soprattutto quelli che ci siamo persi per strada. Quindi, quella che state per leggere, è una lista che non necessariamente rappresenta le uscite migliori dell’anno per il sottoscritto, bensì quelle a cui ho dedicato più tempo. Premetto che è pure stato un anno particolare e che quindi il numero di album ascoltati, per quanto mi riguarda, è diminuito rispetto agli anni passati.

un disco che è anche una conferma. La conferma della grandezza di un gruppo che per la sua terza prova in studio si inventa un concept album in cui si racconta una storia d’amore, dove questo va direttamente a scontrarsi con la morte. Ma dove sarà l’amore a dare la forza a David, che dovrà dimostrare di non essere il responsabile della morte dell’amata Veronica.
Una voce sporca, quasi tendente al growl, che soventemente duetta con una controparte femminile, ci racconta la vicenda in diciotto canzoni dove è il punk – rock, in ogni sua forma, a far da padrone, giostrando il tutto su un tappeto di tre chitarre incandescenti che fanno un eccelso lavoro. Arduo da mandar giù tutto d’un fiato, ma ricco di grandi pezzi e grande cuore. Scritto davvero bene e suonato meglio.
Ascolta David Comes To Life

In tutta onestà, pensavo fosse difficile per Polly Jean sfornare un altro disco che eguagliasse “White Chalk”; e infatti eccoti arrivare quella mezza delusione del disco con John Parish. Ma nel 2011 sono di nuovo costretto a rimetterla in classifica, perché con “Let England Shake” si parla di nuovo di disco bellissimo.
Ci sono, in effetti, poche altre parole per descriverlo: un lavoro maturo, emozionante, che dialoga col presente e col passato della sua autrice, che fonde poesia, modernità e tradizione. Un’anima Rock che ormai veste abiti Folk; e che le calzano a pennello. Che donna, Polly Jean.
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Ascolta The Words That Maketh Murder
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Ma come sarà mai J Mascis che imbraccia la chitarra acustica? Ovviamente come i Dinosaur Jr, ma con gli amplificatori spenti.
Il buon vecchio J, in perfetta (quasi) solitudine, condisce questi dieci episodi con la consueta, scazzata malinconia. Il miglior Neil Young acustico in versione autistica, super – ispirato, privo di rumore e pregno d’intimismo. Un gioiellino per chi, dopo “Farm”, ha voglia di far riposare un po’ le orecchie.
Ascolta Not Enough

Ottimo disco che arriva dopo una serie di altri lavori altrettanto validi.
Esempio di grande scrittura Pop, che sa essere sia accessibile sia altamente stratificata, con guizzi che concernono in egual misura melodie e arrangiamenti. A metà strada tra i Radiohead di “The Bends” e il Peter Gabriel meno contaminato.
Una band e soprattutto un disco da amare e riascoltare, perché cresce e cresce sempre più. Il gruppo che i Coldplay avrebbero voluto diventare; anche se, forse, preferiscono essere una cover band dei peggiori U2.

Mai e poi mai vi capiterà di leggere l’aggettivo “solare” accanto al nome della formazione capitanata da Alan Sparhawk e Mimi Parker. In questa circostanza, però, mi va di scomodare questa parola, perché a suo modo “C’mon” rappresenta un momento in cui i toni cupi duettano e ben si sposano con quelli più variopinti, andando a creare paesaggi elettroacustici densi di tristezza sana e di sottile malinconia, con qualche raggio di sole in più all’orizzonte.
Un lavoro che merita un plauso e, com’è ovvio, la presenza in classifica.
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Ascolta Especially Me
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un gruppo destinato ad essere per sempre un piccolo culto senza ottenere i larghi consensi che invece meriterebbe. Gli Eleventh Dream Day sono probabilmente l’ideale punto d’incontro tra Dream Syndicate, Yo La Tengo e R.E.M., con punte di Replacements e Dinosaur Jr.
Un grandissimo ritorno, che non ha cambiato e né tantomeno cambierà le sorti della musica, ma che regala un’ottima serie di pezzi chitarrosi, intrisi di melodie limpide e anche un po’ sghembe. Non perfetto, ma pieno di genuinità e di spunti interessanti per chi ama un certo genere.

una scelta che farà storcere il naso a molti. Ma pazienza, al cuor non si comanda. Per molti sarà un Pop di onesta maniera, ma per gli amanti della band di Athens può essere sorprendente per la qualità e la freschezza delle canzoni che questi tre signori sono riusciti a sfornare dopo tre decenni di onoratissima e meravigliosa carriera. Purtroppo, per l’ultima volta.
Non figurano in prima posizione solo perché da parte mia vuole ancora esserci una parvenza di obbiettività, ma con loro proprio non ce la faccio. E adesso che non ci sono più questo disco acquista ancor più valore, come chiusura ideale di un cerchio perfetto.

Una vera sorpresa. Certo, lo sapevano anche i muri che era Noel la mente dei due Gallagher, quello che con pochi accordi era capace di metter su un istant – classic clamoroso mettendo d’accordo tutti. La vera magia degli Oasis è durata due dischi, e poi ci sono state solo un mucchio di bellissime canzoni sparse qua e là; ma mai un album che eguagliasse i primi due.
L’esordio di Noel è forse quel disco che mancava da tempo nella discografia del gruppo di Manchester: dieci solidi episodi che non solo non danno un segno di cedimento, ma formano una sorta di summa del Pop britannico, quello che va dai Beatles ai Kinks, passa per gli Smiths e arriva nelle mani di Noel, che oggi rinasce e si riconferma esponente di punta del suddetto genere.

Seconda posizione occupata dalla musica di casa nostra.
Un disco puramente Emo, il secondo dei Gazebo Penguins, dove la lingua italiana gioca un ruolo fondamentale, vista l’elevata qualità dei testi qui presenti: non solo ben scritti, ma anche di rara intensità. Amore, rabbia, e soprattutto tante piccole cose, minuzie che vengono narrate attraverso una musica urlata e da urlare, che suscita un istantaneo pogo gioioso e selvaggio in chi la ascolta.
La sua breve durata non è che uno dei mille pretesti per spararselo almeno un paio di volte al giorno, in casa propria, in cuffia, in macchina. E poi d’improvviso ci si ritrova a cantare della perdita del tram delle sei, o di quella di un amore. Insieme ad un po’ d’ilarità.
Ascolta Il Tram Delle 6

Non potevano esserci che loro. Anzi: a dirla tutta non poteva esserci che Lui. L’amore sconfinato per Greg Dulli mi porta a mettere l’ultima fatica dei suoi Twilight Singers in testa alla mia classifica, come a significare che quando c’è il sempre più pingue Greg di mezzo, c’è davvero poco che tenga.
Senza dubbio, il loro miglior disco assieme a “Blackberry Belle”. E dato per assodato che quest’ultimo sia un capolavoro, senza sbilanciarmi troppo direi che anche “Dynamite Steps” si avvicina parecchio a tale concetto, racchiudendo in sé tutta la poetica dulliana: un’orgia di chitarre lacrimanti, di ritornelli che aprono il cuore, una voce che dagli Afghan Whigs in poi non ha mai smesso di toccare ogni tasto dell’animo umano. Perfetto per questo momento, per questo anno.
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Ascolta On The Corner
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