Saycet – One Day At Home
Genere: dream-pop, indietronica
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Si chiamano Saycet e sono un trio nippo-francese, un assortimento non da poco. Questo è all’incirca tutto quello che so, poiché purtroppo (o per fortuna) la rete scarseggia di informazioni su di loro e per questo salteremo la parte dove vi illustro cose che ho trovato in rete scritte da altri pochi minuti prima di scriverle io e passeremo all’unico valido argomento: la musica. Ma prima una breve, brevissima, digressione.
Quando penso che mio padre è cresciuto nell’era dei Beatles, quando penso che mio fratello è cresciuto nell’era dei Nirvana, ecco quando penso a questo, specie se poi accendo la radio, non so, mi prende un certa tristezza. Però, devo dire, qualche volta la musica del terzo millennio qualche soddisfazione riesce comunque a regalarmela. Ecco, i Saycet, sono una di queste.
Carico l’album sul mio riproduttore musicale in attesa del momento giusto per ascoltarlo ed il momento giusto arriva quando sono solo, nel mio laboratorio. Luci spente, solamente il pallore dello schermo del mio computer, acceso di fronte a me. E’ notte tarda. L’università è una città fantasma quando il suono confuso, forse neanche “suono” meglio “rumore”, dell’intro di “Chromatic Bird” rompe il silenzio. Dura solo pochi istanti, poi… Ordine, armonia, musica.
Vengo catturato subito, è magia. Provo sembra un grande imbarazzo nel tentare goffamente di spiegare quale possa essere la differenza, nella musica elettronica, tra un capolavoro ed un album ‘di bassa lega’. Ma forse è giusto così, certe cose non si spiegano. Sto per dire una banalità, siate pronti: certe cose… si sentono. E intanto che penso a questo i brani si susseguono, uno più bello dell’altro. Ogni tanto delle voci, campionate, emergono come figure bagnate dalla musica. Ma è con la quarta traccia che capisco di essermi innamorato. Una voce femminile scandisce, riempiendole di magia, parole in giapponese. Un suono meraviglioso. E penso che un certo effetto possono fartelo solamente le parole che non conosci, perché, spogliate del loro significato, espongono al mondo solamente il loro significante.
E così, tra suoni che nella mia immaginazione dipingono, mischiando alla rinfusa, le banlieue francesi con i ryokan giapponesi, i boulevard di Parigi con i vicoli stretti di Tokyo, quarantanove minuti della mia vita trascorrono in un’estasi di felicità, in quell’oasi che i Saycet si sono dimostrati, con questo lavoro, in grado di costruire. E mentre piango pensando che tra pochi minuti verrò costretto ad uno stop non voluto dalla fine dell’album che inesorabilmente si sta avvicinando, una nuova voce emerge nuovamente dal beat sincopato con una risolutezza che mi mette i brividi. Parla in giapponese, ma questa volta so cosa sta dicendo. Mi muovo freneticamente nel web per essere sicuro di non essermi sbagliato.
Non mi sono sbagliato: But, when he gets the power, even if he is not ready yet, he has to choose the way to use it. Then, that person made the choice. Tetsuo is our newest friend. What he is doing is our responsibility too. Akira. Regia, Katsuhiro Ōtomo. La voce è quella di Mami Koyama.
Ecco, allora, lo chiedo a voi: come potevo non innamorarmi?
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